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E’ morto don Marco D’Elia, il prete lavoratore

Michele Mancino
VareseNews, 2/01/2012

Credeva in una chiesa povera, di frontiera, aperta al dialogo, al servizio delle persone. E per questo nel 1977 fu sospeso a divinis. Due anni fa il cardinale Tettamanzi aveva revocato il provvedimento ecclesiastico

Don Marco D’Elia è morto. Si è spento, il primo gennaio 2012 a Busto Arsizio, all’età di 77 anni, dopo una lunga malattia. Per molti anni sacerdote coadiutore della parrocchia di San Michele, è stato un vero e proprio punto di riferimento per moltissimi fedeli.

Una vocazione tardiva la sua. Ordinato sacerdote a 22 anni, dopo la stagione del Concilio Vaticano II, D’Elia prende sul serio il messaggio di una chiesa povera, aperta al dialogo, al servizio delle persone, soprattutto degli ultimi. Si fa largo, dunque, l’idea di una chiesa di frontiera, non più chiusa nelle proprie certezze, ma disposta a mettersi in discussione senza derogare alla fedeltà e alla sostanza evangelica. Una nuova visione che molti sacerdoti, come don Marco, condividono e vivono quotidianamente, nonostante le pressioni del potere costituito, religioso e laico, intriso di miope tradizionalismo e gretto perbenismo.

D’Elia con altri dieci giovani preti di Busto Arsizio costituisce un gruppo di confronto, ma in pochi anni questa bella esperienza e i suoi sostenitori vengono dispersi da una gerarchia ecclesiastica che vuole cieca obbedienza, che per don Marco – per dirla alla don Lorenzo Milani – a quel punto «non è più una virtù».

«Ditemi dove ho sbagliato e obbedirò». Una posizione che il sacerdote paga a caro prezzo, subendo nel 1977 la sospensione a divinis da parte dell’allora cardinal Giovanni Colombo. D’Elia non si arrende e per mantenersi diventa un prete lavoratore, prima come commesso e poi come artigiano falegname.
La comunità cattolica si spacca a sua volta: c’è chi crede nella cieca obbedienza all’autorità ecclesiastica e chi, invece, deluso da una posizione così dura, decide di andarsene.

A Busto Arsizio si costituisce una comunità di base che condivide la posizione di don Marco D’Elia: una scelta di radicalità in nome degli ultimi. Un gruppo di persone che rimarrà vicino al sacerdote per tutti gli anni di quello che puo’ essere definito come un vero e proprio “esilio” spirituale, a cui la chiesa metterà fine solo nel 2009, dopo 32 anni, quando il Cardinale Dionigi Tettamanzi, con un gesto unilaterale, revoca la sospensione a divinis.

Un segno di distensione importante nel rispetto reciproco che vede da una parte don Marco e la comunità di base e dall’altra la chiesa istituzionale di Busto Arsizio, disposta al dialogo e alla vicinanza, rappresentata da monsignor Franco Agnesi.

Da più di 20 anni una malattia, difficile e invalidante, aveva colpito don Marco, senza però riuscire a fiaccare la sua caparbietà nell’affermare il messaggio evangelico di Gesù e la ricerca delle fede. Un carattere difficile e molto determinato che non gli ha, però, evitato di vivere decenni di profonda sofferenza spirituale, risarcita da questa prova di manifesta volontà di riconciliazione del vescovo Tettamanzi.

«Per me Marco è stato un fratello maggiore – commenta Gilberto Squizzato, giornalista e componente della comunità di base di Busto Arsizio – dal quale ho imparato ad appassionarmi alla figura imprescindibile di Gesù di Nazareth e dal quale ho imparato ad amare il sogno di una chiesa in dialogo con il mondo moderno, non in posizione di chiusura dottrinale, ma nella consapevolezza di costruire tutti insieme un cammino di speranza».

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