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La Chiesa e il tempo

Vittorino Merinas
www.nuovasocieta.it/ 16 Gennaio 2012

Se il regno di Dio preannunciato da Giovanni il battista, predicato da Gesù ed atteso come imminente dai suoi discepoli si fosse realizzato, la chiesa non avrebbe avuto ragion d’essere. Invece, anziché il regno venne la chiesa. Il procrastinarsi del ritorno del Cristo trionfante, aveva costretto i suoi primi seguaci ad organizzare la loro sopravvivenza. Così la “chiesa” nata da una previsione errata, mosse i primi passi nella storia, dandosi a mano a mano strutture che le garantissero esistenza e possibilità d’annuncio del regno futuro.

Si avviava così un percorso accidentato per un ‘piccolo seme’ che si sentiva altro dal “mondo”, da cui, però, doveva trarre elementi che rendessero riconoscibile lui e comprensibile il suo messaggio. Doveva coniugare l’ambiguità di essere nel mondo senza essere del mondo, di vivere le cose di “quaggiù” senza perdere l’orientamento verso “lassù”, di dover annunciare una Parola eterna con la parola peritura. Diversamente il suo messaggio sarebbe stato ridicolizzato,.come aveva sperimentato da Paolo ad Atene. Un tormento che ha accompagnato la chiesa fino ai giorni nostri e tuttora irrisolto. Celeste e terreno che camminano mano nella mano servendosi senza confondersi è operazione non priva di tranelli. E la chiesa vi inciampò come la sua storia documenta. L’attrezzatura per annunciare il messaggio si confuse col messaggio.

Le comunità disperse si aggregarono in un’istituzione unitaria e gerarchizzata sul modello di quelle terrene. L’autorità si mutò da servizio in potere, cui fu norma il diritto romano. Alla religiosità pagana si contrappose una religiosità ‘cristiana’: a sacerdote si oppose sacerdote, a santuario santuario, al panteon pagano i santi cristiani. Da fede perseguitata e catacombale nel giro di qualche secolo divenne religione competitiva e, diventata dominante, anche persecutrice. Si dotò di un’intellettualità che piegò al suo messaggio, sempre più inficiato da elementi spuri, le strutture del pensiero contemporaneo così da renderlo appetibile e consono alla cultura del tempo.

Le categorie filosofiche greche innervarono la novità d’un concetto di Dio unico nella natura, ma trinitario nelle persone, la seconda delle quali era lo stesso Gesù. Anche la sua figura storica venne dichiarata, col sussidio delle stesse categorie, persona che univa in sé una duplice natura: divina ed umana. Nel campo morale la chiesa associò concetti attinti dalle filosofie del tempo, che perdurano tutt’oggi con pesanti ripercussioni sociali. Nel quarto secolo, il cristianesimo occidentale era ormai una religione organizzata, affidabile e competitiva. Costantino intuì che poteva essere vincente e…utile. L’associò all’impero!

L’opera di necessaria inculturazione era compiuta, ma aveva abbondantemente sconfinato: gli elementi della cultura greco-romana da strumenti di evangelizzazione si erano trasformati in elementi costitutivi della ritualità e della dottrina cattolica. E tali rimangono tutt’ora, associati ad aspetti assai “mondani” raccolti dalla successiva cultura medievale. Che tali siano e che tali debbano restare fu solennemente confermato da Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio: “Quando la chiesa entra in contatto con grandi culture precedentemente non ancor raggiunte non può lasciarsi alle spalle ciò che precedentemente ha acquisito dall’inculturazione nel pensiero greco-latino.”

“Ad ogni cultura i cristiani recano la verità immutabile di Dio”, dichiarava ancora papa Wojtyla. Affermazione che unita alla precedente illumina il dramma del cattolicesimo odierno: la Parola si identifica con le parole, il messaggio con le forme della sua comunicazione. Pur riconoscendo la molteplicità delle culture nel tempo e nello spazio, “la verità immutabile di Dio” è, e solo è, in quell’impasto di vangelo e di “pensiero greco-latino”. L’evangelizzazione non è più “inculturazione”, come la chiesa aveva fatto e afferma di fare, ma “acculturazione”, cioè colonizzazione. L’annuncio gesuano, che pure si era spogliato dei panni culturali ebraici per penetrare il mondo greco-latino, diventa incomprensibile e irricevibile. Gli è impedito di comunicarsi nella sua autentica semplicità alle culture contemporanee. Le conseguenze sono patenti: indifferenza e diaspora.

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