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Divorziati risposati: prove tecniche di riammissione?

Marco Zerbino
Adista Notizie n. 12 del 18/02/2012

Sono passati quasi quattro anni dalla lettera che il card. Dionigi Tettamanzi inviò «agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione» (v. Adista n. 9/08), ma l’atteggiamento di apertura e di sincera vicinanza mostrato dall’ex arcivescovo di Milano nei confronti di chi ha attraversato la difficile prova della fine di un matrimonio non sembra aver contagiato granché il resto delle gerarchie. «La Chiesa è vicina a chi ha il cuore ferito», scriveva allora il cardinale «non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto, ma si sente partecipe delle domande che vi toccano intimamente». Eppure, i «giudizi senza appello» e le «condanne senza misericordia» contro cui metteva in guardia Tettamanzi sembrano ancora piuttosto diffusi, in particolare in relazione all’esperienza di vita di quei fedeli che si trovano in condizione di nuova unione. Il mancato accesso di questi ultimi al sacramento eucaristico, unitamente a tutta un’altra serie di divieti di cui sono fatti oggetto, non cessa di provocare disagi e incomprensioni, talvolta un vero e proprio senso di esclusione dalla comunità. Il tutto mentre il dibattito teologico «ufficiale» stenta a far uscire il magistero ecclesiastico dalle secche in cui si è progressivamente venuto a trovare in relazione al modo di interpretare l’indissolubilità del matrimonio.

Beninteso: che il tema dell’accesso all’eucaristia di chi, separatosi, convive o ha contratto civilmente nuove nozze sia considerato importante e urgente, e che se ne stiano vagliando alcune possibili soluzioni, appare fuori discussione. A testimonianza della centralità attribuita alla questione dalle più alte sfere della Chiesa cattolica sono in effetti emersi negli ultimi mesi vari indizi, dalla decisione di dedicare ad essa, all’inizio della scorsa estate, una settimana di formazione Cei (v. Adista n. 53/11), passando per la recente ripubblicazione su L’Osservatore Romano di un vecchio scritto di Joseph Ratzinger dedicato al tema, fino alle indiscrezioni, risalenti a poco più di un mese fa e riportate dal teologo Paul Zulehner sulla prestigiosa rivista U.S. Catholic, secondo cui i vescovi austriaci avrebbero sottoposto all’attenzione della Santa Sede un documento che suggerisce una nuova pastorale per i divorziati risposati, con annessa richiesta di rimettere in discussione la loro esclusione dal sacramento eucaristico.

Il magistero della discordia

La regola per cui i divorziati risposati non possono ricevere la comunione è in realtà piuttosto recente. Basti pensare che la si è cominciata ad osservare in maniera sistematica non prima della fine degli anni ’70. È infatti del 1981 l’esortazione apostolica Familiaris Consortio, nella quale Giovanni Paolo II definiva le nuove unioni post-divorzio «una piaga» e ribadiva la «prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati». La «riconciliazione nel sacramento della penitenza, che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico», continuava il pontefice «può essere accordata solo a quelli che assumono l’impegno di vivere in piena continenza», ovvero alle coppie di risposati che, pur vivendo sotto lo stesso tetto, rinunciano ai rapporti sessuali.

Oggi, però, Benedetto XVI sembrerebbe intenzionato a percorrere una nuova via che salvi la dottrina ma renda possibile le seconde nozze. Lo scorso 30 novembre il quotidiano della Santa Sede ha ripubblicato l’introduzione che l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede aveva scritto per il volume Sulla pastorale dei divorziati risposati (Libreria Editrice Vaticana, 1998). «Ulteriori studi approfonditi», affermava Ratzinger in quel testo «esige invece la questione se cristiani non credenti – battezzati che non hanno mai creduto o non credono più in Dio – veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale». In sostanza, veniva aperto un varco all’idea che un matrimonio possa essere considerato nullo, oltre che nei casi tradizionalmente previsti dal diritto canonico, anche nell’eventualità in cui sia stato celebrato in assenza del requisito della fede da parte di almeno uno dei coniugi: «All’essenza del sacramento», concludeva infatti il prefetto, «appartiene la fede».

Inutile dire che, se tale idea passasse e fosse in qualche modo incorporata nel magistero ufficiale, per molti risposati si aprirebbe la possibilità concreta di ottenere con relativa facilità una sentenza di nullità del precedente matrimonio (e con essa una riammissione all’eucaristia): basterebbe loro dichiarare di fronte a un tribunale ecclesiastico che, all’epoca della prima unione, non credevano veramente in Dio. La possibile soluzione a cui Ratzinger accennava ormai quindici anni fa sarebbe poi stata ripresa dallo stesso, una volta divenuto papa, in un discorso tenuto di fronte al clero di Aosta nel 2005. In quell’occasione Benedetto XVI ha nuovamente accennato alla necessità di studiare meglio il caso particolare di un «sacramento celebrato senza fede», aggiungendo comunque prudentemente: «Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale, non oso dire».

I «casi limite» di Krätzl e la lettera dei vescovi renani

Va comunque detto che il dibattito e le aperture dei teologi in tema di accesso all’eucaristia dei divorziati risposati datano da molto prima del 1998. Risale infatti alla fine degli anni ’70 il documento pastorale in cui l’allora vescovo ausiliare di Vienna Helmut Krätzl presentava e discuteva alcuni criteri utili a stabilire possibili deroghe alla regola dell’esclusione (v. Adista n. 18/08). Nell’elaborarli e presentarli al lettore, il prelato faceva fra l’altro riferimento ad alcune proposte avanzate dallo stesso Ratzinger al congresso tenutosi presso l’Accademia Cattolica di Baviera nel 1971 sul tema: “Matrimonio e separazione: discussione fra cristiani”. Nel caso in cui, sosteneva Krätzl, la prima unione sia fallita da un tempo tanto lungo da rendere irrealistica ogni possibile riconciliazione, qualora il secondo matrimonio sia vissuto in una condizione di integrità morale e, soprattutto, il divorziato si mostri sinceramente pentito e si sia reso disponibile ad un percorso penitenziale, la sua riammissione al sacramento sarebbe possibile e auspicabile. La proposta di Krätzl ricevette all’epoca anche l’autorevole sostegno dell’arcivescovo viennese Franz König e sarebbe stata in parte ripresa, qualche anno dopo, da Walter Kasper, Karl Lehmann e Oskar Saier. Nel 1993, i tre vescovi tedeschi scrissero infatti una lettera pastorale nella quale peroravano la causa della riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati sulla base di criteri simili a quelli individuati da Krätzl. Circa un anno più tardi, tuttavia, l’ex Sant’Uffizio, a capo del quale era nel frattempo stato nominato Joseph Ratzinger, li richiamò all’ordine promulgando a sua volta un documento pastorale che, pur non nominando direttamente Kasper, Lehmann e Saier, faceva un chiaro riferimento alla loro proposta e ribadiva con forza la dottrina delineata nella Familiaris Consortio.

Sentenza o penitenza?

Se è vero, come sembra, che Benedetto XVI sta ora riconsiderando la questione, non è escluso che la proposta avanzata da Krätzl e dai tre vescovi della Renania torni di attualità. Tuttavia, va rilevata una differenza fra l’approccio adottato dall’attuale pontefice nel suo scritto del 1998 e quello che ispira i due testi che lo hanno preceduto. La soluzione adombrata dal papa appare in effetti orientata a risolvere il problema allargando le maglie dei possibili pronunciamenti di nullità di precedenti unioni matrimoniali da parte dei tribunali ecclesiastici. Non si tratterebbe, in sostanza, di dare alla Chiesa il potere di perdonare e riammettere a pieno titolo all’interno della comunità il divorziato risposato, ma semplicemente di far sì che più persone si trovino in condizione di poter accedere all’eucaristia pur essendo, di fatto, divorziate e risposate. Lo strumento per ottenere questo risultato sarebbe appunto individuato in una «liberalizzazione» dell’accesso alla sentenza di nullità del primo matrimonio. Al contrario, Krätzl, Kasper, Lehmann e Saier sembravano più interessati ad affrontare il problema su un piano eminentemente pastorale, ad individuare cioè un percorso e una prassi penitenziale condivisi che potessero consentire al divorziato risposato di accedere all’eucaristia.

L’idea di una possibile deroga alla regola dell’esclusione basata sulla penitenza e circoscritta ad alcuni casi dettagliati è stata ripresa e approfondita qualche anno fa dal teologo Alberto Bonandi. In un suo articolo del 2006, ha esaminato un «caso tipico», per molti aspetti coincidente con i «casi limite» di Krätzl, proponendo una soluzione incentrata sulla distinzione tra «validità del matrimonio e condizioni per la riconciliazione sacramentale». Quest’ultima potrebbe avvenire, secondo il teologo di Mantova, anche in assenza di una dichiarazione di nullità del primo matrimonio da parte del tribunale ecclesiastico. Stante l’indissolubilità, la prima unione conserverebbe una qualità sacramentale, preclusa invece alla seconda, ma la remissione del peccato e la comunione eucaristica verrebbero concesse dal sacerdote, senza imporre la rinuncia ai rapporti sessuali, come «scelta sub-ottimale». Il tutto a condizione che il fedele risposato riconosca la gravità del peccato commesso, mostri di impegnarsi con «serietà piena» nella nuova unione e accolga l’itinerario penitenziale indicatogli.

Il fatto che Bonandi abbia potuto illustrare la sua proposta su una rivista prestigiosa come Teologia, curata dalla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, parve a suo tempo ad alcuni un segnale di forte apertura da parte delle gerarchie ecclesiastiche. In realtà, non molto tempo dopo la pubblicazione del saggio di Bonandi, sulla stessa rivista comparve un articolo, firmato dal teologo morale Marco Doldi, che riproponeva la dottrina ufficiale, in particolare il prerequisito dell’astinenza sessuale per poter accedere al sacramento. E non appare privo di significato neanche il fatto che Doldi, nel 2009, sia entrato a far parte della Commissione teologica internazionale che lavora gomito a gomito con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

A sostenere da tempo la necessità di abbandonare l’approccio giuridico per abbracciarne uno penitenziale è anche Giovanni Cereti, teologo le cui argomentazioni si rifanno soprattutto alla prassi in uso presso la Chiesa primitiva, nella quale la riammissione dell’adultero al sacramento avveniva proprio attraverso l’espiazione del peccato di adulterio (v. intervista allegata). Tale consuetudine è stata conservata dalle Chiese orientali, che ancora oggi non negano l’eucaristia al divorziato risposato, a patto che quest’ultimo accetti il percorso penitenziale propostogli dalla comunità. Secondo don Cereti, una simile prassi non è affatto in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio, ed è anzi più aderente allo spirito del Vangelo, in quanto consente alla comunità cristiana di «esercitare la misericordia di Gesù Cristo».

Chi invece propone di reimpostare radicalmente il discorso è Giannino Piana. «Il problema di fondo che andrebbe analizzato», spiega ad Adista il teologo «è quello del significato dell’indissolubilità nei testi della rivelazione. Lì l’indissolubilità non viene inserita in un contesto precettistico, ma in un contesto escatologico-profetico, quello del discorso della montagna». Saremmo quindi in presenza non tanto di una norma a cui adeguarsi, quanto di «un ideale verso cui tendere o, se vogliamo, una norma aperta. Se si legge la questione in questa chiave, si ammette che c’è una gradualità di situazioni, e si può ammettere anche la deroga alla norma».

Esperienze di pastorale diocesana

Ma come si pone la Chiesa, in concreto e nelle sue varie articolazioni territoriali, nei confronti dei divorziati risposati? Esistono percorsi pastorali avviati dalle diocesi specificamente rivolti a questa categoria di fedeli?

Emanuele Scotti è divorziato da alcuni anni e, oltre a far parte della Commissione famiglia della diocesi di Genova, è rappresentante delle persone separate all’interno della Consulta nazionale di pastorale familiare della Cei. «Fino a una dozzina di anni fa», ci spiega «non c’era granché in termini di iniziative pastorali diocesane. C’erano invece alcune associazioni di divorziati cattolici che, nate spontaneamente, si sono poi messe in gran parte a disposizione degli uffici famiglia delle diocesi». Oggi, secondo Scotti, la situazione è cambiata e il tema è sicuramente più sentito. Anche perché i divorzi, aggiungiamo noi, nella società italiana sono in costante aumentano, e i credenti non fanno eccezione. «Come Consulta riscontriamo che il numero delle diocesi che si è mosso attivando dei percorsi di accoglienza pastorale per separati e divorziati è in crescita. Le iniziative specificamente rivolte ai risposati sono però meno diffuse, mentre una percentuale ancora più esigua riguarda le persone che, pur essendosi separate, hanno coscientemente scelto di rimanere fedeli al sacramento del matrimonio, cioè di non contrarre una nuova unione».

Alcune realtà locali hanno già alle spalle una lunga esperienza in questo senso. È il caso ad esempio di Vicenza, dove a dirigere l’ufficio famiglia è don Battista Borsato, che sul tema del matrimonio e del divorzio ha anche pubblicato diversi libri. «Noi siamo partiti nel 1997, quando ero diventato direttore da circa due anni. Avevamo creato una commissione che aveva prodotto un documento intitolato Per una pastorale di accoglienza dei divorziati risposati, documento che il vescovo di allora, Pietro Giacomo Nonis, aveva a sua volta letto e approvato». Da quella proposta pastorale, «interna al magistero» ma, ci tiene a precisare Borsato, «percorsa da un afflato di accoglienza», sarebbe in seguito nato un gruppo, tuttora esistente, di soli divorziati risposati. «Al momento si tratta di una ventina di coppie, con le quali in passato abbiamo organizzato anche diverse iniziative, ad esempio, nel 2000, il “giubileo dei divorziati risposati”. Ora il tentativo è quello di far nascere gruppi analoghi nei vari vicariati, quindi di espandere e replicare quel modello».

Un’esperienza forse ancora più pionieristica di quella di Vicenza è quella di Como. «I primi passi li abbiamo mossi nel 1993», racconta ad Adista mons. Italo Mazzoni, attuale vicario episcopale per la pastorale. «Come équipe famiglia di Azione Cattolica avevamo svolto una lettura molto attenta del Direttorio di pastorale familiare. Ne è nata l’idea di avviare una riflessione coinvolgendo il più possibile l’Ufficio famiglia diocesano, il Centro di aiuto alla vita e il Consultorio “La Famiglia”. Siamo così arrivati a creare, più che un “gruppo di divorziati cattolici” (abbiamo sempre aborrito quest’idea), un “punto di incontro” fra alcuni fedeli separati, divorziati o risposati e la vita della Chiesa locale». Dopo qualche anno, quest’esperienza è stata volutamente sospesa. «Abbiamo preso questa decisione più che altro per favorire la nascita di realtà simili in altre zone della diocesi. Abbiamo così dato vita ad un laboratorio diocesano che, approfondendo diversi aspetti, ha poi stilato dieci proposte per avviare analoghe esperienze pastorali nei vari territori. Riteniamo infatti che sia giunto il tempo di far maturare questa sensibilità ancora di più a livello parrocchiale».

Il gruppo fondato a suo tempo da mons. Mazzoni raccoglieva al suo interno separati, divorziati e risposati. Non era pertanto esclusivamente rivolto, come ad esempio quello vicentino, a coloro che hanno contratto civilmente un nuovo matrimonio. Nella maggior parte dei casi, in effetti, i gruppi diocesani sono misti, anche se la specificità dell’esperienza dei risposati non manca di emergere al loro interno, soprattutto in relazione al tema dell’esclusione dall’eucaristia. «Si tratta di una questione che viene posta sempre con forza all’interno di questi gruppi», sostiene don Valter Danna, ex direttore dell’Ufficio di pastorale familiare e attuale vicario generale della diocesi di Torino. «Molti risposati si sentono infatti discriminati. Noi tuttavia cerchiamo di non fossilizzarci su questo aspetto: spieghiamo qual è la posizione del magistero, ma cerchiamo anche di far capire che essa non comporta un’esclusione dalla comunità: dalla Chiesa nessuno è escluso». Il gruppo di divorziati messo in piedi dalla diocesi di Torino si incontra con cadenza mensile, e si è caratterizzato nel tempo come un insieme di persone che sono all’inizio del percorso di separazione. «Abbiamo pertanto deciso di incentrare gli incontri non solo sull’aspetto spirituale, ma anche su quelli relazionali e psicologici, dando spazio ad esempio al tema del risentimento, un vissuto che è sempre presente in chi è reduce da un fallimento matrimoniale». Durante l’ultimo anno, ad ogni modo, è stato avviato anche un percorso specificamente dedicato alle coppie ricostituite. «La risposta è stata abbastanza buona: ad un primo incontro che abbiamo organizzato sono venute 15 coppie, tutte in situazione di nuova unione».

Il fatto che i gruppi per divorziati vengano spesso utilizzati come spazio per condividere una sofferenza e per contrastare il vissuto di esclusione dalla comunità trova conferma nelle parole di molti dei responsabili pastorali che abbiamo intervistato. Don Cristiano Arduini, incaricato dell’Ufficio famiglia della diocesi di Padova, concorda ad esempio con Danna circa la centralità dei sentimenti di rabbia che, oltre che contro il coniuge, possono essere talvolta diretti anche contro la Chiesa, dalla quale ci si sente discriminati. «Le prime volte, queste persone hanno soprattutto un grande bisogno di raccontarsi e di essere accettate», sostiene don Cristiano. «A poco a poco, tuttavia, si fa strada un sentimento diverso e la parola di Dio riacquista spazio, consentendo ai componenti del gruppo di ritrovare il volto evangelico di Gesù». Dello stesso avviso è anche Alfonso Colzani, che insieme alla moglie Francesca Dossi, è responsabile della pastorale familiare della diocesi di Milano (v. Adista n. 28/09). «Noi abbiamo in tutto una quindicina di gruppi strutturati territorialmente, e notiamo che spesso i partecipanti sono persone che hanno subito da poco il trauma della separazione. Attraversano quindi un momento di crisi acuta. Negli incontri offriamo loro un’occasione per esprimere la propria sofferenza e condividerla con altri, in un contesto di preghiera e ascolto della Parola. L’obiettivo di questi incontri mensili, strutturati su un percorso di tre anni, è anzitutto quello di accoglierli nel loro vissuto di fallimento e offrire loro un’occasione di elaborazione della propria vicenda alla luce della fede e anche dell’insegnamento magisteriale». Anche Federico Daveri, diacono incaricato dalla diocesi di Arezzo per la pastorale familiare, la pensa in maniera simile: «Cerchiamo soprattutto di combattere l’immagine di una Chiesa che punta il dito, di favorire un percorso di riconciliazione. Sono incontri che fanno molto bene a queste persone, perché consentono loro di alleggerirsi di un peso, di sentirsi accettate».

Eppure, quando arriva il momento di avvicinarsi all’altare, il diverso trattamento riservato ai risposati riemerge, tangibile e sotto gli occhi di tutti. C’è chi può ricevere l’ostia e chi no. A complicare la situazione, c’è inoltre un problema specifico di disinformazione, purtroppo diffusa anche fra i componenti del clero. «La questione dell’eucaristia», sostiene ad esempio Scotti «senz’altro esiste, ed è avvertita da molti come un problema. Ma alle volte, tanto nella comunità quanto fra i sacerdoti, si fa un po’ di confusione. Si vengono così a creare delle situazioni per cui vi sono addirittura dei semplici separati che si astengono dal sacramento, quando in realtà potrebbero benissimo accedervi». Sulla necessità di investire nella formazione del clero, don Danna è d’accordo: «Spesso sono i sacerdoti stessi a chiederci un chiarimento, a chiedere dei ragguagli su come comportarsi. Proprio per questo noi, come diocesi, abbiamo cercato di organizzare anche degli incontri di formazione per soli preti, ai quali io stesso partecipo sempre, portando però con me delle persone “in situazione”, ovvero delle coppie di risposati».

Eppure, fra i sacerdoti, vi è anche chi, pur conoscendo bene il magistero, ritiene giusto rimetterlo in discussione alla luce del sole. Don Jimmy Baldo, parroco presso la chiesa dei Tre Santi di Bolzano, ha seguito per anni un gruppo di separati, divorziati e risposati, e su questa questione è molto netto. «Io, in coscienza, non sento di potermi assumere la responsabilità di non dare la comunione a qualcuno. Come sacerdote, posso aiutare le persone a fare il proprio percorso, a guardarsi dentro. Dopo di che, se un fedele risposato che ha sofferto e che magari ha ritrovato la fede sente il bisogno di fare la comunione, non penso di avere nessun potere di negargliela. Qui si tratta di capire cos’è l’eucaristia. Se, come sembra alle volte, la consideriamo un premio, allora nessuno è degno. Ma l’eucaristia non è un premio, nasce piuttosto dal desiderio di comunione con Dio che ciascuno, facendo il suo cammino, riesce a maturare e, di fronte a questo, io che diritto ho di mettere in discussione la legittimità di un percorso interiore che una persona sta facendo?».

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Giovanni Cereti: passare da un approccio giuridico ad uno sacramentale

Giovanni Cereti, sacerdote genovese e teologo di lungo corso, è autore del volume Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva, pubblicato dalle edizioni Dehoniane per la prima volta nel 1977 e riproposto in seconda edizione nel 1998. In quel testo, don Cereti esaminava la questione dell’accesso all’eucaristia dei divorziati risposati a partire da un’analisi storica della prassi in uso presso la Chiesa delle origini, e avanzava alla comunità ecclesiale la proposta di riscoprire e sviluppare quella tradizione.

Lei ritiene, nell’affrontare la questione dei divorziati risposati, che sia necessario un cambio di paradigma. Ci può spiegare perché?

Innanzitutto vorrei premettere che, anche se è vero che io propongo una soluzione specifica, rispetto molto il lavoro di tutti quelli che cercano di affrontare e risolvere sul piano pastorale, in diversi modi, il grave problema dei divorziati risposati. Così come nutro un grandissimo rispetto e considerazione per coloro che lavorano nei tribunali ecclesiastici e alla Sacra Rota. Tuttavia ho proposto, ormai da quasi quarant’anni, un cambiamento radicale nella prassi della Chiesa cattolica nei confronti di queste persone: da un approccio giuridico e canonistico a un approccio penitenziale. Questo per ragioni tanto pastorali quanto ecumeniche.

Può illustrarci sinteticamente il contenuto di questa sua proposta?

In breve, sostengo che la Chiesa cattolica dovrebbe tornare alla prassi della Chiesa dei primi secoli: predicare la monogamia assoluta come ideale cristiano e assolvere, cioè riammettere all’eucaristia dopo la penitenza pubblica, coloro che hanno fallito il loro precedente matrimonio e poi sono entrati in una seconda unione. Questa era la prassi della Grande Chiesa in opposizione alle chiese novaziane e rigoriste, come dimostra il canone 8 del Concilio di Nicea, che imponeva ai novaziani che volevano rientrare nella Chiesa di accettare per iscritto i suoi insegnamenti e cioè di ammettere all’eucaristia, una volta ottenuta la riconciliazione attraverso la penitenza, gli apostati e i divorziati risposati.

Perché su questo punto la Chiesa sembra oggi aver imboccato una strada diversa da quella indicata a Nicea?

In realtà, il canone 8 è sempre stato riconosciuto dalla Chiesa ma veniva interpretato come se si riferisse ai vedovi risposati, mentre in realtà parlava proprio degli adulteri, cioè dei divorziati risposati. I novaziani, in effetti, escludevano dalla comunione i cosiddetti lapsi, cioè gli apostati nella persecuzione, e gli adulteri, ma l’adulterio era inteso nel senso del Vangelo, ovvero nel senso del ripudiare il proprio coniuge per sposarne un altro. Il Nuovo Testamento non esclude definitivamente questa categoria di persone dalla comunione. Erano i novaziani ad escluderle, mentre la Grande Chiesa li riammetteva dopo un periodo di penitenza, e questa prassi si è conservata nella Chiesa ortodossa. Questa interpretazione del canone 8 di Nicea è oggi pienamente accettata dalla comunità scientifica internazionale.

Quali possibilità ci sono, secondo lei, che questo approccio venga accettato dalla Chiesa?

Io osservo che, gradualmente, questa prassi penitenziale viene adottata nelle diverse Chiese locali del mondo, anche perché aiuta a rivalutare il sacramento della riconciliazione ed è molto più aderente al Vangelo, in quanto chiede alla comunità cristiana di impegnarsi per annunciare la bellezza del matrimonio monogamico, ma anche di esercitare la misericordia di Gesù Cristo nei confronti di coloro che, con colpa o no, non hanno potuto realizzare questo ideale. Personalmente ne ho ottenuto soltanto una relativa emarginazione nella Chiesa ma, alla fine della mia vita, ritengo che l’aver avanzato questa proposta sia stato il più grande servizio che ho potuto rendere alla comunità cristiano cattolica. L’esperienza mi dice infatti che «ciò che Dio ha unito, l’uomo non deve sciogliere»: se una unione si conclude con il fallimento, molto probabilmente non era stata unita da Dio mentre, al contrario, è forse proprio la seconda unione ad esserlo. (m. z.)

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