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Il papa conferma il suo luogotenente in Italia

http://chiesa.espresso.repubblica.it/ 7 marzo 2012

È il cardinale Angelo Bagnasco. Benedetto XVI lo vuole alla guida dei vescovi per altri cinque anni. Ed è l’unico caso al mondo in cui questa nomina è fatta dal papa, nonostante il parere contrario votato anni fa dalla conferenza episcopale

L’annuncio potrebbe essere dato oggi stesso, a cinque anni esatti dalla prima nomina. Benedetto XVI ha deciso di confermare per un ulteriore quinquennio il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, 69 anni compiuti il 14 gennaio, come presidente della conferenza episcopale italiana.

Questo vuol dire che quando il porporato ligure porterà a termine questo nuovo mandato diventerà il secondo presidente della CEI più longevo nell’incarico. Superando il cardinale Antonio Poma, che lasciò dopo 9 anni e 7 mesi, e mettendosi sulla scia del comunque irraggiungibile, per motivi anagrafici, cardinale Camillo Ruini, che ha guidato l’episcopato italiano per 16 anni, dal 4 marzo 1991 al 7 marzo 2007, quando, superati i 76 anni, Benedetto XVI accettò le sue dimissioni, nominando al suo posto proprio Bagnasco.

Al contrario di quanto avviene in quasi tutte le conferenze episcopali del mondo, in Italia la presidenza non è elettiva, ma di nomina pontificia. E questo perché il papa è vescovo di Roma e primate d’Italia.
Oltre all’Italia ci sono al mondo solo altri due casi in cui i vescovi non votano per il proprio presidente.
Uno è il Belgio, dove tale ruolo spetta all’arcivescovo in carica di Malines-Bruxelles.
E l’altro è la conferenza dei vescovi latini nei paesi arabi, presieduta “ex officio” dal patriarca latino di Gerusalemme.

C’è stato tuttavia un momento in cui è stata presa in considerazione l’ipotesi che anche la Chiesa italiana potesse eleggersi il proprio presidente e il proprio segretario generale. Anche quest’ultima carica, infatti, in Italia non è elettiva, unico caso al mondo.
Successe durante la 23ma assemblea generale della CEI celebrata a Roma dal 7 all’11 maggio del 1983. Nel corso dei lavori per l’approvazione del nuovo statuto della CEI – che, tra l’altro, avrebbe innalzato da tre a cinque anni la durata del mandato – i vescovi, “per superiore disposizione”, vennero invitati a procedere a una “votazione consultiva” circa la nomina del presidente e del segretario generale della conferenza, “da consegnare al Santo Padre, rimettendosi alla decisione del papa”.

La proposta che il presidente della CEI venisse eletto dall’assemblea ottenne i seguenti risultati: su 226 aventi diritto i votanti furono 185; i “placet” furono 145; i “non placet” 36; le schede bianche 4.
Mentre la proposta che il segretario generale venisse eletto dal consiglio permanente su indicazione del presidente della CEI riportò i seguenti risultati: votanti 185; “placet” 158; “non placet” 20; schede bianche 7.
Quindi a favore di un presidente eletto si espresse la maggioranza assoluta dei vescovi, anche se non venne superato, per soli sei voti, il quorum dei due terzi (in quel caso 151 voti) richiesto per le modifiche statutarie. Quorum che invece venne superato per l’elezione del segretario generale.
In ogni caso, il 25 ottobre 1984, durante la 24ma assemblea generale “straordinaria” celebrata a Roma, l’allora cardinale presidente Anastasio Ballestrero, arcivescovo di Torino, (che guidò la CEI per oltre sei anni) comunicò che Giovanni Paolo II aveva voluto riservarsi la nomina del presidente e del segretario della conferenza episcopale, “facendo notare come questa prassi costituisca un segno ulteriore di attenzione e benevolenza da parte del Santo Padre verso i vescovi e la CEI”.

Se la norma, quindi, prevede che sia il papa a scegliere il presidente della CEI, nulla essa dice riguardo alle modalità di consultazione che precedono questa scelta.
In due casi comunque le dinamiche procedurali adottate vennero ufficialmente rese pubbliche.

Il primo caso si verificò il 1° ottobre 1969, quando un asciutto comunicato su “L’Osservatore Romano” stampato nel pomeriggio dello stesso giorno informò che Paolo VI aveva convocato quella mattina “i cardinali titolari di sedi residenziali e il vicepresidente della CEI” (allora unico, mentre ora ce ne sono tre) per “procedere a consultazioni circa la nomina del nuovo presidente della stessa CEI, in sostituzione del compianto cardinale Giovanni Urbani”, deceduto il 17 settembre dopo che nel febbraio precedente era stato confermato per un triennio.
Il 3 ottobre del 1969 venne quindi nominato presidente l’arcivescovo di Bologna Antonio Poma, il quale, dopo essere stato confermato per altri due trienni il 17 giugno 1972 e il 21 maggio 1975, venne mantenuto da Giovanni Paolo I e da Giovanni Paolo II fino al 16 maggio 1979, quando lasciò l’incarico a 69 anni, avendo il papa nominato al suo posto Ballestrero.

E proprio due giorni dopo questa nomina, rivolgendosi all’assemblea della CEI riunita a Roma, Giovanni Paolo II comunicò di aver consultato i presidenti delle conferenze episcopali regionali e di aver scelto l’arcivescovo di Torino “essendo stato egli indicato dalla maggioranza dei presuli consultati”.
Ballestrero venne confermato per un ulteriore triennio il 19 luglio 1982 e lasciò la carica a 72 anni nel 1985. Il 1° luglio di quell’anno, infatti, Giovanni Paolo II nominò come suo successore il cardinale vicario di Roma Ugo Poletti, che rimase nell’incarico fino a 77 anni. Il 4 marzo 1991 iniziò la presidenza Ruini (che, caso unico nella storia CEI, vi arrivò dopo un quinquennio da segretario generale) durata fino al 7 marzo 2007. E il 17 gennaio di quello stesso 1991 Ruini aveva già preso il posto di Poletti come pro-vicario della diocesi di Roma.

Riguardo ai passaggi procedurali che hanno portato alla scelta papale di nominare Poletti, Ruini e Bagnasco, nulla è stato detto ufficialmente. Anche se risultano piuttosto abbondanti le ricostruzioni giornalistiche che hanno accompagnato questi passaggi. Con fughe di documenti riservati, seppur non in quantità massiccia come avviene di questi tempi.

Così quando il 14 febbraio 2006 Ruini venne confermato alla testa della CEI con la formula “donec aliter provideatur”, con un certo anticipo rispetto alla data del 6 marzo in cui cadeva la fine del suo terzo quinquennio presidenziale, si scrisse che questa celerità era dovuta all’effetto mediatico delle strane “primarie” promosse, con tanto di lettera riservata finita sui giornali nei giorni precedenti, dall’allora nunzio in Italia Paolo Romeo (oggi arcivescovo di Palermo e cardinale), che a nome del papa aveva chiesto a tutti i vescovi residenziali italiani di suggerire per lettera un nome per il dopo-Ruini.

Circolò la voce che lo stesso Ruini era stato preso alla sprovvista da questa iniziativa. E sarebbe stato colto di sorpresa anche il cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca prefetto di quella congregazione per i vescovi che sovrintende alle singole conferenze episcopali. Sembra infatti che entrambi questo porporati fossero convinti che il papa avesse in mente di consultare non tutti i vescovi italiani ma solo i presidenti delle sedici conferenze episcopali regionali, unitamente ai tre vicepresidenti della Cei.

Su come invece il sondaggio del nunzio Romeo sia stato allargato a tutti i vescovi residenziali circolarono due ricostruzioni. Le più maliziose attribuirono questo allargamento a un’iniziativa del segretario di Stato del’epoca, il cardinale Angelo Sodano, diretto superiore del nunzio. Un’altra ricostruzione raccontò che Sodano avesse convinto il papa a consultare l’intero episcopato italiano in nome di una maggiore collegialità. Sta di fatto che non se ne fece nulla.

Quando poi nei primi mesi del 2007 arrivarono al dunque le consultazioni effettive per il nuovo presidente, sui media si parlò di un contrasto tra il cardinale Ruini, che avrebbe desiderato come suo successore una figura “forte” dell’episcopato, come il cardinale di Venezia Angelo Scola, e il nuovo segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, che invece avrebbe preferito una personalità più sbiadita, come l’arcivescovo di Taranto, e all’epoca uno dei tre vicepresidenti della CEI, Benigno Papa.
Benedetto XVI non scelse nessuno dei due (anche se Scola lo ha poi voluto a Milano) e puntò invece sull’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, ecclesiastico cresciuto all’ombra di Ruini ma che Bertone aveva accettato di buon grado come proprio successore a Genova quando era stato richiamato a Roma come segretario di Stato.
La nomina colse comunque di sorpresa Bagnasco. Mentre tra il 29 gennaio e il 3 febbraio si trovava a Roma per la visita “ad limina” non ricevette alcun preavviso. Ma a metà febbraio annullò gli impegni presi in diocesi perché richiamato a Roma per comunicazioni “importanti”. Il 7 marzo 2007 venne ufficializzata la sua nomina a presidente della CEI per un primo quinquennio.

Nomina che ora viene raddoppiata dal papa senza particolari titubanze. Infatti, dopo il passaggio di Scola da Venezia a Milano (diocesi gigantesca la cui guida è di fatto incompatibile con la presidenza della CEI), per diversi motivi non c’era sul campo nessun titolare di diocesi cardinalizia che potesse “contendere” l’incarico.
Ma tornando alla nomina di Bagnasco nel 2007, è da notare che questa venne accompagnata da una lettera del cardinale Bertone del 25 marzo nella quale il segretario di Stato vaticano avocava al suo ufficio i rapporti con il mondo politico italiano.
La reazione di Bagnasco fu diplomaticamente risentita. Più volte il presidente della CEI – ad esempio nella sua prima prolusione del 26 marzo 2007 e poi al “Corriere della Sera” del 18 ottobre 2009 in una intervista successiva all’affaire Boffo – invocò il motu proprio di Giovanni Paolo II “Apostolos suos” del 1998 per rivendicare alla conferenza episcopale la titolarità di questi rapporti. Col risultato paradossale che un documento pensato dalla Santa Sede per ridimensionare il potere delle conferenze episcopale rispetto all’autorità del singolo vescovo e della Chiesa universale è stato utilizzato da un presidente di conferenza per rivendicare la propria autonomia d’azione nei confronti del più importante dicastero vaticano.

Riguardo alla titolarità dei rapporti con il potere politico italiano, qualche conflitto di competenze tra la CEI e la segreteria di Stato vaticana è per certi versi inevitabile. E c’è sempre stato.

Resta memorabile, ad esempio, la lettera del 22 agosto 1963 di Paolo VI al cardinale Giuseppe Siri – anche lui arcivescovo di Genova e presidente della CEI dal 1959 al 1964 – fatta pervenire col vincolo di segretezza a tutti i vescovi membri nella riunione plenaria del 27-28 agosto di quell’anno.

In quella lettera Paolo VI affermava che alla segreteria di Stato “rimane affidata la cura di esaminare quanto la CEI credesse bene stabilire circa le questioni concernenti la presenza dell’azione della Chiesa nella società civile, e di dare in proposito eventuali opportune istruzioni”.

Lo storico Paolo Gheda (in “Siri. La Chiesa, l’Italia”, Marietti, 2009) interpreta questa lettera come un diktat per “subordinare” l’”attività pubblica di carattere politico” della CEI presieduta da Siri alle “direttive espresse dalla segreteria di Stato”.

Inoltre, si ricorda che nei primi mesi del 2001 – con le elezioni politiche nazionali in calendario a maggio – l’allora cardinale segretario di Stato Sodano iniziò una serie di consultazioni con i leader politici italiani.
Ma ebbe il tempo di ascoltare solo Francesco Rutelli e Silvio Berlusconi. L’iniziativa – si scrisse – venne bloccata sul nascere dal presidente della CEI dell’epoca, il cardinale Ruini.

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