Home Chiese e Religioni La novità di Gesù: l’amore diventa criterio di tutto di G.Girardi

La novità di Gesù: l’amore diventa criterio di tutto di G.Girardi

da: Giulio Girardi, Per una teologia della pace. Il progetto di pace nella lotta di Gesù e nella nostra

Per Gesù come per i profeti, la denuncia della religione è un momento essenziale della missione, ma subordinato all’annuncio, la critica della cultura dominante tende a creare le condizioni per instaurare una nuova cultura, per formare un uomo e un popolo nuovo, soggetto della nuova alleanza.

Come si caratterizza questa cultura? Se la contestazione della cultura dominante era stata globale e radicale, è da attendere che anche l’alternativa lo sia. Il luogo della rottura, e quindi della novità, è indicato dalla stessa critica: essa colpiva, in ultima analisi la pretesa di separare l’amore della legge dalla legge dell’amore, il culto di Dio dall’amore degli uomini. Il fuoco con cui Gesù ha bruciato l’antica cultura è quello dell’amore; è lo stesso fuoco che accenderà la nuova, che sarà l’anima dell’uomo e del popolo nuovo.

È infatti l’amore il “comandamento nuovo” di Gesà (Giov. 13, 34), il segno in base al quali si potranno riconoscere i suoi discepoli. Il distintivo non è quindi né un abito, né una formula rituale, né un motto, ma un orientamento fondamentale della vita.

Certo, Gesù associa strettamente l’amore di Dio e quello del prossimo: “non vi è nessun comandamento più importante di questi due” (Mc. 12, 29). Ma molto spesso, quando designare il suo comandamento, si concentra unicamente sull’amore umano: “il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi… voi siete miei amici, se fate quello che io vi comando” (Giov. 15, 12-14, cfr. Il Giov. 5-6). “Chi ubbidisce a questo unico comandamento, spiegherà Paolo, ama il prossimo tuo come te stesso, mette in pratica tutta la legge” (Gal. 5, 14; cfr. 6, 2). “Chi ama il prossimo ha ubbidito a tutta la legge di Dio… in questo comandamento sono contenuti tutti gli altri… quindi chi ama compie tutta la legge”. (Rom. 13, 8-10, cfr. Col. 3, 14). Il giudizio finale, secondo la narrazione di Matteo, è l’espressione più chiara e drammatica della centralità dell’amore dei fratelli (Mt. 25, 40). L’amore quindi non è solo, per Gesù, il primo dei comandamenti, ma è il perno di tutto il suo progetto di uomo e di popolo. È il comandamento unico.

Comandamento che peraltro Gesù non separa mai dalla sua propria fatica: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”. È l’amore il momento più profondo dell’unità fra la vita è il messaggio di Gesù: la nuova cultura non ha quindi come perno solo un comandamento, ma una Persona, consacrata totalmente ai suoi fratelli e al suo popolo, fino a dare la vita per essi. La sorgente ultima della nuova cultura di Gesù: è la novità e l’impatto profetico della sua persona.

Rimane così più chiaramente definito il progetto di vita di gesù, il contenuto di questa volontà del Padre, che è il suo cibo. Ma rimane anche ulteriormente definito il suo progetto storico, quello di un’immensa comunità di persone, che si amino le une le altre come Egli le ha amate, e che siano per ciò stesso testimoni del suo amore e dell’amore del Padre.

La novità dell’orientamento di Gesù emerge dai suoi continui contrasti che abbiamo illustrato con quello dominante. Quando per esempio ai farisei che lo criticano, perché raccoglie spighe e cura ammalati il giorno del sabato, risponde: “il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc. 2, 27); o quando lo criticano perché mangia con pubblicani e peccatori, ricorda loro: “andate a imparare che cosa significa quello che Dio dice nella Bibbia: io desidero la misericordia, non i sacrifici” (Mt. 9, 13). Particolarmente espressivo è Gesù quando paragona la reazione del sacerdote e del levita a quella del samaritano di fronte allo sconosciuto, aggredito dai ladri, che incrontrano sul loro cammino. Gesù domanda al maestro della legge, che aveva di fronte: “secondo te, chi di questi tre si è comportato come prossimo per quell’uomo che aveva incontrato i briganti?” sente la risposta: “quello che ha avuto compassione di lui”, e commenta: “va e comportati allo stesso modo” (Lc. 10, 25).

La parabola del buon samaritano è uno degli innumerevoli passi nei quali Gesù si preoccupa di dare al comandamento dell’amore un senso concreto, cioè materiale, storico, economico. E la pratica di questo amore storico, il segno che Egli è l’inviato di Dio. Quando Giovanni Battista dal carcere gli manda alcuni suoi discepoli a domandargli: “sei tu quello che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?”, Gesù risponde presentanto le sue credenziali: “andate e raccontate a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunciata ai poveri” (Mt. 11, 2-5).

Una certa apologetica cattolica ci ha abituati a vedere nei miracoli di Gesù in primo luogo i segni della sua potenza e divinità. In realtà, Gesù appare molto più preoccupato di manifestare con essi la sua umanità e il suo amore, e per ciò stesso l’amore del Padre. Come scrive Paolo: “ecco che Dio nostro Salvatore ci ha rivelato la sua bontà e il suo amore per gli uomini” (a Tito 3, 4).

Ma l’espressione più tagliente della centralità dell’amore nella morale e nella religione di Gesù è il racconto del giudizio finale, nel cap. 25 di Matteo. Si tratta chiaramente di un amore concreto, materiale, storico: dare da mangiare a quelli che hanno fame, da bene a quelli che hanno sete, ospitare i senzatetto, vestire chi non ha i mezzi per farlo, visitare gli ammalati e i prigionieri. Inoltre il valore salvifico di questo amore non dipende da una esplicita motivazione religiosa. Non sono atti compiuti per amore di Dio, ma per amore dell’uomo. Quanti li hanno praticati non immaginavano che il loro destinatario fosse Cristo, quanti non li hanno praticati, non immaginavano di averli rifiutati da Lui. Ciò che discrimina più profondamente gli uomini, agli occhi di Gesù, non è il culto, ma l’amore.

L’amore per gli uomini è l’ispirazione profonda del suo pensiero e della sua vita, il principio unificante del suo progetto personale e storico. Un amore senza limiti, perché Gesù giunge a “dare la vita per i suoi amici” (Giov. 15, 9). “L’amore con cui mi hai amato, dice Gesù al Padre, sarà in loro, e anch’io sarò in loro” (Giov. 17, 26).

Allora, questa identificazione tra Gesù e il Padre è la radice ultima del grande progetto di unificazione che essi stanno sviluppando nella storia: “fa che siano tutti una cosa sola: come tu Padre, sei in me, e io sono in te, anch’essi siano uno in noi. Anch’essi siano una cosa sola come noi: io unito a loro e tu unito a me. Così potranno essere perfetti nell’unità, e il mondo potrà capire che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (Giov. 17, 20-23).

È questa la notizia, il cuore del messaggio di Gesù, della sua novità; il cuore della nuova storia e della nuova cultura che egli intende instaurare.

Questo amore è universale ma non è senza preferenza: discrimina a favore dei poveri

L’aspetto più sorprendente dell’amore, è la sua universalità. La quale però non diventa autenticamente innovatrice, se non si esprime in modo discriminatorio. Se cioè essa non discrimina i discriminatori, affermando la sua presenza per gli emarginati. Nall’amore come in altre dimensioni della vita sociale vale il principio summum ius summa iniuria (il rispetto formale del diritto può diventare ragione d’ingiustizia). Ossia: l’uguaglianza di trattamento, in una situazione di grave disuguaglianza, è una forma di ingiustizia. L’amore, per essere veramente universale, non può essere egualitario. L’amore per gli emarginati, o è preferenziale o è illusorio.

Gli emarginati ai quali Gesù si riferisce sono in primo luogo i poveri in senso economico: quelli che hanno fame e sete, che non hanno di che vestirsi. La preferenza di Gesù per loro è evidente e scandalosa. Egli viene, come aveva previsto Isaia, per dare loro la notizia della loro liberazione (Is. 61, 1; Lc. 4, 18; Mt. 11, 5). Essi sono i destinatari privilegiati del regno, come dice S. Giacomo: “Dio ha scelto quelli che agli occhi del mondo sono poveri, per farli diventare ricchi nella fede e dar loro quel regno che egli ha permesso agli uomini che lo amano (Giac. 2, 5). Giacomo contrappone espressamente questa scelta di Dio al comportamento spontaneo degli stessi cristiani, ispirato ancora al rispetto dei ricchi e al disprezzo per i poveri (Giac. 2, 1-4). La misura della novità del messaggio e della pratica di Gesù è data dallo scandalo che egli provoca nei benpensanti. Tanto che egli, parlando con i discepoli di Giovanni, dopo aver proclamato la sua scelta dei poveri, sente il bisogno di aggiungere: “beato chi non sarà scandalizzato di me” (Mt. 11, 6).

La scelta è ricambiata: i poveri sono i più disponibili a credere in Gesù

E con loro tutti gli emarginati e gli impuri. Il manifesto di questo rovesciamento dei valori imperniato di sull’amore è il discorso delle beatitudini: nel quale appunto Gesù proclama beati i poveri e poveri i ricchi (Lc. 6 20,26). Nella sua eccezionale sensibilità religiosa, Maria, madre di Gesù, coglie profondamente il senso di questo cambiamento di prospettiva. Secondo lei il Signore “ha rovesciato i potenti dai loro troni, gli umili invece li ha molto innalzati. Ha colmato di beni gli affamati, i ricchi invece li ha mandati via a mani vuote” (Lc. 1, 52-53).

L’identificazione di Gesù con i fratelli, costitutiva dell’amore, si realizza con particolare intensità là dove risulta più paradossale cioè con i più piccoli di loro, i più bisognosi, come Gesù chiarisce descrivendo il giudizio ultimo (Mt. 25). Egli stesso del resto è di famiglia modesta, tanto che i suoi conterranei si stupiscono di questa sua saggezza (“ma non è il figlio di Giuseppe?” lc. 4, 14). Egli “non ha dove posare il capo” (Mt. 8, 20, cfr. Lc. 9, 57). La sua predicazione si dirige prevalemtemente ai settori popolari; e tra loro sceglie i suoi principali collaboratori.

Tuttavia la sua preferenza per i poveri non si fonda solo sulla loro indegenza, ma anche sulla particolare sensibilità morale e religiosa che la loro condizione sociale favorisce. Conosciamo già la convinzione di Gesù a questo riguardo: “Ti ringrazio, Signore di tutto l’universo… perché hai voluto far conoscere a gente povera e semplice quelle cose che hai lasciate nascoste ai sapienti e agli intelligenti” (Mt. 11, 25).

In effetti, la collocazione sociale e di classe degli ebrei, senza essere meccanicamente determinante, influisce significativamente nelle prese di posizione di fronte a Gesù. Lo constatano con acredine i suoi stessi nemici. Durante una festa dei tabernacoli, dopo che Gesù era salito al tempio e si era messo ad insegnare, la gente si divide nel giudizio su di lui, “la gente aveva idee diverse su Gesù” (Giov. 7, 43). Le stesse guardie del tempio sono impressionate dalla sua persona, non osano arrestarlo nonostante gli ordini ricevuti, e dicono: “nessun uomo ha mai parlato come lui” (Giov. 7, 46). “I farisei replicarono: “vi siete lasciati incantare anche voi? Nessuno tra le autorità o i farisei si fida di lui; solo questa maledetta gente del popolo, che non conosce la legge” (Giov. 7, 47-49). La stessa cosa fa capire Giovanni là dove afferma: “molti credettero in Gesù, anche fra i capi. Ma non lo dichiaravano davanti ai farisei, per non essere espulsi dalla loro comunità” (Giov. 12, 42). In altre parole: l’adesione a Gesù dei capi rimane un fatto isolato e nascosto; normale invece e palese è l’adesione della “maledetta gente del popolo”.

Nella prospettiva di Gesù i poveri economicamente sono un settore particolare, e particolarmente significativo, di un’area più vasta, quella degli emarginati. Nella gerarchia dei valori da lui instaurata, viene riconosciuta a tutti loro una grande funzione sociale e storica. Così Gesù stabilisce un nuovo rapporto con quegli impuri che erano i samaritani, mettendo in luce le loro qualità morali e religiose (Lc. 10, 29); parlando loro tra la sorpresa dei discepoli dell’acqua con cui egli disseterà tutti gli uomini (Giov. 4, 1-27), giungendo a passare alcuni giorni con loro (Giov. 4, 40-43). Egli mangia con quegli altri impuri che sono i pubblicani e i peccatori, provocando molto scandalo presso i benpensanti, i farisei e gli scribi (Mt. 9, 9-12, Mc. 2, 1-17). Egli non vuole che i suoi discepoli allontanino i bambini “perché il regno dei cieli appartiene a coloro che assomigliano ai bambini” (Mt. 19, 14).

Egli trova molta difficoltà nell’educare i discepoli a questa nuova gerarchia

Essi sono sempre tentati di tornare ai valori dominanti. Un giorno arrivarono a Cafarnao. Quando Gesù fu in casa, domandò ai discepoli: “di che cosa stavate discutendo per strada?” ma essi non rispondevano. Per strada infatti avevano avuto una discussione per sapere chi di loro era il più importante. Allora Gesù, sedutosi, chiamò i dodici discepoli e disse loro: “se uno vuol essere il primo, dev’essere l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. poi prese un bambino, lo portò in mezzo a loro, lo tenne in braccio e disse: “chi accoglie uno di questi bambini per amor mio, accoglie me. E chi accoglie me, accoglie il Padre che mi ha mandato” (Mc. 9, 33-37).

In ragione di questo amore Gesù contesta il sistema vigente e la cultura di violenza e di guerra. Ma forse l’aspetto dell’amore che manifesta più chiaramente la sua novità e la sua forza sovversiva, è la generosità con i nemici, la capacità di perdonarli, di credere che anch’essi possono convertirsi. “Sapete ce si dice: ama i tuoi amici, odia i tuoi nemici. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano. Facendo così, diventerete veri figli di Dio, vostro Padre, che è in cielo. Perché egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere per quelli che fanno il bene e per quelli che fanno il male. Se voi amate soltanto quelli che vi amano, che merito avete? Anche i malvagi si comportano così! Se saluterete solamente i vostri amici, fate qualcosa di meglio degli altri? Anche quelli che non conoscono Dio si comportano così! Siate dunque perfetti, così com’è perfetto il Padre vostro che è in cielo” (Mt. 5, 43-48).

Come sempre, e più che mai, il comandamento di Gesù traduce il suo sentimento profondo, la sua pratica. “Padre, dirà dalla croce, perdonali, perchè non sanno quello che fanno” (Lc. 23, 33). La perfezione del Padre, alla quale Gesù si riferisce qui, è la illimitatezza del suo amore. In essa Gesù indica, una volta di più, la radice della rivoluzione culturale. È in ultima analisi perché è l’Amore, che Dio è anticonformista, e quindi contesta le culture fondate sul dominio dell’uomo sull’uomo. È in ultima analisi perché crede nell’amore, che il cristiano è per vocazione radicalmente anticonformista, decisamente sovversivo.

È a motivo della sua forza di contestazione radicale, lo abbiamo visto, che l’amore di Gesù ha dovuto essere conflittuale. Gesù non poteva essere fedele all’amore senza mettere in questione la cultura e il sistema sociale che giustificava la segregazione. Egli certo ama i suoi nemici; ma non per questo cessa di combatterli fino alla fine.

Perché egli sa che questa lotta può essere mortale. Anzi, poco a poco, giunge alla certezza che lo sarà. Ma non indietreggia. Nello stesso dispositivo della sntenza che lo colpisce si esprime clamorosamente quella ipocrisia, quella falsità, che egli aveva denunciato tutti i giorni. Il Figlio di Dio viene condannato in nome di Dio; viene condannato perché ha insultato Dio, perché ha bestemmiato come esclama scandalizzato il Sommo Sacerdote, strappandosi le vesti; viene condannato per difendere il primato di Dio e dello spirituale. Ma una volta di più il nome di Dio non serve a proclamare la verità ma a occultarla: a difendere così gli interessi del gruppo dominante, dei proprietari di Dio. Perché la predicazione di Gesù e soprattutto la sua pratica, contesta radicalmente il sistema dei valori dominanti; Gesù seduce le turbe con le sue idee sovversive; con la sua stessa esistenza pacifica, con il suo messaggio di amore, con la sua identificazione con i segregati, egli minaccia il potere ideologico. E non solo quello.

Questo retroterra ci consente di capire meglio in senso della morte di Gesù

Egli muore per amore, certo. Ma è un amore che mette in questione l’ordine sociale. Muore per i peccati degli uomini, certo, ma più concretamente per il peccato dei gruppi di potere religioso, per il peccato di trasformare la religione in produzione di feticci in strumento di oppressione.

Così, l’esecuzione di Gesù, come quella dei profeti che l’hanno preceduto, smaschera l’ispirazione profonta della cultura dominante: cultura di violenza e morte, cultura di guerra. L’esecuzione legale di Gesù è il momento più alto nella storia della violenza sacralizzata, e pertanto della cultura sacralizzatrice della violenza. I sacerdoti enunciano il principio di questa cultura: “noi abbiamo una legge, e secondo questa legge egli deve morire”.

La pace annunciata da Gesù si estende a tutta la terra, comprende tutta la creazione

Questa meditazione sulla storia di Gesù, ci fornisce degli elementi per penetrare più profondamente nel suo progetto di pace. Qual è, alla luce della sua vita e della sua morte, il significato della pace che egli offre? Qual è il rapporto tra la pace che Gesù persegue, e quella che Iavhé aveva promesso al popolo dell’alleanza?

Ciò che colpisce a prima vista, è che, nella prospettiva di Gesù, gli orizzonti della pace si estendono al di là delle frontiere d’Israele, a “tutti gli uomini che Dio ama” (Lc. 2, 14). Gli apostoli debbono essere testimoni di Gesù a Gerusalemme, in tutta la Giudea, e fino ai confini della terra (Atti 1, 8; 5, 9; 7, 9; 11, 9; 13, 7; 14, 6).

Questa universalità trova un’espressione lirica nella visione dell’apocalisse: “dopo vidi ancora una grande folla di persone di ogni nazione, popolo, tribù e lingua, che nessuno riusciva a contare. Stavano di fronte al trono e all’Agnello vestite di tuniche bianche, e tenendo rami di palma in mano” (Ap. 7, 9).

Tuttavia, in questa visione universalistica, non mancano di avere una menzione speciale quelli che maggiormente hanno sofferto. “Sono quelli che vengono dalla grande persecuzione. Hanno lavato le loro tuniche purificandole con il sangue dell’Agnello… non avranno più fame né sete, né soffriranno il sole e l’arsura. L’Agnello che è in mezzo al trono avrà cura di loto, come un pastore ha cura delle sue pecore; e li guiderà alle sorgenti dell’acqua che dà la vita, e Dio asciugherà ogni lagrima dai loro occhi” (Ap. 7, 14-17).

“Allora io vidi un nuovo cielo e una nuova terra, il primo cielo e la prima terra erano spariti, e il mare non c’era più, e vidi venire dal cielo, da parte di Dio, la santa città, la nuova Gerusalemme, ornata come una sposa pronta per andare incontro allo sposo. Una voce forte che veniva dal trono, esclamò: “Ecco l’abitazione di Dio fra gli uomini; essi saranno suo popolo ed egli sarà “Dio con loro”. Dio asciugherà ogni lagrima dai loro occhi. Non ci sarà più né lutto né pianto né dolore. Il mondo di prima è scomparso per sempre”. Allora Dio dal suo trono disse: “Ora faccio nuova ogni cosa”. Poi mi disse: “scrivi, perché ciò che dico è vero e degno di essere creduto”” (Ap. 21, 1-4).

Altro particolare importante, nella topografia della Città futura: “non vidi nessun santuario nella città perché il Signore Dio onnipotente e l’Agnello, sono il suo santuario”. L’universalità della città futura, e quindi il progetto di Dio, e di Gesù, è in ultima analisi la risposta a una esigenza di amore, che rompe tutte le barriere. Se l’ideale di purezza poteva esigere la separazione del popolo eletto, e l’esclusività del suo tempio, l’ideale di amore invece esige l’estensione del popolo di Dio fino ai confini della terra come aveva intuito Isaia (6G, 18). L’universalità dell’amore di Gesù significa l’universalità della sua morte. Dice Giovanni commentando la sentenza di morte pronunciata da Caifa contro Gesù: “Come sommo sacerdote, fece una profezia: disse che Gesù sarebbe morto per la nazione, e non soltanto per la nazione, ma anche per unire i figli di Dio dispersi” (Giov. 11, 51)

È questo anche il pensiero di Paolo: “Cristo è la nostra pace: egli ha fatto diventare un unico popolo i pagani e gli ebrei; egli ha demolito quel muro che li separava e li rendeva nemici. Infatti, sacrificando se stesso, ha abolito la legge giudaica con tutti i regolamenti e le proibizioni. Così ha creato un nuovo popolo e ha portato la pace fra loro; per mezzo della sua morte in croce li ha uniti in un solo corpo, e li ha messi in pace con Dio. Sulla croce, sacrificando se stesso, egli ha distrutto ciò che li separava. Come dice la Bibbia: “Egli è venuto ad annunziare il messaggio di pace: pace a voi che eravate lontani, e pace a quelli che erano vicini” (Ef. 2, 14-17).

Poco dopo, Paolo sembra riempirsi egli stesso di meraviglia, di fronte alla ricchezza e misteriosità di questo piano di Dio, ed esclama: “A me, che sono l’ultimo di tutti i cristiani, Dio ha dato la grazia di annunziare ai pagani le infinite ricchezze di Cristo. Dio creatore dell’universo, mi ha incaricato di far conoscere a tutti come egli realizza quel progetto che aveva sempre tenuto nascosto dentro di sé” (Ef. 3, 8-10). Per questo, egli prega per gli Efesini perché, dice: “siate saldamente radicati e stabilmente fondati nell’amore. Così voi insieme con tutto il popolo di Dio, potrete conoscere l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza, e la profondità dell’amore di Cristo, che è la più grande di ogni conoscenza” (Ef. 3, 17-18).

Nella storia del popolo di Dio, l’universalità della pac significa l’universalità del progetto di liberazione. Perché la fedeltà a Iavhé si traduce concretamente nella fedeltà all’evento fondatore, l’evento pasquale, la liberazione dall’Egitto. Ora la fedeltà all’evento pasquale porta con sé per il popolo d’Israele l’impegno di lottare contro tutte le forme di schiavitù, dentro il paese, ma anche fuori. Il che implica un progetto di riconciliazione e di pace mondiale.

Gesù tira queste conseguenze, le formula apertamente, le sanziona con la sua morte e risurrezione. Così la pasqua, feste della liberazione d’Israele, diventa la festa della liberazione universale: di tutti i popoli, classi, razze, sessi, minoranze etniche, ecc. La pasqua di risurrezione è la festa della terra nuova e dei cieli nuovi, la festa dell’utopia che comincia a realizzarsi, e che certo un giorno si realizzerà, la festa della pace.

Ma vi è di più. L’universalità del progetto di pace come lo intende Paolo non abbrazzia solo gli uomini, ma tutti gli esseri dell’universo. “Dio ci ha fatto conoscere il segreto progetto della sua volontà, quello che fin da principio generosamente aveva deciso di realizzare per mezzo di Cristo. Così Dio conduce la storia al suo compimento, riunisce tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra sotto un unico capo, Cristo” (Ef. 1, 9-10). “Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli. Il creato è stato condannato a non avere senso, non perché esso l’abbia voluto, ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Vi è però una speranza: anch’esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà dei figli di Dio. Noi sappiamo che fino a ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce (Rom. 8, 20-22). Dio ha voluto essere pienamente presente in Cristo, e per mezzo di lui ha voluto rifare amicizia con tutte le cose, con quelle della terra e con quelle del cielo; per mezzo della sua morte in croce Dio ha fatto pace con tutti” (Col. 1, 19-20).

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