Home Chiese e Religioni Lo Stato “laico” del Card. Bagnasco: confessionale e antiabortista

Lo Stato “laico” del Card. Bagnasco: confessionale e antiabortista

Eletta Cucuzza
www.adistaonline.it

Se volete comportarvi da esseri umani, non potete, voi politici, che attuare l’agenda che la Chiesa vi detta. Questo il messaggio sottostante al discorso pronunciato ai parlamentari di Camera e Senato, nel cosiddetto “incontro pre pasquale”, dall’arcivescovo di Genova card. Angelo Bagnasco nello stesso giorno (7 marzo) in cui è stato confermato dal papa quale presidente della Cei per altri tre anni. Tema svolto: “La questione antropologica nella Dottrina Sociale della Chiesa”.

Il cardinale si è appellato all’appartenenza umana e non all’identità cristiana degli astanti, i quali non tutti si definiscono cristiani; ne avrebbero sofferto la capacità di convinzione e l’autorevolezza dell’oratore. L’appello è stato alla comune appartenenza umana, con la premessa che l’homo o è religiosus o non è: «La storia attesta – ha spiegato – che l’esperienza religiosa costituisce un elemento imprescindibile della vita dell’uomo», «che lo rende qualitativamente diverso dal mondo in cui vive». Ne consegue che l’esperienza religiosa va «considerata come un elemento indispensabile anche nel contesto di uno Stato laico, perché rappresenta il segno più alto della libertà dell’uomo e lo Stato lo deve difendere e promuovere. Se al contrario esso favorisse forme di ateismo pratico, svuoterebbe l’umanità delle persone sottraendo ai suoi cittadini la forza morale e spirituale indispensabile per impegnarsi nello sviluppo umano integrale. Ciò accade – ecco le prime “istruzioni per l’uso” destinate ai politici – quando non sono rispettati i giorni festivi, quando viene sfavorita l’edificazione di luoghi di culto o interdetta l’esposizione di simboli religiosi».

«Al bene dell’uomo, che non può prescindere dalla sua relazionalità e trascendenza – ha insistito il presidente della Cei –, ogni ambito della società deve concorrere come al suo fine primario», in modo da «evitare gli estremi di un collettivismo che subordina il bene delle singole persone a quello della società, e di un individualismo che trascura la responsabilità di ciascuno per la collettività». «Di fondamentale importanza è la dedizione di tutti i cittadini al bene comune», in particolare attraverso «l’impegno nell’azione politica», che è una «forma di servizio» e, in quanto tale, «espressione di carità» che «può contrastare la tendenza oggi diffusa al disinteresse della politica».

Il «rispetto della vita» è il richiamo successivo di Bagnasco: «Il mancato rispetto della vita e il disprezzo delle situazioni di sofferenza o inefficienza rendono sempre più difficile la valorizzazione e lo stesso riconoscimento della dignità di ogni individuo. Ciò ha rilevanti conseguenze sulla società, in cui è possibile creare condizioni di giustizia solo a partire dal rispetto dei beni fondamentali, il primo dei quali è la vita stessa.

«Se non si preoccupa di tutelare anzitutto i più deboli, lo stesso ordinamento democratico – ha paventato il presidente della Cei – viene scosso nelle sue radici». «La democrazia, come sistema che riconosce e apprezza il contributo di ogni cittadino, perché uguale in dignità a tutti gli altri, si sottomette così al potere del più forte o alle decisioni arbitrarie della maggioranza. Bisogna dire pubblicamente che il criterio della messa ai voti delle decisioni da assumere trova un limite nei valori fondamentali della persona umana, che vanno sempre rispettati».

L’arcivescovo di Genova ha poi definito «suicidio demografico» il «calo delle nascite» nel nostro Paese. Non lo ha detto apertamente ai onorevoli presenti, ma ha richiamato al «valore della vita umana» che si manifesta «nella generazione della vita». Dunque – altro lavoro per i parlamentari – via la legge sull’aborto, via il consenso legale e la propaganda degli anticontraccettivi artificiali, meccanici o chimici che siano, stop a leggi che misconoscano che «la famiglia è il luogo dove i figli sono naturalmente generati, accolti ed educati» e che vada «promossa difesa e sostenuta», e cioè niente riconoscimenti delle coppie di fatto, né omo né etero, e nessun affidamento filiale ad esse.

Sulle leggi anti-immigratorie il card. Bagnasco ha dato un giudizio severo quando ha detto: «Sarebbe ipocrita atteggiamento basato semplicemente sulla strategia del respingimento e non su un fattivo impegno per lo sviluppo dei Paesi di provenienza». «Il fenomeno necessita – è il compito affidato ai politici ­– di essere gestito e regolato sapientemente», anche se «chiede di non essere ideologizzato o portato agli estremi del disprezzo dell’altro».

Dal suo discorso, Bagnasco ha tratto tre conclusioni: «La prima riguarda il principio di sussidiarietà», in base al quale lo Stato «è chiamato a svolgere una funzione di servizio nei confronti delle realtà di livello inferiore, aiutandole ad impiegare le loro potenzialità a servizio di tutti» (scuole e ospedali cattolici sono un servizio pubblico, e intanto niente Imu). La seconda conclusione è relativa alla «verità», per cui la «politica dovrà aprirsi al riconoscimento dei valori irrinunciabili» (i famosi “non negoziabili”, nei quali peraltro rientrano tutti i compiti assegnati in precedenza). L’«ultima suggestione è legata al tema della carità» che è «in intima correlazione» con la verità e che deve essere «il principio ispiratore del proprio agire, oltre che delle proprie scelte politiche»: la prospettiva è quella «di preferire una società solidale a una individualistica».

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