Home Chiese e Religioni Dietro gli abusi sessuali del clero, il disfacimento dell’«ultimo sistema feudale in Occidente

Dietro gli abusi sessuali del clero, il disfacimento dell’«ultimo sistema feudale in Occidente

Tom Roberts
Adista Documenti n. 12/2012

La crisi degli abusi sessuali non riguarda fondamentalmente il sesso. Tale designazione è un’etichetta di comodo applicata a un problema più profondo e strutturale che, al suo interno, ha a che fare con il potere e l’autorità e con il modo in cui questi vengono vissuti nella Chiesa. La crisi degli abusi sessuali è, per essere più precisi, una crisi della cultura clericale/gerarchica, la quale non può più conservare la propria superiorità con il pretesto dell’autorità o con la rivendicazione di una qualche differenza ontologica rispetto al resto del genere umano.

I vescovi, da quello di Roma in giù, pretendono di esercitare un’autorità assoluta sui dettagli più intimi della vita dei cattolici sotto la loro giurisdizione. (…). Questi sono gli uomini che (sempre di più) decidono chi ha il permesso di parlare dei beni della Chiesa (…). Questi sono gli uomini che possono, con una bolla o una notifica, mettere in discussione una vita di lavoro di un teologo. Questi sono gli uomini che possono dire di conoscere la mente di Dio così bene da dichiarare con certezza che milioni di esseri creati da Dio, gli omosessuali, sono afflitti da un «disordine oggettivo» e quindi condannati a una vita senza intimità sessuale, se non vogliono cadere in un «male intrinseco». Questi sono gli uomini che raccontano alle coppie sposate che c’è un solo modo per prevenire una gravidanza, indipendentemente da altri fattori (…).

Che dicono chiaramente ai cattolici che divorziano e si risposano che sono sgraditi alla tavola eucaristica. Questi sono gli uomini che annunciano pubblicamente che individui e istituzioni sono spogliati della loro identità cattolica, espulsi dalla comunità, se assumono in coscienza decisioni strazianti nel momento più estremo della pratica medica. Che dicono di essere i soli e definitivi arbitri nell’interpretazione di una complessa legislazione federale, e dichiarano che i politici in disaccordo con le loro strategie non possono ricevere l’eucaristia. Questi sono gli uomini che possono emarginare, e in casi estremi scomunicare, gli intellettuali della comunità, perché hanno il coraggio di porre la questione dell’ordinazione delle donne o dei preti sposati. Lo stesso destino attende coloro (…) che cercano di vivere la fede e di testimoniare i misteri del cristianesimo in un’epoca di pluralismo globale.

Questi sono gli uomini che hanno tutte le risposte, che decidono cosa si può e non si può dire, con chi possiamo avere intimità, come deve essere portato avanti il nostro matrimonio, quali pensieri e domande possiamo o non possiamo fare. Eppure essi ci chiedono (…) di moderare la nostra indignazione sul problema degli abusi sui minori, considerando che esiste ovunque nella società. Gli stessi uomini che denunciano la secolarizzazione della cultura, la scomparsa del trascendente dalla nostra vita, sono quelli che riducono l’abuso sui minori ad una minaccia non ai fondamenti della dignità umana che diciamo di avere così a cuore, ma piuttosto al loro ufficio e alla reputazione dell’istituzione. I vescovi diventano così i praticanti del relativismo che condannano a voce alta negli altri.

Sono consapevole del fatto che il quadro che dipingo è senza sfumature e che manca una precisazione essenziale: che la maggior parte dei vescovi non tiene comizi lanciando anatemi. (…). So anche che diversi di loro vorrebbero gettare il guanto della sfida, ma che la cultura in cui si trovano immersi li obbliga al silenzio. I prìncipi della Chiesa non si calpestano i piedi a vicenda. Di conseguenza, negli ultimi anni la minoranza rumorosa ha incontrato poca resistenza nel portare avanti, come fosse la norma, ciò che un commentatore chiama “cattolicesimo dei talebani”. (…).

Non è che io sia contro la gerarchia o che odi i vescovi. Piuttosto è vero il contrario. Sono convinto che le istituzioni siano essenziali per il progresso degli esseri umani nel regno spirituale e in quello secolare. Noi non siamo angeli; non comunichiamo telepaticamente, abbiamo bisogno l’uno dell’altro, abbiamo bisogno di istituzioni in cui ritrovarci e sostenerci a vicenda. Abbiamo bisogno di comunità che non siano caotiche, ma ben ordinate, con una leadership solida e sana. Abbiamo bisogno di guide valide che capiscano ed esercitino l’autorità in modo autentico, che comprendano come la prudenza sia una virtù indispensabile. (…). È altresì importante precisare che sono anche consapevole del fatto che tutte le istituzioni umane, anche quelle che mediano il divino in mezzo a noi, sono imperfette. (…). Eppure, quando si parla di quella comunità cristiana chiamata cattolica, ci viene chiesto di sottoporci ad un’autorità assoluta, senza possibilità di chiedere conto del suo operato.

Una patologia silenziosa e nascosta

Uno studio del «Pew Forum» può documentare che la crisi degli abusi sessuali non è stata la ragione immediata per cui la maggior parte delle persone ha lasciato la Chiesa, ma chiunque abbia speso del tempo con coloro che l’hanno abbandonata sa quanto lo scandalo abbia corroso i legami che una volta univano le persone all’interno della comunità. Chiunque abbia trascorso del tempo all’interno delle strutture parrocchiali, tra alcuni dei lavoratori più dediti, sa che, per andare avanti, gli operai della vigna devono cacciare la realtà dello scandalo sullo sfondo. Si tratta di una patologia silenziosa, nascosta, che divora l’anima della comunità in modi ancora sconosciuti. (…). La difesa, da parte dei vescovi, è cominciata quando si è parlato di «poche mele marce», suggerendo che pochi erano i sacerdoti coinvolti negli abusi e che i media esageravano e facevano del sensazionalismo. È questo l’approccio che si è colto nelle parole, che oggi suonano infami, del card. Bernard Law, quando reagì nel 1992 alla copertura stampa del caso del pedofilo p. James Porter. «Con tutti i mezzi», tuonò Law, «invochiamo la potenza di Dio sui media, in particolare sul Globe», riferendosi agli articoli apparsi sul Boston Globe.

Siamo poi passati attraverso la fase straziante delle scuse, esemplificate al meglio dalle parole del card. Edward Egan, in una lettera alle parrocchie di New York del 2002: «Se, col senno di poi, scopriamo che potrebbero anche essere stati commessi errori per quanto riguarda la rimozione tempestiva dei sacerdoti e l’assistenza alle vittime, sono profondamente dispiaciuto». Il card. Roger Mahony è riuscito, a partire da questa affermazione, attraverso interminabili manovre legali, a eludere l’accordo elaborato dai giudici, che prevedeva la consegna di migliaia di documenti riguardanti gli abusi sessuali e la loro gestione nella diocesi di Los Angeles. Nel 2009 ha dato mostra ancora una volta della logica gerarchica di porre noti molestatori a contatto con bambini: «Abbiamo detto ripetutamente che la nostra comprensione di questo problema e il modo in cui viene affrontato oggi si sono evoluti, e che tanti anni fa, decenni fa, la gente non capiva la gravità, e così, invece di allontanare direttamente e del tutto le persone dal ministero, ci si limitava a spostarle».

E poi c’è il cardinale pentito, profondamente addolorato per la “tragedia” dell’abuso sacerdotale, ma convinto che il vero pericolo in tutto ciò sia l’anti-cattolicesimo latente: «L’abuso su bambini e giovani è una tragedia di proporzioni illimitate e i vescovi devono assumersene la responsabilità, ma questa è stata anche un’occasione per dare via libera a quell’anti-cattolicesimo rimasto sempre sotto la superficie della storia degli Stati Uniti», ha scritto il cardinale di Chicago Francis George. Nella stessa sezione del suo libro, George, personaggio di rilievo che è stato presidente della Conferenza episcopale dal 2007 al 2010, fa un’altra strana associazione. «Lo scandalo degli abusi sessuali è stato trasformato in uno scandalo di leadership ecclesiale, di autorità ecclesiale». «Meritatamente, perché i vescovi hanno fallito, ma anche intenzionalmente», afferma, accusando di questa trasformazione i grandi media laici, in particolare il New York Times. «Per alcuni – continua – i soli buoni cattolici, sono quelli in disaccordo con i vescovi». Egli castiga le «sedicenti voci profetiche nella Chiesa di oggi», caratterizzandole come «pro-aborto, pro-contraccezione, pro-divorzio, pro-matrimonio gay, pro uno qualsiasi degli altri elementi della lunga lista di libertà sessuali e culturali oggi rivendicate. Questa è la voce della cultura dominante, e coloro che la articolano ricevono la loro ricompensa, almeno sulle pagine culturali del New Tork Times».

Si tratta, come minimo, di uno sfogo confuso, ma la tattica è chiara: screditare coloro che potrebbero chiamare i vescovi a dar conto della loro gestione dello scandalo, mescolandoli indiscriminatamente con tutti i mali e le tensioni culturali considerati come minacce alla Chiesa. (…) Lo stesso card. George esprime il desiderio di un cattolicesimo senza la conflittuale divisione sinistra-destra, in cui i cattolici non stiano con il fiato sul collo dei vescovi. (…). I cattolici liberali, ha detto, criticano l’autorità «malgrado la usino quando sono al potere». I conservatori lo fanno in misura minore, «ma dipendono ugualmente da essa». Ognuna delle due parti, ha detto, è scontenta dei vescovi o perché hanno l’autorità o perché non la utilizzano abbastanza. «Entrambi stanno definendo se stessi rispetto ai vescovi piuttosto che rispetto a Cristo, che utilizza i vescovi per reggere la Chiesa. (…).

George vede come terza opzione quella di un «semplice cattolicesimo» né progressista né conservatore. Si tratta di un cattolicesimo visibile «nella vita dei cattolici comuni, che danno per scontato il fatto di andare a messa e di recitare il rosario, senza pensarci troppo. Che danno il loro contributo a enti di beneficenza cattolica e si prendono cura del prossimo in modi del tutto spontanei». Questo stile di pratica religiosa, ha detto, era quello della sua giovinezza a Chicago. Certo, ciò avveniva molto prima che le donne cominciassero ad esercitare ruoli di maggiore responsabilità nella società e nelle istituzioni religiose. Era un’epoca in cui i gay erano ancora nascosti. Era molto prima che il ruolo dei laici fosse trattato in un modo completamente diverso da quello delle epoche precedenti, sia nel diritto canonico che nei documenti della Chiesa.

George esprime il desiderio di molti di un rapporto più semplice, più organico all’interno della Chiesa. Egli desidera un modo meno conflittuale di vivere e di esprimere l’identità cattolica. Si sospetta, però, che se i vescovi stanno «cercando di lavorare» sul loro ruolo (…), certamente anche i laici si stanno ponendo domande simili. Come fanno ad abbracciare un nuovo senso della vocazione, del sacerdozio, se l’idea del cardinale dell’essere “cattolici e basta” implica una passività preconciliare che li tiene distanti dai processi in cui vengono prese le decisioni che riguardano la loro vita? Come possono i laici assumere un ruolo più attivo nella Chiesa quando l’evidenza suggerisce, di volta in volta, che il loro lavoro può essere capovolto e distrutto dal capriccio di un nuovo parroco o di un nuovo vescovo? (…).

Una cultura in disfacimento

La crisi degli abusi sessuali e la concomitante crisi finanziaria hanno condotto ad una crescente pressione a favore del cambiamento e della riforma. Questa cultura, a quanto pare, non è più in grado di reggere. Fr. Donald Cozzens, della John Carroll University, ha scritto con rara schiettezza e profondità dall’interno di questa cultura. In Faith That Dares to Speak egli sostiene che oggi «stiamo assistendo nella Chiesa istituzionale al disfacimento dell’ultimo sistema feudale in Occidente». Nella versione ecclesiale del feudalesimo, il papa, come sovrano o re, «concede benefici», cioè diocesi, ai vescovi, che «a loro volta promettono obbedienza, rispetto e lealtà». I vescovi poi concedono i benefici delle parrocchie ai loro sacerdoti, che promettono anch’essi «obbedienza, rispetto e lealtà al pastore capo della diocesi». (…).

L’economia feudale antica dipendeva dalla promessa di terra in cambio di obbedienza. Nella versione della Chiesa, questa «offre un’economia di grazia, promettendo la salvezza attraverso l’economia dei sacramenti. Una transazione sottile si svolge tra fedeli e sacerdoti, intesi come custodi dei sacramenti. Praticando la propria fede, cioè conducendo una vita di rettitudine morale e di fede ortodossa, obbedendo al magistero della Chiesa e sostenendola finanziariamente, i cattolici ricevono in cambio la garanzia della grazia divina, della salvezza per sé».

Se questa cultura si sta disfacendo, lo fa, secondo Cozzens «a singhiozzo». Risulta inoltre oggi che più la cultura avverte dall’esterno la pressione al cambiamento, maggiore è la resistenza in alcuni settori. Si constata così un aumento di certi comportamenti tipici della corte. Alcuni siti chiamano ora i vescovi “Sua grazia”, e le denominazioni più familiari di “eccellenza” e “Sua Eminenza” non suscitano più l’imbarazzo di qualche decennio fa. (…). Stanno tornando in auge le cappe magne, lunghi e fluenti mantelli che rimandano alla regalità di un’epoca precedente. I prìncipi della Chiesa di questo orientamento destinano cappelle al culto tradizionalista. (…).

Tollerare la celebrazione della messa antica latina non significa necessariamente suggerire che questa sia l’onda del futuro. (…). Al tempo stesso, però, non si può ignorare ciò che tali rituali rappresentano. Essi incarnano, nella loro ecclesiologia implicita ed esplicita, le stesse idee sul sacerdozio – la distanza della cultura clericale da quella dei fedeli, i simboli dell’autorità, del potere, del privilegio e del dominio detenuti all’interno di una società chiusa da cui i comuni mortali sono esclusi – che hanno fornito un terreno fecondo allo scandalo degli abusi sessuali del clero.

Cozzens cita le parole del vescovo Nestor Ngoy Katahwa del Congo nel corso di una conferenza del 2001 in Vaticano sull’episcopato. Come «prìncipi della Chiesa», ha detto il vescovo, «noi siamo più a nostro agio con i potenti e i ricchi che con i poveri e gli oppressi. E il fatto che noi soli conserviamo il potere legislativo, esecutivo e giudiziario è una tentazione per agire in maniera dittatoriale, tanto più in quanto il nostro mandato non ha limiti». L’esempio moderno più drammatico del tipo di corruzione che può prendere piede in una cultura di privilegio isolato e di potere illimitato è il caso del defunto p. Marcial Maciel Degollado, fondatore della congregazione, un tempo potente, dei Legionari di Cristo. (…).

Opinioni diverse

(…) P. James Connell è una voce relativamente nuova sulla questione degli abusi negli Stati Uniti, e le sue domande, derivanti dal suo personale contatto con coloro che sono stati vittime degli abusi, costituiscono la rara prova di un cambiamento di prospettiva all’interno della cultura clericale. Come ha dichiarato, nel gennaio del 2011, ai membri dell’Alleanza dei sacerdoti dell’arcidiocesi di Milwaukee, «che sia compiuto con violenza o con la seduzione, ogni atto di abuso sessuale di un minore da parte di un sacerdote è un crimine, sia per il diritto civile che per il diritto della Chiesa. Senza dubbio, la maggior parte delle persone comprende il significato della parola “stupro”. Infatti, dall’adolescenza in poi, la gente sa che l’attività sessuale tra un adulto e un minore è sbagliata, dal punto di vista legale e morale. Così, quando si parla di abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti non si parla delle azioni di un bullo. Si parla delle azioni di un criminale. Questo deve essere il punto di partenza per affrontare tale crisi».

(…) Egli tocca un punto particolarmente scottante per la gerarchia, quando racconta ai suoi confratelli come un parrocchiano gli avesse fatto presente che «dei genitori non avrebbero mai permesso che i loro figli stessero accanto a un violentatore, a prescindere dallo stato della prescrizione o dalla consulenza degli psicologi. Perché i vescovi non si sono comportati da genitori? Perché non hanno protetto i bambini?».La conclusione a cui giunge Connell è che il problema oggi «non sono gli attuali protocolli, né il volume di dati forniti ai giudici. Piuttosto, è la risposta data dalla Chiesa nei primi anni della crisi degli abusi sessuali dei sacerdoti, e l’impatto di quegli anni nella vita di alcune vittime/sopravvissuti, così come della comunità della Chiesa e della comunità civile».

Che effetto potranno avere le parole di un parroco di due chiese a Sheboygan, nel Wisconsin, relativamente al cambiamento della cultura gerarchica, resta da vedere, ma nelle dichiarazioni, nei discorsi, nelle interviste e almeno in una lettera pastorale, i vescovi di varie parti del mondo, oltre agli Stati Uniti, hanno cominciato a sollevare questioni che interpellano la Chiesa. Le loro domande riguardano anche il fatto che qualcosa di intrinseco alla Chiesa cattolica romana – forse la sua cultura clericale, il suo modo di governare, la maniera in cui i vertici esercitano la loro autorità, o una combinazione di questi fattori – ha causato o favorito la tragedia degli abusi sessuali. Dal Sudafrica all’Australia, dall’Austria all’Irlanda, i prelati suggeriscono che, forse, le abitudini profondamente radicate diventate tipiche del comportamento clericale e gerarchico, ma contraddittorie rispetto al messaggio annunciato dalla Chiesa, hanno contribuito alla profondità e alla portata dello scandalo.

La discussione portata avanti dai leader della Chiesa in altre parti del mondo è notevolmente, e in alcuni casi drammaticamente, diversa dall’analisi del problema e dalle risposte avanzate dai vescovi degli Stati Uniti. Una delle analisi più formali ed ampie è quella della lettera pastorale per la Pentecoste di mons. Mark Coleridge di Canberra e Goulburn, Australia, nel maggio 2010, dal titolo «Vedere i volti, sentire le voci: Lettera di Pentecoste sugli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica». (…). La lettera denota la consapevolezza crescente di Coleridge del problema, a partire dall’incontro e dall’ascolto delle vittime fino alla lettura delle trascrizioni di processi e al lavoro condotto in Vaticano. Tale consapevolezza lo ha condotto ad abbracciare un punto di vista che in un primo momento aveva rifiutato, cioè che l’abuso sui bambini da parte di preti fosse «culturale piuttosto che meramente personale, almeno nel contesto australiano». «Sono giunto a pensare che il problema fosse in qualche modo culturale, ma ciò ha suscitato l’ulteriore questione di come, di che cosa avesse permesso a questo cancro di crescere nel corpo della Chiesa cattolica, non solo qua e là, ma in generale. (…). Non c’è un unico fattore a rendere l’abuso dei giovani da parte del clero cattolico, in un certo senso, il prodotto di una cultura. Mi sembra piuttosto una complessa combinazione di fattori che non pretendo di aver compreso appieno, anche se ora ne capisco più di prima».

Tra gli elementi elencati da Coleridge che possono aver contribuito ad alimentare la cultura che ha permesso alla crisi di marcire e proliferare, vi sono i seguenti:

– «Una scarsa comprensione e comunicazione della dottrina della Chiesa sulla sessualità, come dimostra in particolare un atteggiamento rigorista riguardo al corpo e alla sessualità».
– Il fatto che il celibato ecclesiastico (…) «possa anche aver esercitato un’attrattiva per uomini con tendenze pedofile che potrebbero non essere state esplicitamente riconosciute dagli stessi uomini quando sono entrati in seminario».
– «Un certo tipo di formazione in seminario, che non è riuscito a tenere in debito conto la formazione umana e ha promosso, quindi, una sorta di immaturità istituzionalizzata».
– «Il clericalismo inteso come gerarchia di potere, non di servizio (…)».
– «Un certo trionfalismo, una sorta di orgoglio istituzionale. Ci sono molte cose nella Chiesa cattolica, nella sua cultura e nella sua tradizione, delle quali si può essere giustamente fieri… Ma ci può essere un lato oscuro che spinge a proteggere la reputazione della Chiesa a tutti i costi».
– «La cultura del perdono della Chiesa, che tende a vedere le questioni in termini di peccato e perdono, piuttosto che di crimine e punizione».
– Una «cultura della discrezione», che «ha subito una deformazione quando è stata utilizzata per nascondere il crimine e proteggere la reputazione della Chiesa o l’immagine del sacerdozio, in un Paese che non ha mai conosciuto l’anticlericalismo virulento di altri contesti».

Se Coleridge ha avuto l’opportunità di assistere allo sviluppo dello scandalo da diversi punti di vista – ha trascorso diversi anni presso la Segreteria di Stato del Vaticano prima di essere nominato vescovo nel 2002 – anche altri, vittime del fuoco incrociato delle polemiche, hanno emesso dichiarazioni forti. (…).

Il termine “cultura” compare in molte delle analisi condotte dai vescovi. Pur non venendo mai definito con precisione, è spesso usato in modo da dare per scontata la comprensione del significato da parte dei cattolici. Un esempio è contenuto nel comunicato diffuso dai vescovi irlandesi, riuniti nel dicembre 2009, in cui essi rispondono alle dettagliate prove di abuso diffuso e di copertura del rapporto Murphy, risultato di un’indagine governativa nell’arcidiocesi di Dublino: «Ci vergogniamo della portata degli insabbiamenti degli abusi sessuali su minori nell’arcidiocesi di Dublino e riconosciamo che ciò rimanda a una cultura diffusa nella Chiesa. Evitare gli scandali, conservare la reputazione degli individui e della Chiesa ha avuto la precedenza sulla sicurezza e il benessere dei bambini».

Mons. Diarmuid Martin, per molto tempo funzionario vaticano, nominato a Dublino nel 2004, è stato un insolito difensore di una piena trasparenza. Ha anche cercato, senza successo e dietro le quinte, di ottenere le dimissioni di un certo numero di vescovi irlandesi, tra cui due dei suoi ausiliari implicati negli ultimi insabbiamenti. In seguito alla pubblicazione del Rapporto Murphy, Martin ha dichiarato alla Associated Press che i suoi colleghi nella gerarchia irlandese dovevano «dire tutta la verità» su decenni di coperture della Chiesa oppure affrontare indagini più ampie da parte del governo. A tal fine, ha volontariamente consegnato oltre 70mila pagine di documenti relativi ad abusi e insabbiamenti. (…).

Sulla scia di quelle rivelazioni, Martin ha sottolineato l’importanza della formazione sia dei sacerdoti che dei laici per il lavoro pastorale. Il 4 aprile 2011, durante una conferenza alla Marquette University Law School, Martin ha detto che stava lavorando sul progetto di condividere con seminaristi, futuri diaconi e laici che si preparano ad essere operatori pastorali «alcune parti dei loro studi, al fine di creare una migliore cultura del ministero collaborativo. La cultura limitata del clericalismo deve essere superata». (…). Ma, prima che si registri un rinnovamento, le persone devono essere consapevoli della sua necessità, e Martin ha lamentato «l’infinito stillicidio di rivelazioni di abusi sessuali e il modo disastroso in cui la crisi è stata gestita. Ci sono ancora forze influenti che preferirebbero che la verità non emergesse… Ci sono segni di negazione inconscia da parte di molti circa l’entità degli abusi verificatisi… e il fatto che siano stati coperti. Ci sono altri segni di rifiuto di un senso di responsabilità per ciò che è successo». (…). Alle orecchie dei cattolici degli Stati Uniti, la schiettezza di Coleridge e di Martin, e in particolare la cooperazione di quest’ultimo con le autorità civili, suonava come un approccio completamente diverso da quello adottato dalla maggior parte dei prelati americani. (…).

Le conclusioni, però, convergono su alcuni punti fondamentali: la Chiesa non è riuscita a denunciare i crimini alle autorità civili e nella maggior parte dei casi ha agito per tutelare gli interessi dell’istituzione e l’immagine del sacerdozio piuttosto che operare nell’interesse delle vittime. Martin sembra rifiutare le familiari difese della gerarchia quando scrive che, se l’abuso sessuale dei bambini da parte dei preti «costituisce solo una piccola percentuale degli abusi sessuali dei bambini nella società in generale», questo fatto «non dovrebbe mai apparire in alcun modo come un tentativo di sminuire la gravità di ciò che è avvenuto nella Chiesa di Cristo. La Chiesa è diversa, la Chiesa è un luogo in cui i bambini dovrebbero essere oggetto di una speciale protezione e cura. Il Vangelo ci presenta i bambini in una luce speciale e riserva le parole più severe a coloro che li ignorano o li scandalizzano in un qualsiasi modo». (…). Ammettendo che l’abuso sessuale su di essi possa essere stato visto in modo diverso in epoche passate, Martin si chiede tuttavia come la Chiesa abbia potuto voltare le spalle ai bambini. «È difficile capire perché …, nella gestione da parte delle autorità ecclesiastiche di casi di abusi sessuali sui bambini, questi ultimi siano stati per molti anni raramente presi in considerazione». (…).

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