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Il posto della Chiesa è accanto al popolo

Claudia Fanti
Adista Notizie n. 15 del 21/04/2012

Alle accuse e agli insulti da parte di ben determinati settori di potere mons. Luis Infanti de la Mora, vescovo di Aysén, deve essersi ormai abituato: è il prezzo da pagare per la sua appassionata lotta in difesa dell’acqua, contro il progetto di costruzione di cinque grandi dighe sui fiumi Baker e Pascua, nell’ambiente incontaminato della Patagonia cilena, e di una linea di trasmissione che taglia i territori Mapuche (progetto che Enel ha ereditato dalla società elettrica spagnola Endesa, acquistata nel 2009, insieme ai diritti di sfruttamento dell’acqua acquisiti dall’impresa spagnola durante la dittatura di Pinochet). «È abituale che la strategia delle imprese punti a creare divisione e a screditare quanti presentano obiezioni ai loro disegni», aveva già segnalato lo scorso anno in una Lettera aperta (v. Adista n. 15/11), sottolineando come la vera divisione fosse «tra i poveri (messi a tacere ed esclusi) e i potenti» e ponendo l’accento sull’impossibilità per la Chiesa di rimanere neutrale.

Non sorprende allora come, in occasione della rivolta della popolazione di Aysén contro l’isolamento e l’abbandono della regione da parte del governo centrale (v. Adista n. 9/12) – sostenuta con convinzione dal vescovo, ma anche dalla Chiesa cilena nel suo complesso, a partire dall’arcivescovo di Santiago e presidente della Conferenza episcopale mons. Ricardo Ezzati -, il portavoce del governo Andrés Chadwick e la presidente della regione Pilar Cuevas abbiano di fatto invitato mons. Infanti a «dedicarsi alla preghiera», precisando come esattamente in questo consista «il ruolo del pastore». «Effettivamente – ha risposto il vescovo, il 9 marzo, attraverso una «Lettera alla Chiesa di Aysén» che ha ricevuto forti consensi nella regione – la preghiera è un atteggiamento essenziale per ogni persona di fede e specialmente per i pastori, che sono animatori e guide».

Ma pregare non significa «rifugiarsi in graziose formule isolandosi dalla realtà, magari aspettando che Dio intervenga “magicamente”», né «esigere da Dio un intervento mirato a realizzare ciò che “voglio io”». Pregare, scrive il vescovo, significa «essenzialmente ascoltare Dio che mi parla oggi. E che ha sempre una parola originale: Gesù». Una parola che neppure la Bibbia può esaurire completamente, dal momento che è possibile incontrarla anche «nei sacramenti, nell’eucarestia, nell’amico e nel nemico, negli avvenimenti, nel povero, nell’infermo, in colui che soffre, nelle meraviglie della creazione, nei misteri della natura». E significa anche «rispondere con amore» ai richiami di Dio, come ha fatto Gesù», trasformando «le sofferenze, i dolori, le ferite, in segni e in realtà di fraternità, di giustizia, di solidarietà, di comunione, di pace, di equità».

In questo senso, la rivolta della popolazione sotto lo slogan Aysén, tu problema es mi problema, rappresenta, secondo mons. Infanti, esattamente «un grido di preghiera, frutto di cuori sensibili alla voce del Signore che ci parla nel fratello che soffre» come nella natura violentata, depredata, distrutta. «Come restare indifferenti – afferma – di fronte alla crisi ecologica, alle privatizzazioni e alla mercificazione di elementi essenziali per la vita, accrescendo la povertà e l’indegna emarginazione di tanti fratelli?».

Un grido di preghiera che continuerà di certo ad alzarsi con la stessa intensità, tanto più dopo la sentenza del 4 aprile scorso con cui la Corte Suprema di Santiago ha respinto i ricorsi che di fatto avrebbero bloccato il progetto di HidroAysén, confermando così la decisione della Corte d’Appello di Puerto Montt del 9 ottobre 2011. Sulle prospettive della lotta contro il devastante progetto e sulla situazione della regione, abbiamo rivolto alcune domande allo stesso mons. Infanti. Di seguito l’intervista. (claudia fanti)

Dopo la sentenza della Corte Suprema di Santiago con cui vengono respinti i ricorsi che avrebbero bloccato il progetto di HidroAysén, c’è ancora qualcosa da fare per impedire la costruzione di un’opera contro cui lei si è ripetutamente pronunciato?

La Corte Suprema ha respinto i sette ricorsi di protezione per tre voti contro due, motivo per cui rimangono seri motivi di discussione. Dei tre voti contrari, poi, due sono oggetto di contestazione, non dal punto di vista giuridico, ma etico, in quanto i due giudici che li hanno emessi presentano vincoli familiari o economici con l’impresa Endesa. La decisione della Corte ha riguardato solamente le dighe. Manca ancora lo studio di impatto ambientale della linea di trasmissione di oltre 2mila chilometri prevista dal progetto (composta da 6mila torri alte 70 metri, attraverserà nove regioni, sei parchi nazionali e 67 comuni, richiedendo il disboscamento di circa 23mila ettari, ndr), e le reazioni e le decisioni conseguenti. Riguardo a ciò che succederà ora, le decisioni giuridiche non esauriscono tutto il processo decisionale. Deve ancora pronunciarsi un Consiglio dei ministri di Stato su questioni amministrative. Manca ancora un pronunciamento vincolante della popolazione: di fatto, il negoziato seguito alle manifestazioni di massa che hanno avuto luogo nella regione di Aysén a febbraio e a marzo prevede la realizzazione di referendum municipali in cui il popolo possa pronunciarsi su questioni di così fondamentale importanza. E per ultimo esiste il problema del finanziamento di questi megaprogetti, considerando che con l’attuale crisi economica mondiale, con la contestazione di cui sono oggetto tali opere e con un aumento permanente e considerevole dei costi del progetto (che addirittura prevede che una parte della linea di trasmissione passi sotto il mare), diventa difficile che le banche ripongano la loro fiducia su quest’opera. In ogni caso, gli avvocati hanno già annunciato che presenteranno nuovi ricorsi di fronte alle tante irregolarità che si riscontrano nel progetto HidroAysén.

Come si presenta ora la situazione ad Aysén, dopo la rivolta condotta dalla popolazione sotto lo slogan “Aysén, il tuo problema è il mio problema”? Che significato ha avuto l’appoggio della Chiesa alla mobilitazione? Ritiene che la sentenza della Corte Suprema possa riaccendere le proteste? 

La regione di Aysén è tornata ora alla vita normale, poiché, dopo le violente e prolungate proteste, il governo ha deciso di avviare un dialogo, che è ancora in corso. Le rivendicazioni del Movimento sono 11, e persino il governo, seppur tardivamente, ne ha riconosciuto la legittimità. Il dialogo, finora, ha prodotto buoni accordi, a cui però bisognerà dare seguito. Nei prossimi giorni verranno affrontati i temi più conflittuali, quelli relativi alla pesca artigianale, ai plebisciti vincolanti e al salario regionalizzato per i dipendenti pubblici (essendo la regione di Aysén la più cara del Paese, il movimento ritiene che il salario minimo non possa essere lo stesso del resto del Paese, ndr). La Chiesa di Aysén ha partecipato al Movimento “Aysén: il tuo problema è il mio problema” fin dall’inizio, appoggiando tutte e ciascuna delle rivendicazioni, le quali venivano poste separatamente da vari anni. Se ultimamente le diverse organizzazioni si sono unite per fare causa comune, credo che ciò si debba in parte anche alla sensibilizzazione condotta dalla Chiesa attraverso la Settimana Sociale dell’anno passato (agosto 2011), dedicata al tema “Lo Stato che abbiamo e quello che vorremmo”, che ha contato su una grande partecipazione di pubblico ed è stata seguita in diretta su Radio Santa María (la stessa radio che ha giocato un ruolo fondamentale durante la rivolta, ndr), in tutta la regione, da moltissima gente. Gran parte delle questioni poste dall’attuale movimento erano state affrontate in profondità durante questa Settimana Sociale. Quanto alla sentenza della Corte, si tratta solo di una delle decisioni messe duramente in discussione nel corso di tutto il processo. Le proteste contro il progetto HidroAysén, nella regione e in tutto il Cile, non sono mai cessate e continueranno a realizzarsi.

La vera sfida in America Latina appare oggi quella di conciliare un modello di sviluppo ecocompatibile con la soddisfazione delle necessità di base della popolazione. Una sfida che sembra incontrare il suo principale ostacolo nel cosiddetto modello estrattivista, inteso come processo di appropriazione dei beni comuni per trasformarli in merce. In Cile come si presenta la situazione a questo riguardo?

La Costituzione Politica dello Stato, approvata in Cile nel 1980 con la dittatura di Pinochet (e pertanto antidemocratica), promuove la cessione di beni comuni essenziali (terre, acqua, mari, miniere…) a privati (imprese e monopoli, frequentemente multinazionali), considerando questi beni come merci al pari di tutte le altre. Ciò ha fatto sì che il Cile si presenti oggi come un Paese venduto al potere economico mondiale. Per esempio, l’82% delle acque del Cile (a livello di proprietà, di gestione e di distribuzione) appartiene oggi all’italiana Enel, percentuale che sale al 96% nella regione di Aysén, una delle riserve di acqua dolce più grandi del mondo. Il potere economico esercita così tanta influenza da gestire o “comprare” gran parte del potere politico (soprattutto i governi di turno, quelli precedenti “democratici” e a maggior ragione l’attuale, fortemente neoliberista), senza escludere il potere giudiziario. Pertanto, siamo in presenza di una struttura di potere che appare intoccabile e quasi impossibile da cambiare. E, in alcune occasioni, persino certi settori della Chiesa partecipano a questa struttura di potere o subiscono la sua forza di attrazione. I risultati che sta ottenendo il movimento di Aysén hanno dimostrato che questa struttura può essere sconfitta da un popolo cosciente, organizzato, unito, valoroso e perseverante.

La sua lotta in difesa dell’acqua ha attirato su di lei accuse e insulti, fino all’invito che le è stato ultimamente rivolto a “dedicarsi alla preghiera”. Come è stata accolta dalla Chiesa e dalla società cilene la sua “Lettera alla Chiesa di Aysén”?

Alcuni settori minoritari l’hanno criticata, ma la grande maggioranza, Chiesa compresa, ha trovato la lettera pastorale molto opportuna, poiché la preghiera autentica esige una profonda comunione con Dio per ascoltarne la Parola (ieri e oggi) e una profonda esperienza di comunione con il popolo per rispondere, con amore e in pace, alle sue aspirazioni, ai suoi aneliti, alle sue speranze, ai suoi dolori, alle sue gioie, ai suoi progetti. Anche molte persone con una limitata sensibilità religiosa hanno trovato nella Lettera elementi per la propria crescita umana e spirituale.

In Italia sta nascendo una campagna unitaria contro i progetti dell’Enel in America Latina (da HidroAysén alla centrale idroelettrica di Palo Viejo in Guatemala fino alla diga di El Quimbo in Colombia). Ha qualche suggerimento da offrire al riguardo?

Credo che questa campagna unitaria sia un’iniziativa molto valida e spero che si consolidi, perché molti progetti dell’Enel in America Latina rivelano una vergognosa insensibilità nei confronti delle popolazioni interessate, delle millenarie culture locali, dell’ambiente, arrivando ad assumere un carattere offensivo, predatorio e distruttivo. Enel offre una pessima immagine di impresa, presentandosi come un organismo colonizzatore. Oltretutto, la gente riconduce tutto ciò non solo alla presenza di un’impresa privata, ma all’“invasione” di un Paese, l’Italia, che violerebbe la sovranità di questi popoli. Si può immaginare come ci sentiamo noi italiani che viviamo qui. Tutta questa realtà, per una persona di fede, non rappresenta soltanto un problema sociale, economico, politico, culturale, ma è essenzialmente un problema etico e spirituale, motivo per cui non possiamo rimanere indifferenti o neutrali di fronte a tale situazione, soprattutto se siamo ispirati dal Vangelo e dalla Dottrina sociale della Chiesa.

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