Home Chiese e Religioni La rivoluzione copernicana della religione. Una nuova nascita per la spiritualità umana

La rivoluzione copernicana della religione. Una nuova nascita per la spiritualità umana

Claudia Fanti
Adista Documenti n. 16/2012

Se le religioni così come le conosciamo sono destinate a morire, per la spiritualità umana si apre invece un futuro ricco di straordinarie possibilità. È a questo tema in larga parte inesplorato, quello della crisi e delle prospettive della religione (intesa come la forma socioculturale concreta, quindi storica, contingente e mutevole, che la spiritualità, cioè la dimensione profonda costitutiva dell’essere umano, ha rivestito dall’età neolitica), che è dedicato il primo numero del 2012 di Voices, la rivista di teologia dell’Associazione dei Teologi e delle Teologhe del Terzo Mondo (Asett o Eatwot), dal titolo “Verso un paradigma post-religionale?”.

Un numero che raccoglie i risultati della Consultazione Latinoamericana sulla Religione realizzata dall’Eatwot dell’America Latina nel settembre del 2011, nel quadro del Congresso Internazionale della Pontificia Università Cattolica di Minas Gerais, a Belo Horizonte, rilanciando il tema in vista di una tappa ulteriore del dibattito. Si tratta, certamente, di un’iniziativa «controcorrente», dal momento che, evidenzia la Commissione latinoamericana dell’Eatwot, «la corrente principale del fiume della religione in America Latina non parla di crisi, ma di vitalità e, in alcuni aspetti, persino di fervore e di entusiasmo», almeno per quanto riguarda la prodigiosa crescita del movimento pentecostale carismatico. In generale, secondo la Commissione, si può dire che la religione mostri grande effervescenza in metà del mondo e riveli una profonda crisi nell’altra metà, e che le due metà si presentino spesso mescolate e non facilmente identificabili.

Ma se il mondo religioso appare attraversato da questi due fenomeni contrapposti, il ritorno a forme del passato e un’evoluzione verso una laicizzazione di dimensioni inedite, è su quest’ultimo, che alcuni riconducono per l’appunto a un nuovo paradigma post-religionale (intendendo per “religionale” ciò che è relativo alla configurazione socio-religiosa propria del neolitico), che si concentra l’iniziativa della consultazione promossa dell’Eatwot. La trasformazione in atto nella comprensione della religione è, del resto, sotto gli occhi di tutti, per quanto non esista in campo teologico una riflessione sistematica che dia conto di essa, del suo significato e delle sue sfide.

Oggi, sottolinea la Commissione latinoamericana dell’Eatwot, si parla frequentemente della religione non più come un’opera divina, «un dono proveniente da Dio stesso», ma come di una «costruzione umana, culturale, finita, contingente e ambigua, capace tanto di favorire come di ostacolare la relazione con la trascendenza», come pure è diventata comune la «distinzione netta tra religione e spiritualità», prima di fatto indistinguibili. Già in molti luoghi le religioni registrano segnali di declino, dal calo di fedeli alla perdita di credibilità e plausibilità, e già molte persone avvertono la necessità di trasformare la propria religiosità, radicalmente, vivendo dolorosamente la contraddizione con la dottrina ufficiale, considerata infallibile e immutabile. «In alcune società sono già decine di milioni le persone che abbandonano silenziosamente le religioni per continuare ad essere religiose post-religionalmente».

Si apre allora per la ricerca teologica una vasta gamma di interrogativi a cui tentare di dare risposta: se il suo ruolo tradizionale è in crisi irreversibile, come si presenterà la religione in una società post-religionale? Sarà una religione «senza controllo sul pensiero, sull’opinione e sulla sua espressione, senza dogmi, senza dottrina, senza verità, senza sottomissione»? Su cosa sarà centrata? E cosa ne sarà, in particolare, della tradizione di Gesù nel nuovo mondo post-religionale? Sarà possibile reinterpretare e riformulare il cristianesimo «non religiosamente»? Del resto, il messaggio di Gesù non rappresenta precisamente il superamento delle religioni? E, in particolare, riuscirà il cattolicesimo nell’impresa di trasformare se stesso, malgrado il suo radicamento profondo nella «dottrina dell’infallibilità, dell’immutabilità e della non interpretabilità dei suoi dogmi, della fede rivelata, del deposito della fede», e malgrado la persecuzione della dissidenza e dell’eterodossia, o piuttosto «morirà vittima e martire della fedeltà a questi principi»? E quali «strategie pastorali e sociali» possono venire adottate «per accompagnare le religioni e la società in questa transizione», aiutando le istituzioni religiose a rinnovarsi radicalmente in vista del futuro che le attende e aiutando i credenti a superare il pensiero mitico, «l’epistemologia del controllo», «l’ontologia della sottomissione»?

Un compito, quest’ultimo, a cui, per esempio, si sono già dedicati teologi come Roger Lenaers, con la sua proposta di riformulazione della fede nel linguaggio della modernità (v. Adista n. 44/09) o John Shelby Spong, con la sua rilettura post-teista del cristianesimo (superando, cioè, il concetto di Dio come un essere con potere soprannaturale, che dimora al di fuori di questo mondo e che interviene nel mondo per realizzare la sua divina volontà, v. Adista n. 94/2010). Ma è un compito che richiederà grandi approfondimenti e sviluppi, a fronte della sfida che attende l’umanità: quello che sta arrivando è «uno tsunami culturale e religioso, una metamorfosi che forse renderà difficile riconoscere noi stessi in un prossimo futuro». Se infatti «gli antropologi dicono che il passaggio dalla società paleolitica a quella neolitica, con la rivoluzione agraria, è stata la situazione più difficile che abbia sperimentato la nostra specie», è possibile che ci si trovi dinanzi «a un momento evolutivo simile». Ed è dovere allora «di una teologia responsabile scrutare questi problemi e cercare di accompagnare questo “passaggio” inevitabile in cui già ci troviamo».

Rimandando per la lettura integrale del numero al sito della rivista teologica Voices (http://InternationalTheologicalCommission.org/VOICES), riportiamo qui di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, ampi stralci della Proposta teologica “Verso un paradigma post-religionale?” della Commissione teoogica intrenazionale dell’Eatwot.

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Verso un paradigma post-religionale?

Commissione Internazionale Eatwot

Si parla sempre più del declino del cristianesimo in Occidente. Il cattolicesimo e il protestantesimo attraversano entrambi una grave crisi, tanto in Europa quanto in America del Nord. Sono sempre di più gli osservatori che prevedono che la crisi colpirà successivamente anche altre religioni. Si sospetta che essa non sia dovuta a un problema proprio del cristianesimo, bensì alla natura stessa delle religioni, e all’incapacità crescente di queste a far fronte al profondo cambiamento culturale in corso. L’ipotesi dell’avvento di un paradigma post-religionale delinea la possibilità che si stia dinanzi a una trasformazione socio-culturale di grande profondità, in cui le religioni neolitiche siano destinate a segnare il passo nella misura in cui si insedierà la nascente società della conoscenza, che sarà una società post-religionale, e che le religioni che non si liberino dei propri condizionamenti religionali ancestrali si vedranno sospinte ai margini della storia.

È ovvio che l’ipotesi di questo paradigma stia convivendo con fenomeni opposti di conservatorismo religioso, revival spirituali, crescita carismatica e neopentecostale. Ma ciò si registra in maniera massiccia solo in alcuni settori geografici, mentre, secondo alcuni osservatori, nelle fasce urbane, colte, di giovani e di adulti con accesso a cultura e tecnologia comincerebbe a farsi presente questo paradigma, anche in America Latina (pure in Africa e in Asia?). Prescindendo dalle indagini sul campo, vorremmo concentrarci sull’elaborazione teorica di una prima presentazione di ciò che qui intendiamo chiamare paradigma post-religionale, su cui invitiamo a dibattere la comunità di studiosi di teologia e di scienze della religione, come pure i pastori e tutte le persone interessate all’evoluzione attuale della dimensione religiosa.

POSSIBILI FONDAMENTI DELL’IPOTESI

(…) Lo sviluppo delle scienze sta conducendo l’umanità a osservare se stessa e ad avere della religiosità un’idea in gran misura diversa da quella che conservava finora, e che si traduce in un atteggiamento nuovo di fronte alla religione.

A questo punto della storia, l’antropologia culturale si ritiene ormai capace di esprimere sulla religione un giudizio diverso dall’autodefinizione con cui per millenni questa si è presentata forgiando fino ad oggi l’opinione maggioritaria delle società tradizionali. Per quanto resti molto da studiare e per quanto anche altre scienze possano offrire un grande contributo, l’antropologia culturale ritiene ormai di sapere quando e come si sono create le religioni, con quali meccanismi sociali ed epistemologici operano e quali dimensioni umane profonde sono in gioco in relazione all’essere umano individuale e collettivo. La novità di questi giudizi è radicale e sembra generalizzarsi e diffondersi nelle società evolute in maniera tanto rapida quanto subliminale, generando un profondo cambiamento di atteggiamento verso la religione, che stiamo interpretando precisamente come l’avvento di un nuovo paradigma post-religionale.

Questi sarebbero – in estrema sintesi – i punti centrali di questa nuova visione presentata oggi dall’antropologia culturale:

– Le religioni non sono da sempre, non esistono dalla comparsa dell’essere umano sulla faccia della Terra. Oggi sappiamo che le religioni sono giovani, quasi recenti. La più antica, l’induismo, avrebbe solo 4500 anni. La religione giudaico-cristiana, 3200. In termini evolutivi, anche limitandoci ai tempi del genere homo (tra 5 e 7 milioni di anni), o più ancora della specie homo sapiens (150 mila o 200 mila), le religioni sono da ieri. Abbiamo passato moltissimo più tempo senza religioni che con esse, per quanto sembra che esseri spirituali lo siamo stati dal primo momento: homo sapiens e homo spiritualis sembrano essere coetanei. Le religioni non sono pertanto qualcosa che accompagna necessariamente l’essere umano, come mostra la storia.

– Le religioni si sono formate in epoca neolitica, dopo la grande trasformazione che ha vissuto la nostra specie passando dalle tribù nomadi di cacciatori e raccoglitori alla vita sedentaria in società urbane legate alla coltivazione della terra, a radice della rivoluzione agraria. In questa congiuntura (forse il momento più difficile della sua storia evolutiva) l’umanità ha dovuto reinventare se stessa creando dei codici che le permettessero di vivere in società, non più in bande o in gruppi, con un diritto, una morale, una coesione sociale, un senso di appartenenza… per poter sopravvivere come specie. In questo contesto, la nostra specie ha fatto ricorso a quella che è forse la sua maggiore forza dalla sua apparizione come specie emergente: la sua capacità simbolica e religiosa, la sua necessità di senso e di esperienza di trascendenza. (…).

– Dal neolitico ai nostri giorni, le società sono state religiose, religiocentriche, rette dalla religione in tutte le loro strutture: conoscenza (e ignoranza), credenze, cultura, senso di identità, coesione sociale e senso di appartenenza, diritto, politica, legittimità, struttura sociale, cosmovisione, arte… «La cultura è stata la forma della religione, e la religione è stata l’anima della cultura» (Tillich). L’impulso religioso, la forza della religione, è stato il motore del sistema operativo delle società. Ad eccezione dei due ultimi secoli, a partire dalla rivoluzione agraria non abbiamo conosciuto società né grandi movimenti sociali e neppure rivoluzioni che non siano stati religiosi; è chiaro che le loro motivazioni erano anche e fondamentalmente economiche e politiche, ma era attraverso la sfera religiosa che venivano gestiti questi impulsi sociali. La religione stessa – con un prestigio quasi divino, un’autorità indiscutibile, credenze, miti, dogmi, leggi, morale e anche istanze inquisitoriali – fungeva come software di ogni società. È stato così durante tutto il tempo del neolitico, tempo che l’antropologia culturale sostiene stia volgendo ora al termine.

– Con quali meccanismi interni le religioni hanno esercitato la loro capacità di programmazione della società? Per mezzo della creazione e imposizione della loro cosmovisione alla società (…); delle credenze fondamentali veicolate dai miti sacri, che hanno operato (…) come architettura epistemologica della società umana; di un’epistemologia mitica che ha attribuito a Dio le proprie elaborazioni, presentandole come rivelazione o volontà di Dio e così assolutizzandole per dare sicurezza alla società umana; di un’esigenza radicale di sottomissione (islam significa sottomissione), di fede (un’esigenza primaria nel cristianesimo), di credere a ciò che non si vede (o che neppure si intende); dell’esercizio di tutti questi meccanismi come sistema operativo della società (il che si evidenzia nei sistemi sociali degli imperi con la loro religione di Stato, nella società di cristianità o nei regimi teocratici in altre religioni, per esempio).

A partire da queste premesse, potremmo dotarci ora di una nuova definizione tecnica ad hoc delle religioni nel senso che qui vogliamo dare al termine: chiamiamo tecnicamente religione la configurazione socio-istituzionalizzata che la religiosità (spiritualità) costitutiva dell’essere umano ha adottato nell’età agraria, configurazione che ha operato come sistema fondamentale di programmazione e di autocontrollo delle società agrarie neolitiche. (…). Di conseguenza, chiameremo tecnicamente religionale ciò che è relativo a questa configurazione socio-religiosa propria del tempo agrario o neolitico.

In questo senso, va notato che il paradigma che vogliamo presentare è qualificato come post-religionale, non come post-religioso, perché continuerà ad essere religioso nel senso normale della parola, in quanto legato alla dimensione spirituale dell’essere umano e della società, al di là del cambiamento di culture e di epoche (…).

Il prefisso post non lo usiamo in senso letteralmente temporale (come un dopo di) ma in un senso che va genericamente oltre: più in là di. Per questo, sarebbe ugualmente valido dire a-religionale, senza possibile confusione nella dimensione temporale. Post-religionale non significa post-religioso né post-spirituale, ma, in senso stretto, più in là del religionale, cioè più in là di quello che sono state le religioni agrarie, o come una religiosità senza religioni (agrarie), una spiritualità senza la configurazione socio-istituzionalizzata propria dell’età neolitica (senza programmazione sociale, senza sottomissione, senza dogmi…). Ovviamente, ci appoggeremo su altre mediazioni, gesti, simboli, istituzioni o sistematizzazioni di altro tipo, perché l’esperienza spirituale umana non può darsi nel vuoto (…).

ELEMENTI PRINCIPALI DEL PARADIGMA POST-RELIGIONALE

Cercheremo ora di stabilire gli elementi principali della nuova coscienza post-religionale propria di questo fenomeno complesso della cultura sociale emergente, conseguenza principale dell’ampliamento della conoscenza umana.

1. Le religioni sono una cosa diversa da quello che tradizionalmente pensavamo, che ancora pensa molta gente, che esse pensano di se stesse e che hanno diffuso nella società per millenni. Le religioni non godono di una specie di preesistenza che farebbe di esse delle forme di saggezza divina rivelate da Dio stesso, cosa che le renderebbe l’unica via di accesso a questa rivelazione e alla relazione con il Mistero. Le religioni sono, piuttosto, un fenomeno storico, una forma socioculturale concreta che la dimensione profonda di sempre dell’essere umano ha rivestito in una determinata era storica. (…).

Le religioni sono forme storiche, contingenti e mutevoli, mentre la spiritualità è una dimensione costitutiva umana, permanente, anteriore a quelle forme, ed essenziale all’essere umano… La spiritualità può essere vissuta nelle religioni o fuori di esse. Potremmo prescindere dalle religioni, ma non dalla dimensione di trascendenza dell’essere umano…

2. Le religioni sono costruzioni umane… Come abbiamo detto, la scienza e la società sanno ormai molto sulla loro origine, sulla loro formazione, suoi loro meccanismi. Ciò cambia radicalmente la nostra percezione di esse: le religioni sono opera nostra, creazioni umane, geniali, ma umane – a volte troppo umane – e devono essere loro al nostro servizio, non il contrario.

Le religioni – le loro credenze, i loro miti, la loro morale – non sono opera diretta di un Dio là fuori, là sopra, che ci ha inviato questo dono delle religioni, ma sono qualcosa che è sorto qui sotto, qualcosa di molto terrestre, che ci siamo fabbricati noi stessi, spinti certamente dalla forza del mistero divino che ci invade, ma secondo le nostre possibilità e con i nostri condizionamenti concreti.

Le religioni hanno assolutizzato se stesse attribuendo la propria origine a Dio. È stato un meccanismo che è servito per fissare e dare consistenza inamovibile alle costruzioni umane che esse erano, nella necessità di assicurare le formule sociali di convivenza di cui l’umanità si era dotata. Oggi stiamo perdendo l’ingenuità, e questo carattere assoluto delle religioni, che per millenni ha rappresentato una componente essenziale delle società, rendendo più facile e più passiva la vita degli esseri umani, ci si rivela come una significativa illusione epistemologica, che avevamo assunto per via di una fede, ma che oggi non risulta né necessaria, né desiderabile, né sopportabile.

3. Pertanto, non siamo sottomessi alle religioni, non siamo condannati a marciare nella storia sul cammino compiutamente tracciato da esse, come fosse un disegno divino che segnasse previamente – da sempre, e da fuori – il nostro destino, come se ci obbligasse ad adottare le soluzioni con cui i nostri antenati hanno cercato di risolvere i loro problemi e di interpretare la realtà nella misura delle loro possibilità…

Se le religioni sono una nostra costruzione, ciò significa che non ci tolgono il diritto (né l’obbligo) di pronunciarci di fronte alla storia, offrendo la nostra risposta ai problemi dell’esistenza ed esprimendo con fiducia in noi stessi la nostra stessa interpretazione della realtà di ciò che siamo, aiutati dalle nostre scoperte scientifiche. Non siamo obbligati ad assumere come verità intoccabile e insuperabile le interpretazioni obsolete e le soluzioni ancestrali che si sono date le generazioni umane di qualche migliaio di anni fa, come se quelle interpretazioni fossero una presunta rivelazione venuta da fuori e di compimento obbligato. Tale equivoco religionale in cui hanno vissuto i nostri antenati ci appare, a questo punto della storia, come un’alienazione.

Fa paura sentirsi soli, responsabili di fronte alla storia, liberi rispetti ai cammini religiosi tradizionali, senza un cammino sicuro e indiscutibilmente obbligatorio tracciato dagli dei… Questa nuova visione del mondo, questo paradigma post-religionale, genera un’autocoscienza umana profondamente differente rispetto a quella che aveva segnato la coscienza religionale tradizionale. Ora ci sentiamo liberi dai legacci religionali per dare briglia sciolta alla nostra realizzazione personale e collettiva, per assumere pienamente la nostra responsabilità, le nostre decisioni, la nostra interpretazione a nostro rischio e pericolo, senza nessuna restrizione né coazione esterna, per quanto con la preoccupazione di sintonizzarci con il Mistero che ci muove.

4. Le religioni, presunte conoscitrici uniche del principio dei tempi e della fine del mondo, non sono, per natura, eterne, per sempre. (…). Non sono essenziali alla nostra natura e ci hanno accompagnato per una piccola parte della nostra storia evolutiva.

Le religioni agrarie sono legate all’epoca neolitica: potremmo dire che sono sorte di fatto per consentire alla specie umana di entrare in questa era nuova, quella successiva alla rivoluzione agraria. Ma è precisamente questa era quella che gli esperti dicono stia giungendo alla fine. Che futuro possiamo pronosticare alle religioni in un’epoca di transizione che annuncia la fine dell’era che le ha viste sorgere?

Sembra plausibile l’ipotesi che le religioni (agrarie) possano scomparire. Non sembra un fatto impossibile in sé, né vi sono motivi perché appaia un disastro storico gravissimo: abbiamo vissuto la maggior parte della nostra storia senza religioni (tutto il paleolitico), ed è dimostrato che ciò non ha impedito la nostra qualità umana profonda, la nostra spiritualità.

5. A questo punto è ormai evidente che si impone una distinzione. Tradizionalmente le religioni detenevano il monopolio della sfera spirituale. Una persona avrebbe potuto essere spirituale solamente mediante le religioni. Erano considerate la fonte stessa della spiritualità, la connessione diretta con il Mistero. Religioni e spiritualità erano tutt’uno, la stessa cosa.

Oggi, la concettualizzazione delle religioni sta cambiando radicalmente nel paradigma postreligionale emergente. Ogni giorno per più persone diventa evidente che le religioni non sono la fonte della spiritualità, ma solo delle forme socio-culturali che la spiritualità ha assunto storicamente; e sono spesso un freno e un ostacolo per la spiritualità, che è una dimensione essenziale e caratteristica dell’essere umano, accompagnandolo permanentemente dalla sua apparizione come specie. Le parole religione, religioso, religioni, che tradizionalmente venivano coprendo, interscambiandosi, tutto l’ambito di ciò che è relativo alla spiritualità, dovranno oggi passare, scrupolosamente, per il vaglio della distinzione tra il religioso (quanto ha a che vedere con questa dimensione misteriosa dell’essere umano) e il religionale (ciò che appartiene semplicemente all’ambito di queste configurazioni socio-culturali e istituzionali che abbiamo definito religioni agricole-neolitiche).

IL PARADIGMA POST-RELIGIONALE IN SINTESI

Una volta esposti questi elementi principali della visione costitutiva del paradigma postreligionale, potremmo cercare di esprimerne sinteticamente il nucleo:

– Prima premessa: le religioni (…) sono una creazione neolitica, di cui sono tanto prodotto quanto causa.

– Seconda premessa: la trasformazione socio-culturale che stiamo attualmente attraversando implica, precisamente, la fine di questa epoca agrario-neolitica. Quello che ora si sta superando ha costituito il fondamento della società umana e la forma della coscienza umana negli ultimi 10.000 anni (…). Emerge un tipo nuovo di società, con fondamenti distinti – soprattutto epistemologici – che risultano incompatibili con il sistema operativo millenario neolitico. Si impone, perciò, un cambiamento sistemico tanto a livello epistemologico quanto a livello del tipo di coscienza spirituale dell’umanità. Da qui la radicalità e la profondità del cambiamento epocale che stiamo vivendo, un nuovo tempo assiale.

– Conseguenza: le religioni (agrario-neolitiche), identificate con il tipo di coscienza, di cosmovisione e di epistemologia agrarie, stanno perdendo terreno ed entrando in un profondo declino nella misura in cui – per l’accumulazione di conoscenze scientifiche, tecnologiche, sociali ed esperienziali – va emergendo un nuovo tipo di coscienza, di cosmovisione e di epistemologia, incompatibile con quello tradizionale neolitico. Gli esseri umani della società nascente non possono più esprimere la propria dimensione spirituale in quella configurazione concreta delle religioni agrarie e queste non riescono a sintonizzarsi con la nuova società e farsi intendere da questa. Le religioni agrario-neolitiche si vedono pertanto obbligate a trasformarsi radicalmente, o a scomparire. Da parte loro, le persone, le comunità e le istituzioni di queste religioni, nella misura in cui passano alla nuova cultura, si vanno allontanando dai meccanismi e dall’epistemologia agrari, passando a vivere la propria spiritualità post-religionalmente.

Per verificare conseguentemente tale ipotesi:

– Bisognerà approfondire il concetto tecnico di religioni agrario-neolitiche, non limitandoci a riferirci alla loro origine dopo la Rivoluzione Agraria, ma addentrandoci nella loro struttura epistemologica e nelle loro caratteristiche essenziali, che permangono per tutto questo tempo dell’età agraria.

– Bisognerà fondare maggiormente l’affermazione che ci troviamo di fronte alla fine dell’età neolitica, precisando concretamente gli elementi antropologici su cui si sostanzia tale affermazione, e quali sono i tratti della nuova società che risultano incompatibili con le religioni neolitiche.

– E bisognerà elaborare un progetto di accompagnamento alla società in questa transizione dall’età agraria alla nuova epoca.

Concludendo, chiamiamo paradigma post-religionale questa forma di vivere la dimensione profonda dell’essere umano che si libera e supera i meccanismi propri delle religioni agrario-neolitiche, e cioè: la loro epistemologia mitica; il loro monopolio della spiritualità; la loro esigenza di sottomissione, di accettazione cieca di alcune credenze come rivelate da Dio; il loro esercizio del potere politico e ideologico sulla società (…); la loro imposizione di una morale eteronoma, venuta dall’alto, con una interpretazione della legge naturale a partire da una filosofia ufficialmente imposta (…); il loro controllo del pensiero umano, con i dogmi, la persecuzione della libertà di pensiero, l’inquisizione, la condanna degli “eretici”, la pretesa di infallibilità, di ispirazione divina, di possesso dell’interpretazione autorizzata della volontà di Dio; la loro proclamazione come Sacre Scritture rivelate (nel caso delle religioni del libro) delle tradizioni ancestrali che si sono andate accumulando, esaltate come Parola diretta di Dio, come normativa suprema e indiscutibile per la società e per le persone; la loro interpretazione premoderna della realtà come un mondo a due livelli, con un mondo divino soprannaturale al di sopra di noi, da cui dipendiamo e verso cui andiamo; la loro interpretazione della vita e della morte in termini di prova, giudizio e premio/castigo per mano di un Giudice Universale che è il Signore supremo di ogni religione.

Con la fine dell’era agraria, tutte queste strutture conoscitive, assiologiche ed epistemologiche millenarie stanno cedendo terreno nella misura in cui va sorgendo la nuova società. Sono state una grande invenzione umana, grazie a cui i gruppi nomadi di cacciatori e raccoglitori sono riusciti a reinventare la propria umanità rendendola capace di convivere nella città, regolata dal diritto, unita dalla coscienza religiosa di appartenenza a una collettività con un’identità ricondotta agli dei…

La crisi attuale non si deve principalmente a processi di secolarizzazione o a perdita di valori, o alla diffusione del materialismo o dell’edonismo (interpretazione colpevolizzante normalmente offerta dalle religioni ufficiali), neppure alla mancanza di testimonianza o agli scandali morali delle religioni, ma all’esplosione di una nuova situazione culturale, in cui culmina la trasformazione radicale delle strutture conoscitive, assiologiche ed epistemologiche neolitiche, trasformazione che ha preso avvio con la rivoluzione scientifica del XVI secolo, l’Illuminismo del XVIII e le varie ondate di industrializzazione. I sintomi sociali sono un certo agnosticismo diffuso, la perdita dell’ingenuità epistemologica, un senso critico più accentuato, una concettualizzazione più utilitarista delle religioni che devono essere al servizio dell’essere umano invece che esigere una lealtà totale da parte dei loro adepti, la scomparsa dell’idea dell’unica religione vera e la sparizione della plausibilità di una morale rivelata eteronoma. Ma il cambiamento strutturale gravita sulla citata trasformazione epistemologico-culturale. (…). Due cautele:

a) Come abbiamo già indicato, non vogliamo dire che è questo solo che avviene in campo religioso, come se tutto lo scenario fosse attualmente occupato da questa trasformazione del paradigma delle religioni agrarie in un paradigma post-religionale. In campo religioso hanno luogo molti altri fenomeni, simultaneamente, anche caoticamente, essendo in alcuni aspetti contraddittori.

Insieme a questa crisi della religione, si registrano effervescenze religiose e revival, involuzioni e fondamentalismi. In questa proposta teologica ci siamo concentrati in maniera selettiva su un aspetto concreto della trasformazione in corso, che non nega il resto degli elementi presenti. (…).

b) Quello che stiamo dicendo non si può neppure applicare, indiscriminatamente, a tutte le religioni. Perché non tutte le religioni sono agrarie. C’è una buona quantità di religioni che non è passata per la rivoluzione agraria ed urbana, conservando una matrice di esperienza religiosa propria dei tempi anteriori alla trasformazione neolitica (alla separazione dalla placenta della sacralità della natura, all’assunzione della trascendenza divina dualista e acosmica, ecc.), e non cadendo nella deriva del controllo e della programmazione della società mediante la sottomissione a dottrine, dogmi, inquisizioni… Qui possiamo ubicare la grande famiglia di religioni cosmiche, indigene, animiste, così come altre che, pur appartenendo storicamente al periodo neolitico e a società nettamente agrarie, si sono mantenute ai margini di questo controllo dogmatico-dottrinale (…). Ciò vuol dire che questo paradigma non si applica neppure a tutte le religioni. La realtà è allora più complessa dei nostri tentativi semplificatori di comprensione, cosa che ci spinge a una maggiore precisione, a una più serena umiltà e ad un maggiore interesse per lo studio di campo, la ricerca e il dialogo.

DI FRONTE AL PASSAGGIO IMMEDIATO

Questa è una proposta teologica, un approfondimento teorico per poter meglio trasformare la realtà che si interpreta. Ma è ovvio che ha ripercussioni pastorali, e molto grandi. Perché ciò di cui stiamo parlando è uno tsunami culturale e religioso, una metamorfosi che forse renderà difficile riconoscere noi stessi in un prossimo futuro.

E questa può essere una situazione molto complessa per l’umanità: se gli antropologi dicono che il passaggio dalla società paleolitica a quella neolitica, con la rivoluzione agraria, è stata la situazione più difficile che abbia sperimentato la nostra specie, forse siamo dinanzi a un momento evolutivo simile. Si rende necessario delineare il modo in cui accompagnare questo passaggio che si realizzerà o che già sta iniziando, a partire dalle religioni agrarie, verso un nuovo tipo di società la cui realizzazione spirituale si darà piuttosto per vie e secondo modelli che continueranno ad essere religiosi, ma post-religionali, senza sapere ad oggi concretamente come saranno queste vie e questi modelli, poiché… dovremo inventarli.

Le religioni saranno da una parte esposte – già è così in molti luoghi – a situazioni di declino, di calo di fedeli e di perdita di credibilità e plausibilità, e dall’altra sperimenteranno la contraddizione con i propri meccanismi agrari. Già molte persone avvertono la necessità di trasformare la propria religiosità, radicalmente, ma sentono in maniera cocente la contraddizione con la dottrina ufficiale, considerata infallibile e immutabile, che proibisce loro ogni cambiamento o abdicazione dai principi ancestrali. In alcune società sono già decine di milioni le persone che abbandonano silenziosamente le religioni per continuare ad essere religiose post-religionalmente. È possibile che alcune gerarchie religiose, prese dall’illusione di una lealtà sacra, preferiscano far crollare le proprie istituzioni religiose bloccandone l’evoluzione, facendolo con la migliore intenzione, a maggior gloria di Dio. Ma è anche possibile che molti gruppi umani siano capaci di trasformarsi. È ben possibile, e lo riteniamo anche desiderabile, che le religioni agrarie evolvano verso nuove forme religiose (post-religionali) coerenti con questa nuova società della conoscenza. Si renderanno conto che, così come la scienza ha contraddetto il geocentrismo che esse consideravano addirittura rivelato, oggi la scienza scopre che il religiocentrismo è stato un’illusione religionale, e che, come allora è stato possibile abbandonare la vecchia cosmovisione e portare avanti l’esperienza spirituale, così oggi sarà possibile – e necessario – liberarci dai legacci del religionale per trovare la realizzazione spirituale in un nuovo scatto evolutivo.

Tutto sembra indicare che il Titanic delle religioni agrarie non arriverà nelle acque dell’oceano della società della conoscenza. Tutto sembra indicare che non durerà tanto, e sprofonderà. È passato il loro kairós, per quanto resti un poco di cronos. Ma non è la fine del mondo. È solo la fine di un mondo, la fine del mondo agrario-neolitico e della sua epistemologia, e con ciò la fine delle configurazioni religionali della spiritualità, quelle che abbiamo chiamato religioni agrario-neolitiche.

La vita e la sua dimensione profonda continueranno. Ed è nostro dovere comprendere quello che sta succedendo, per trovarci non a lottare contro la Realtà, ma a contribuire a questo nuovo parto evolutivo della nostra specie, tornando a reinventarci come abbiamo fatto all’inizio del neolitico.

È nostro dovere anche essere prudenti, non spingendo nessuno più in là delle sue necessità e delle sue possibilità, avvertendo chiaramente che la situazione è difficile, che è una nuova nascita, una metamorfosi, un cambiamento di sistema operativo, e che è un momento di rischi seri, tanto sul piano sociale quanto su quello individuale. È dovere della teologia scrutare il nuovo, non solo nell’aspetto decostruttivo, ma in quello costruttivo: non solo quello a cui non possiamo più credere, ma il modo in cui possiamo sviluppare in pienezza la nostra dimensione trascendente o spirituale, la qualità umana profonda che le religioni religionali, dopotutto, con più o meno limitazioni, volevano sostenere. Molte cose stanno morendo, è inevitabile che muoiano e che non smettano di farlo: cerchiamo di aiutarle a morire bene (l’ars moriendi, morire dando la vita per altri, dando la luce). Nel frattempo, è tutto un mondo nuovo che cerca di nascere e non smette di farlo, e vogliamo aiutarlo a nascere.

Le religioni si vedranno nella necessità di reinterpretare e riconvertire tutto il loro patrimonio simbolico, che è stato creato sotto i condizionamenti epistemologici del tempo agrario. Si tratterebbe di una rielaborazione, una ri-ricezione (Congar) di tutto il loro patrimonio, elaborato da millenni e tenuto storicamente sotto un’ignoranza e una incultura di quelle da cui siamo usciti ben poco tempo fa, grazie al portentoso sviluppo delle scienze. Le religioni dovranno cercare come ri-comprendere e cosa resta – se resta qualcosa – di molte delle credenze, dei dogmi, della morale eteronoma, dei riti agrari… all’interno di questa nuova situazione di conoscenza e del nuovo quadro di interpretazione.

Molti esseri umani, sentendosi non più in grado di continuare ad appoggiarsi sulle religioni per sopravvivere spiritualmente, sperimenteranno serie difficoltà nell’integrità spirituale delle loro vite. Come quando l’aereo decolla, abbandonando il sistema di appoggio delle ruote per un nuovo sistema di sostegno, totalmente distinto, quello delle ali, la maggior parte dell’umanità dovrà passare per momenti di difficile equilibrio nel passaggio da uno all’altro sistema assiologico, essendo i due tanto differenti e, fino a un certo punto, incompatibili, e senza cambiamento automatico.

Quello che è in arrivo è uno tsunami. I rischi sono gravi, a tutti i livelli. È dovere di una teologia responsabile scrutare questi problemi e cercare di accompagnare questo passaggio inevitabile in cui già ci troviamo. Tanto nell’aspetto teorico quanto in quello pratico, il tema meriterebbe uno sviluppo molto più esteso di questa semplice proposta teologica. Noi la lasciamo qui e la sottoponiamo a consultazione e dibattito, nel desiderio che venga corretta e migliorata.

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