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Galileo, Copernico e il mondo ebraico

Gianfranco Di Segni
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Rav Vittorio Castiglioni (Trieste 1840- Roma 1911), rabbino capo di Roma dal 1903 al 1911, uomo di vasta cultura, così scriveva nel 1892 in un’opera in ebraico dedicata alla teoria dell’evoluzione: «Possiamo presumere senza alcun dubbio che un tribunale ebraico mai avrebbe pensato di punire o rinchiudere in un carcere il sapiente Galileo per aver detto che il pianeta Terra ruota attorno al Sole, sulla base del fatto che questa opinione va contro ciò che è scritto nel libro di Giosuè». Rav Castiglioni, come molti altri, cercava di armonizzare la scienza con l’ebraismo. L’interpretazione letterale della Bibbia, alla luce dell’evidenza scientifica, andava abbandonata. La storia, però, non si fa con i «se»: forse, se Galileo fosse nato e cresciuto in una famiglia ebraica, si sarebbe occupato di tutt’altro, piuttosto che di astronomia e di fisica.

Tuttavia, se ci chiediamo che accoglienza ebbe la teoria copernicana nel mondo ebraico, allora una risposta si può dare. Le certezze del rabbino triestino non sono così salde. Da una parte abbiamo studiosi come Rabbi Yosef Del Medigo, allievo di Galileo all’università di Padova, e Rabbi David Gans, assistente di Tycho Brahe e collega di Keplero nell’osservatorio astronomico vicino a Praga: entrambi possono essere ascritti fra coloro che nel mondo rabbinico guardarono con rispetto e ammirazione a Copernico. Dall’altra parte, troviamo Rabbi Tuvyà Hakohen, anch’egli studente di medicina a Padova, e Rabbi David Nieto, che invece furono molto critici verso la teoria copernicana.

I modelli astronomici principali nel XVI e XVII secolo erano tre: quello tolemaico, che prende il nome da Claudio Tolomeo (Alessandria d’Egitto, II secolo), secondo cui il Sole e i pianeti girano attorno alla Terra; quello eliocentrico, sostenuto dal polacco Niccolò Copernico (1473-1543), per cui tutti i pianeti (compresa la Terra) ruotano attorno al Sole, un sistema appoggiato anche da Galileo Galilei (1564-1642) e dal tedesco Giovanni Keplero (1571-1630); e il modello del danese Tycho Brahe (1546-1601), intermedio fra il sistema tolemaico e quello copernicano. Secondo Brahe i pianeti ruotano sì attorno al Sole, ma il Sole, con tutti i pianeti al seguito, gira attorno alla Terra. Le osservazioni astronomiche, almeno nelle loro linee essenziali, erano le stesse sia per Copernico sia per Tolomeo.

Ciò che cambiava era l’interpretazione dei dati. Il movimento del Sole nel cielo era interpretato da alcuni (Tolomeo, Brahe) come un movimento reale, mentre gli altri (Copernico, Galileo, Keplero) lo consideravano un movimento apparente, dovuto alla rotazione della Terra attorno al proprio asse. La Terra, girando su sé stessa, dà l’impressione che sia il mondo circostante a muoversi, così come quando stando su un treno in movimento regolare ci sembra che si muova il treno a fianco. Un esempio simile fu proposto da Galileo (con la nave al posto del treno) nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano (Firenze 1632), dove nella Giornata seconda scrive: «…mi ricordo essermi cento volte trovato, essendo nella mia camera, a domandar se la nave camminava o stava ferma, e tal volta, essendo sopra fantasia, ho creduto che ella andasse per un verso, mentre il moto era al contrario» (Galilei, Opere, Torino, Utet 1996, vol. II, pp. 235- 239).

Non c’è dubbio che considerare apparente lo spostamento del Sole nel cielo richiede molta capacità logica astratta. Un po’ come quando Michelangelo Buonarroti scriveva che la statua esiste già dentro il blocco di marmo, e compito dello scultore è solo quello di rimuovere gli strati di pietra che la ricoprono e ne oscurano la vista. La Chiesa cattolica mise al bando l’opera di Copernico solo nel 1616, l’anno in cui Galileo fu sottoposto al primo processo. Il pro- cesso si concluse con un’ammonizione, più che una condanna, e ciò probabilmente ingenerò in Galileo la fiducia che si potesse continuare a sostenere la teoria copernicana, seppur sotto forma di ipotesi matematica. Questo grave errore di valutazione lo portò a pubblicare nel 1632 il Dialogo sopra i due massimi sistemi, che scatenò il secondo processo e la condanna con relativa abiura. Buona parte degli argomenti che erano un problema per il cristianesimo lo erano potenzialmente anche per l’ebraismo, come la contraddizione con le Sacre Scritture, la rimozione della centralità dell’Uomo nell’Universo, la messa in discussione dell’autorità politico-religiosa. Lo furono effettivamente? E se no, perché?

Copernico, «un geniale scienziato»

Il primo studioso ebreo a nominare Copernico fu Rabbi David Gans (Lippstadt 1541- Praga 1613). Gli interessi di Gans erano molteplici, dalla storia alla geografia, dalla matematica all’astronomia. Era allievo del Maharal di Praga, uno dei più influenti pensatori ebrei di tutti i tempi (su questi personaggi, oltre a numerose opere di André Neher, vedi il recentissimo romanzo storico di Marek Halter, Il cabalista di Praga, Newton Compton, Roma 2012, in cui il Maharal è il cabalista e Gans la voce narrante). David Gans lavorò per qualche tempo nell’osservatorio astronomico del castello di Benatek, a circa 30 km da Praga, diretto da Tycho Brahe, matematico imperiale alla corte di Rodolfo II. In quel periodo Gans ebbe modo di incontrare Keplero. Nei suoi scritti Gans parla di entrambi questi grandi astronomi.

Di Copernico scrive in termini elogiativi nella Prefazione al suo testo astronomico Maghen David (Praga 1612, in ebraico): «Circa settant’anni fa visse un uomo chiamato Niccolò Copernico, un geniale scienziato che superava nell’astronomia tutti i contemporanei. Si dice di lui che nessuno l’abbia eguagliato dall’epoca di Tolomeo. Egli ha scrutato la posizione e i movimenti dei pianeti e delle stelle con una precisione meticolosa […] e ha cercato di dimostrare con eccezionale levatura di spirito che le sfere sono assolutamente immobili e che è il globo terrestre a girare intorno ad esse. Molti fra gli scienziati più eminenti del nostro tempo hanno espresso un pieno accordo per le sue teorie.

Ricordo questo fatto perché sia chiaro che siamo lungi dall’ammettere che tutto ciò che si riferisce al movimento delle stelle e dei pianeti sia assolutamente conforme a quello che ne hanno detto gli astronomi dell’antichità. No, in questo campo è accordata all’uomo piena libertà per scoprire la teoria che più si conformi alla propria ragione, ammesso che questa teoria offra una spiegazione ragionevole dei paradossi dei movimenti dei corpi celesti». In un’altra sua opera astronomica, Nechmad we-na‘im, Rabbi Gans scrive il seguente entusiastico resoconto delle attività che si svolgevano nell’osservatorio astronomico di Benatek: «Nell’anno 5360 [1600] il nostro sovrano, il nobile imperatore Rodolfo, che la sua gloria sia esaltata, invitò dalla terra di Danimarca il celebre studioso, l’astronomo più grande di tutti quelli che lo precedettero, il nobile Tycho Brahe, e lo fece insediare nel castello di Benatek […].

Durante tutto l’anno, giorno dopo giorno si osservava e registrava con precisione su un diario il percorso e la posizione del Sole nella sua orbita, riportando la longitudine, l’altezza nel cielo e la sua distanza dalla Terra. E così si faceva ogni notte per ognuno dei sei pianeti, ricercando con precisione la posizione di ciascuno di essi, la longitudine e latitudine e l’altezza nel cielo, e la misura della variazione della distanza di ognuno dalla Terra, e ugualmente riguardo alla posizione e al percorso di molte delle stelle fisse. Anch’io, autore [di questo libro], sono stato là tre volte, ogni volta per cinque giorni consecutivi, sedendo con loro nelle stanze d’osservazione, e ho visto il lavoro che veniva là svolto, grandi e meravigliose cose…».

Nessuno è perfetto, neanche Aristotele

Un altro studioso ebreo che si occupò di astronomia fu Rabbi Yosef Shelomò Del Medigo (1591-1655). Del Medigo era nato nell’isola di Creta, allora sotto il dominio veneziano, e dopo gli studi tradizionali ebraici frequentò fra il 1606 e il 1613 la facoltà di medicina all’Università di Padova, dove ebbe fra i suoi insegnanti Galileo. Conseguita la laurea, girò per diversi Paesi d’Oriente e d’Europa, dall’Egitto alla Turchia, dalla Lituania alla Germania, recandosi poi ad Amsterdam e Francoforte e infine a Praga, dove morì nel 1655; è sepolto nel cimitero ebraico di Praga, vicino alle tombe del Maharal e di David Gans.

Nel Sefer Elìm, un testo in ebraico che tratta di matematica, astronomia e meccanica (Amsterdam 1629), Del Medigo mette a confronto le teorie di Tolomeo e di Copernico, cita le misurazioni di Tycho Brahe e di Keplero, e riporta le osservazioni del pianeta Marte eseguite con il cannocchiale dal suo «maestro (Rabbi) Galileo», aggiungendo: «Chiesi a lui [Galileo] di poter guardare attraverso lo strumento di vetro». In diversi passaggi Del Medigo cita Galileo e il suo «tubo di vetro» e in uno di questi così scrive: «Non bisogna meravigliarsi per la presenza di montagne sulla Luna, perché i sensi testimoniano che non è una sfera perfetta ed eguale come la sfera usata per gli studi, e il tubo di vetro inventato ai nostri giorni ci mostra canali, valli e rocce tanto che quasi se ne potrebbe fare una selenografia analoga alla geografia».

L’imperfezione della Luna va chiaramente contro la concezione aristotelica, e rivolgendosi al lettore Del Medigo afferma senza mezzi termini: «Perciò devi credere che Aristotele è un uomo e non Dio e non appoggiarti su di lui in tutte le sue parole senza averle prima indagate». Anche l’italiano Avraham Yagel, nato a Monselice nel 1553, cita l’opera di Galileo. Alcuni anni dopo le prime scoperte con il cannocchiale, Yagel ne parla nell’opera scritta in ebraico Bet Ya‘ar ha-Levanon: «Un uomo saggio fra i gentili ha trovato ai nostri giorni alcuni pianeti che gli antichi non conoscevano e li ha menzionati in un libro». Il saggio è chiaramente Galileo e il libro è il Sidereus Nuncius.

Parafrasando un detto del Talmud riferito a Shemuel, uno dei più importanti Maestri, secondo cui le vie del cielo erano a lui familiari come quelle di Nehardea, la sua città, Yagel dice di Galileo: «Le vie del cielo sono a lui familiari come le strade di Firenze, la città in cui vive». Yagel è molto colpito dall’invenzione del telescopio e ne cerca precedenti nella letteratura talmudica e rabbinica, affermando: «Dobbiamo lodare quest’uomo, giunto al momento giusto, che ha permesso ai contemporanei di osservare le vie del firmamento e vedere cose che erano fino allora nascoste ai loro occhi; esso sarà utile anche per i viaggi di mare, per calcolare i confini, per le città fortificate e le torri».

La teoria copernicana comincia a perdere simpatie

Se Gans, Del Medigo e Yagel guardarono con simpatia a Copernico e agli altri protagonisti della nuova astronomia, nelle generazioni successive le cose cambiano. Come per il cattolicesimo, così per il mondo ebraico si assiste a un rifiuto della teoria copernicana. Rabbi David Nieto, nato a Venezia nel 1654, si era laureato in medicina a Padova, l’unica università in Europa che all’epoca accettava studenti ebrei. A Padova ricevette anche la laurea rabbinica. Fu giudice e predicatore nella comunità ebraica di Livorno, oltre che medico, per poi trasferirsi a Londra dove assunse la carica di rabbino della locale comunità ispanico-portoghese, fino alla sua morte nel 1728. Nieto si distinse come filosofo, teologo, medico, matematico e astronomo. Nell’opera Mattè Dan, Nieto affronta il problema della struttura dell’universo.

Così scrive, e non potrebbe usare parole più chiare: «Il Sole, in base ai versetti del libro di Giosuè (10, 12-13) si muove come gli altri pianeti […]. E anche se gli astronomi degli ultimi tempi sostengono che Giosuè disse così perché questa era la concezione della gente dell’epoca, in realtà è una teoria abominevole da rigettare». Un altro studioso che affrontò l’argomento fu Rabbi Tuvyà Hakohen, nato a Metz (Francia) nel 1652. Studiò materie ebraiche a Cracovia e poi si recò all’Università di Francoforte per studiare medicina. Ma qui, a causa delle proteste per la presenza di studenti ebrei, dovette desistere e andò quindi all’università di Padova, laureandosi nel 1683. Viaggiò in molti paesi e fu medico personale di diversi sultani ad Adrianopoli e Costantinopoli. Visse a Gerusalemme dal 1715 fino alla sua morte nel 1729.

Nella sua opera principale, Ma‘asè Tuvyà, l’autore affronta, fra l’altro, le diverse concezioni astronomiche, da quella geocentrica di Aristotele e Tolomeo a quella eliocentrica di Pitagora, reintrodotta «negli ultimi duecento anni da Copernico, una teoria che molte genti della nostra generazione tengono per solida». Tuvyà poi scrive che «necessariamente è bene che ogni filosofo divino controbatta l’opinione di Copernico e compagni, perché tutte le prove che lui e i suoi amici portano sono contro le Sacre Scritture e contro le parole dei veri profeti degni di fede, come scritto nel Qohelet » e in altri libri della Bibbia. Rivolgendosi direttamente al lettore, aggiunge: «Se verrà Copernico con le sue false tesi, tu digrignagli i denti e digli: “Anch’io ho delle prove manifeste che vanno contro le tue opinioni”». Tuvyà riporta poi «tutte le tesi e le prove a favore di Copernico e del suo gruppo riguardo all’immobilità del Sole e al movimento della Terra, affinché tu sappia cosa rispondergli, perché egli è il primogenito del Satan ».

L’espressione «primogenito del Satan» non è in vero completamente dispregiativa: infatti, più che un malvagio, indicherebbe una persona astuta, ed equivarrebbe forse all’italiano «ne sa una più del diavolo». Ma se non è del tutto malevola, certo non esprime simpatia e approvazione. Anche il famoso rabbino Rabbi Yonatan Eybeschütz (Cracovia 1694-Altona 1764), capo dell’accademia talmudica di Praga e poi rabbino capo di Metz e delle comunità tedesche di Altona, Amburgo e Wandsbek, intervenne sulla questione copernicana. Eybeschütz ebbe contatti con saggi e prelati cristiani e nelle sue opere racconta di discussioni su argomenti teologici in cui prevalse su di loro. Nel libro di omelie Ya‘arot Devash, Rabbi Eybeschütz dedica diverse pagine ai movimenti dei corpi celesti e affronta l’argomento da un punto di vista astronomico-teologico. Le stelle si muovono nell’universo per conseguire la perfezione, così come gli uomini possono diventare perfetti osservando i precetti ordinati da Dio. Le tesi di Copernico riguardo al movimento della Terra sono «menzognere, la verità è invece che la Terra è eternamente immobile mentre essi [il Sole e i corpi celesti] le ruotano attorno grazie alla forza divina che è stata stabilita in loro ed essi corrono per raggiungere la perfezione».

Copernico e Galileo non più all’indice

Nell’Ottocento si assiste di nuovo a un’inversione di tendenza. Nel 1835 la Chiesa cattolica tolse gli scritti di Copernico e di Galileo dall’Indice dei libri proibiti. Anche nel mondo ebraico apparvero numerosi libri che si occuparono di astronomia, in buona parte pro-copernicani. Ma ancora all’inizio del Novecento Issakhar Gefner in ‘Ash we-Khimà, dopo aver riportato l’opinione del Maimonide (basata sull’Almagesto di Tolomeo) e quella dei «nuovi astronomi» Copernico e Keplero, scriveva: «Chi di noi potrebbe mai salire in cielo per esaminare da là [il sistema solare] e decidere chi ha ragione? E anch’io risponderò che, come loro, non sono stato in cielo e non ho calpestato la cima delle sfere delle costellazioni» per osservare il Sole e la Terra dal di fuori e poter dirimere la questione. Come si vede, parole molto caute.

L’atteggiamento ebraico verso la teoria copernicana è stato dunque ambivalente nel corso del tempo. Se per alcuni la teoria eliocentrica è incompatibile con le credenze tradizionali perché contrasta i testi biblici, altri studiosi non sono invece disturbati da un’eventuale discordanza e conciliano, in un modo o nell’altro, la teoria eliocentrica con la tradizione. Per gli uni e per gli altri, il problema della struttura dell’universo non è comunque una questione di primaria importanza. Anche quando non c’è opposizione alla teoria copernicana, spesso ciò è dovuto all’indifferenza al problema, più che a un’approvazione: l’opera di Dio va infatti ricercata nello studio della Torà e nella storia, molto più che nella natura.

Rav Avraham Y. Kook (1865-1935), il primo rabbino capo della Terra d’Israele in epoca moderna, così si espresse: «Le forme di conoscenza che derivano dalla ricerca e dall’esperienza sono piccole scintille rispetto alla conoscenza globale della mente divina e della santità della vita, e non c’è nessuna differenza, riguardo alle parole della Torà, fra l’opinione di Tolomeo e quella di Copernico e Galileo». Lo studio verso cui i giovani ebrei dell’epoca moderna era bene rivolgessero il loro interesse non poteva che essere quello del Talmud: questo, e non le scienze naturali, era considerato il campo di indagine d’elezione. È dunque probabilmente vero che Galileo non sarebbe stato processato in ambiente ebraico, ma non tanto perché era portatore di idee giuste, quanto piuttosto perché non si trattava di una questione di interesse capitale.

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Sintesi rivista dall’autore dell’articolo «Da “Rabbi” Galileo a Copernico “primogenito del Satan”: le diverse reazioni del mondo ebraico alla rivoluzione astronomica», in «La Rassegna Mensile d’Israel», Saggi in onore di Giacomo Saban, a cura di M. Silvera, P. Abbina e L. Quercioli Mincer, Vol. LXXVIII, n. 3, sett.- dic. 2010, pp. 147-176.

Gianfranco Di Segni: nato a Roma, laureato in Biologia molecolare all’Università ebraica di Gerusalemme; dottorato in Genetica medica alla Sapienza Università di Roma. Primo ricercatore all’Istituto di Biologia cellulare e neurobiologia del Cnr, Roma. Laurea rabbinica presso il Collegio rabbinico italiano, di cui è coordinatore e docente di Talmud.

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