Home Chiese e Religioni La cura degli altri. Per leggere e scoprire il Vangelo nel mondo

La cura degli altri. Per leggere e scoprire il Vangelo nel mondo

Ingrid Colanicchia
Adista Documenti n. 18 del 12/05/2012

Se la religione, in quanto sistema, ha la tendenza a privilegiare la sottomissione e la rassegnazione – promettendo ai fedeli che si piegano alle dottrine ufficiali la ricompensa di una vita eterna – e le lotte cui fa riferimento sono più che altro «lotte interiori che esaltano l’obbedienza a Dio e ai suoi rappresentanti ecclesiastici e profani», ben diverse sono le sfide cui ci chiama il Vangelo nella prospettiva di «un’anticipazione del regno di Dio qui e oggi». È su queste sfide – dalla liberazione dalle alienazioni religiose alla lotta contro le logiche dominanti – che ha posto l’accento, nella sua relazione all’Assemblea generale della sezione francese di Noi Siamo Chiesa (19/2), Jean-Marie Kohler del gruppo Jonas Alsace (che riunisce cristiani che si richiamano al Concilio Vaticano II), caporedattore della rivista Parvis. Si tratta di combattere per il rispetto dei diritti umani, dei diritti dei popoli, dei diritti della natura: in altre parole di combattere contro l’attuale sistema dominante, quel capitalismo neoliberista che «rivela una disumanità predatrice di un’ampiezza mai vista prima».

Per farlo, ha sottolineato Kohler, non basta «che un’élite si dedichi a un ascetismo della povertà ereditato dal passato», in un esercizio di «estetica della povertà»; non basta «denunciare le ingiustizie nelle encicliche e dal pulpito»: «La sola via possibile passa per il distacco dagli averi e dal potere». Finalmente libero, il cristiano potrà così «rendere il vangelo al mondo, o piuttosto leggere e scoprire il vangelo nel mondo, lasciarsi evangelizzare dal mondo» perché è solo «nel profondo della relazione con l’altro che ognuno riceve e trasmette la Parola che è all’origine dell’umanità e non smette di esserne il fondamento»: è «la relazione con l’altro il luogo in cui si radicano e sviluppano la vita e la verità».

Di seguito ampi stralci dell’intervento di Jean-Marie Kohler, in una nostra traduzione dal francese

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LA SOVVERSIONE EVANGELICA NELLE LOTTE DI LIBERAZIONE

Jean-Marie Kohler
1. DALLA PREOCCUPAZIONE PER LE NOSTRE ANIME ALLA CURA DEGLI ALTRI

1.1. Una parola che si è incarnata

Nel corso della storia, Gesù è stato presentato con innumerevoli volti e maschere contraddittorie: fondatore della religione o maestro di saggezza, rigoroso o indulgente in materia religiosa e morale, profeta o anarchico, reazionario o rivoluzionario, campione delle “forze del bene” o precursore degli hippy, ecc. Strumentalizzato a fini dogmatici e politici, le informazioni disponibili su di lui sono servite a fabbricare mille Gesù, a seconda dei bisogni.

Se il personaggio storico del profeta di Nazareth è impossibile da definire con precisione, l’essenza del suo messaggio ci è nota. Da un lato grazie ai vangeli che hanno trasmesso le tradizioni orali facendo riferimento ai primi testimoni, e dall’altro grazie alla creatività che l’esistenza e la parola di Gesù hanno generato. Il vangelo è più dei vangeli. La verità pratica veicolata dall’incarnazione del vangelo nel corso dei secoli contribuisce a fondare le convinzioni cristiane quali che siano la storicità di certi fatti o l’autenticità di certi testi. «È dai frutti che si riconosce l’albero…». Nessuno può negare che il Vangelo abbia cambiato il corso della storia partecipando all’umanizzazione del mondo. E l’avventura non è terminata.

1.2. La sovversione evangelica

È agli antipodi delle logiche dominanti, e distinguendosi da tutte le altre divinità, che il Dio rivelato da Gesù interviene nel cuore dell’umanità. Dio di tutti per un amore senza esclusione, non costruisce un ordine sociale o religioso ma si distingue per la difesa degli ultimi. È l’incredibile Dio che opta per la debolezza contro la forza, che si lascia inchiodare nudo per identificarsi con le vittime della violenza umana al fine di esorcizzare la violenza dei carnefici, «Scandalo per gli ebrei, follia per i pagani».

Così il Vangelo non può che essere sovversivo (…). Lungi dal limitarsi a voler salvare le anime, invita a lottare contro ogni forma di asservimento. (…). Dalla Genesi all’Apocalisse, il Dio della tradizione giudaico-cristiana è un Dio che libera. (…).

I potenti, i ricchi, i ben pensanti e i devoti saranno preceduti nel regno dei cieli da quanti sono considerati gli ultimi. Il servizio e l’umiltà travolgono il potere e la gloria. Alla forza è opposta la nonviolenza, ai calcoli la gratuità. Gesù vieta di giudicare gli altri, prescrive di amare i nemici, subordina lo shabbat e la religione alla vita umana, non fa la minima allusione alle osservanze religiose nelle sue enunciazioni sui criteri del Giudizio universale.

(…) Allora, come potremo essere accolti in questo strano regno noi che ci troviamo dal lato dei ricchi e condividiamo le loro comodità? La sola via possibile passa per il distacco dagli averi e dal potere e per una solidarietà attiva con l’umanità umiliata e calpestata.

1.3. Dalla sottomissione religiosa alla lotta per la vita

La religione, come sistema, ha la tendenza a privilegiare la sottomissione e la rassegnazione. Promette ai fedeli docili – che si piegano alle dottrine ufficiali – la ricompensa di una sopravvivenza eterna al di là di quella “valle di lacrime” che è la Terra. È più pronta a giustificare la sofferenza che a cercare di liberare da essa l’essere umano per renderlo felice. Le lotte di cui parla sono soprattutto lotte interiori che esaltano l’obbedienza a Dio e ai suoi rappresentanti ecclesiastici e profani.

Le lotte che indica il vangelo sono altre: riguardano l’esistenza personale e collettiva nella prospettiva di un’anticipazione del regno di Dio qui e oggi. Si tratta di lottare per la vita concreta, per il rispetto dei diritti individuali fondamentali (…), per il rispetto del diritto dei popoli (…), e per il rispetto della natura che è la casa comune di tutti coloro che vivono sulla Terra. Queste lotte si iscrivono in rapporti di forza e costituiscono di fatto, inevitabilmente, delle lotte politiche, contro ogni forma di idolatria e tirannia.

Quali conversioni e quali mobilitazioni bisogna promuovere per combattere l’ingiustizia dominante? A quali armi ricorrere per instaurare i valori evangelici? Ci occuperemo prima di tutto della liberazione dalle alienazioni religiose (la nostra appartenenza a Noi Siamo Chiesa ci obbliga in tal senso), poi di come superare le logiche dominanti del mondo e concluderemo con una riflessione sulla natura universale del Vangelo della liberazione.

2. LIBERARCI DALLE ALIENAZIONI RELIGIOSE

2.1. Superare le angosce primitive

L’essere umano moderno si vanta di essere l’erede dell’Illuminismo e il portabandiera della razionalità e la nostra società pretende di essersi liberata dalle paure preistoriche, dall’oscurantismo del medioevo e dalle imponderabili inquietudini del presente. Ma il nostro inconscio non è altrettanto limpido.

Dalle origini, l’umanità è consapevole di vivere su un minuscolo pianeta sperduto nell’immensità del cosmo, che la più piccola vita non può svilupparsi che distruggendone altre e che l’essere umano nasce sotto il segno della morte. Questo è inesorabilmente il nostro destino. E questa triplice constatazione ha sempre suscitato un’angoscia profonda. Come fare per far sì che l’ordine cosmico si mantenga, che la vita resti possibile sulla Terra e fra gli esseri umani e che abbia un senso?

È proprio per tentare di rispondere a queste domande che l’essere umano ha inventato la religione, immaginando antenati e divinità allo scopo di superare la propria precarietà e i propri limiti. Ha costruito delle narrazioni simboliche per collocarsi nel mondo. E, cercando delle mediazioni più gestibili della parola, che è sempre da interpretare, ha creato dei riti e dei sacrifici per assicurarsi l’aiuto delle forze soprannaturali.

Aggravate dalla minaccia di una possibile autodistruzione dell’umanità e del pianeta, le paure ataviche perdurano fino ad oggi (…). Non c’è più niente di certo: tutto è provvisorio e relativo. Da qui il ritorno in forza del religioso e dell’irrazionale, dall’astrologia alle predicazioni sulla fine del mondo. La tendenza compulsiva alla crescita di un ego narcisistico ipertrofico forse non è che l’altra faccia della medaglia della paura primitiva che continua ad attanagliare gli esseri umani.

Che cosa ci dà il Vangelo per liberarci da questa angoscia? A dire il vero nessuna rassicurazione dottrinale o rituale, neanche la minima garanzia di salvezza per il tramite di procedure sacre. Ma, offrendoci una Parola che instancabilmente genera la vita nei cuori, il Vangelo esprime una conoscenza al di là di tutti i saperi e, soprattutto, ci propone una pratica che ci libera dai tormenti veicolati dalla morte. Consapevoli che il Regno di Dio non è di questo mondo e non lo sarà mai, il Vangelo afferma che questo Regno è già qui e per l’eternità, realizzandosi ovunque e sempre dove si manifesta l’amore. Suprema rivelazione del mistero della vita.

Irriducibile e immensamente tragico, il male esiste. Celebriamo il sepolcro vuoto del risorto, ma le nostre tombe non smettono di riempirsi di morti e il dolore è in ogni dove. Ciononostante, crediamo che il male e la morte siano vinti. Gesù non ha cercato di risolvere l’enigma della sofferenza, ma ha donato la sua vita per combattere il male. (…).

2.2 Una libertà che trascende il mondo

È con parole e atti di inafferrabile libertà che Gesù ha annunciato la liberazione. Non ha esitato a frequentare gli scarti della società, i malati dichiarati impuri, i traditori che traevano profitto dall’occupazione romana, donne dissolute. Frequentazioni ingiustificabili per la Legge religiosa che regolava la società.

Ma Gesù è andato per la sua strada senza curarsi delle condanne di un sistema politico-religioso fondato sulle divisioni tra sacro e profano, puro e impuro, inaugurando così, a suo rischio e pericolo, un nuovo ordine del mondo, quello annunciato dai profeti per il tempo messianico. Un gesto infinitamente più radicale e più grande di fondare semplicemente una nuova religione per sostituirla alla Torah, al Tempio e al sacerdozio d’Israele.

L’apostolo Paolo ha formalizzato la novità della libertà cristiana proclamando che il senso di comunione con il mistero della vita, della morte e della resurrezione di Gesù conferisce ai discepoli di Cristo una sovrana autonomia in rapporto a tutti i poteri profani e religiosi. Liberati dall’obbligo della circoncisione e dell’osservanza dei divieti alimentari, tutto è permesso a coloro che vivono nell’amore – ciò che Sant’Agostino ha tradotto con «Ama e fa’ quel che vuoi!». Un’affermazione accuratamente dimenticata dal cristianesimo, che non ha smesso di moltiplicare le regole morali e religiose e di rinverdire minacce e condanne fino a ipotecare l’eternità!

Liberato dai falsi dei, dagli idoli e dalle superstizioni, liberato da ogni fatalità, il cristiano sta in piedi davanti a Dio e agli esseri umani. Fratello di tutti al di là delle divisioni religiose, persuaso che nessuno possieda la verità, si rallegra della parte di verità che gli altri portano in loro e gli rivelano, come pure delle verità che costituiscono il suo destino. Tutte le schiavitù religiose sono abolite e la sua libertà riflette la trasfigurazione che l’amore opera in seno alla creazione. Il terribile Dio onnipotente delle credenze antiche è morto sul Golgota, e il «Dio perverso» denunciato da Maurice Bellet, inquisitore e assassino rivestito d’amore, è a sua volta definitivamente smascherato.

2.3 Liberazione dagli obblighi istituzionali

(…) Essendo Gesù morto nelle peggiori condizioni e non essendosi realizzata l’apocalisse annunciata, è stato necessario immaginare nuove prospettive. La Chiesa vi si è dedicata come ha potuto, riabilitando il matrimonio e la procreazione, modificando i modi di gestione dei beni materiali e del potere, rivalutando i rapporti con l’ebraismo, ecc… Ne sono risultati seri conflitti, tra Paolo e la Chiesa di Gerusalemme per esempio, ma le contraddizioni più profonde e più durevoli non sono sorte che più tardi, sotto l’imperatore Costantino, nel IV secolo.

Alleandosi con l’Impero ed ereditando i beni e le capacità d’intervento sociale del paganesimo, la Chiesa è diventata alleata dei potenti e dei ricchi, accettando di essere onorata e appagata fino a disonorare e spogliare il Dio cui si richiamava. (…). La Chiesa ha strumentalizzato la divinità, manipolando a proprio vantaggio la paura di Dio e del diavolo, e monetizzando l’accesso alla salvezza di cui si era arrogata il monopolio. Sedotta dall’Impero, ha sognato di instaurare il regno politico-religioso di un Cristo-Re egemonico.

Per celebrare in modo mondano la gloria divina, per finanziare le sue opere missionarie e caritatevoli, e per imporre la sua influenza sotto il riparo del regno di Dio, la Chiesa ha sempre cercato il sostegno dei ricchi e dei potenti.

È stata alleata e complice della monarchia sotto l’ancien régime, alleata e complice delle dirigenti al momento della rivoluzione industriale, alleata e complice delle forze coloniali dopo secoli di rapine oltre-mare e schiavitù. (…).

Come si articolano, al termine di questa evoluzione storica, la dimensione mistica e la dimensione sociologica della Chiesa? La gerarchia ecclesiastica rigetta le accuse di tradimento e di clericalismo che le sono rivolte. (…). Ma allo stesso tempo, questa gerarchia si riserva gelosamente l’autorità in ogni campo decisivo, non esitando a escludere i fedeli che la contestano. (…).

In realtà, la Chiesa non vive che lì dove gli esseri umani si sforzano di vivere il Vangelo, e non altrove. Il Dio di Gesù è l’opposto del Dio onnipotente che esige prima di tutto obbedienza e adorazione, lodi e lusinghe, come un monarca da una struttura religiosa dedita alla sua devozione.

(…) Non è possibile credere in Dio e amare Cristo senza credere nell’essere umano, senza amarlo e aiutarlo in caso di bisogno. Quando le Chiese non riconoscono la sofferenza del mondo e la sua aspirazione alla liberazione, quando il loro dogmatismo e ritualismo ossessivi le portano a soffocare i fedeli, quando tradiscono il Vangelo per servire la propria potenza e la propria gloria, o più banalmente per sopravvivere a ogni costo, meglio è lasciare i santuari per i sagrati e i quartieri in cui si giocano la salvezza degli umili e il futuro del cristianesimo.

(…) Coltiviamo la gratitudine che dobbiamo alla Chiesa per ciò che abbiamo ricevuto da essa nonostante tutto. Ma senza questa grande nostalgia del passato e senza dimenticare l’urgenza delle lotte che si impongono oggi. (…).

3. LIBERARCI DALLE LOGICHE DOMINANTI

3.1 Dio non ha disertato il mondo

Bisogna guardarsi dal giudicare il mondo attuale in modo manicheo come fa così volentieri la Chiesa, confrontando in modo fraudolento le sue carenze con un passato idealizzato, per poterlo così meglio esibire (…).

Da sempre, il mondo mescola il bene e il male. Da una parte, l’aspirazione della maggior parte degli esseri umani a vivere più umanamente e, dall’altra, la violenza capace di distruggere la natura e altri esseri umani. E, da sempre, è al livello delle forze dominanti che si cristallizza la violenza peggiore, diffondendosi poi al corpo sociale.

La cupidigia e il cinismo del sistema dominante trascendono i comportamenti individuali. Quindi non è mai l’essere umano il nemico da abbattere, né la stessa società, ma la potenza delle logiche inumane imposte all’essere umano e alla società. Non sono le ricchezze a dover essere distrutte, è il vitello d’oro e la sua religione, è l’iniquità e la sua tirannide. Là è il male, là è il luogo della nostra ribellione e delle nostre lotte per un futuro di giustizia, pace e benevolenza.

3.2 Rinunciare all’avidità del possesso e del dominio

La Bibbia ebraica considerava la ricchezza come una benedizione divina a ricompensa dei ricchi per la loro buona condotta, essendo inteso che una parte dei loro beni dovesse essere consacrata agli indigenti. Diversi testi, specialmente profetici e sapienziali, rilevavano però che spogliarsi dei propri beni permette di intravedere un orizzonte spirituale ricco di promesse.

(…) L’ordine del mondo e i poteri che ne assicurano la perpetuazione erano, nella tradizione ebraica, ugualmente considerati come instaurati da Dio. (…).

Finché la ricchezza e l’ordine sono subordinati allo sviluppo della vita, restano fecondi e l’esercizio dei poteri collegati indispensabile. Ma la storia mette in evidenza che gli esseri umani hanno una insopprimibile tendenza a pervertire l’ordine in un sistema di asservimento per soddisfare la loro sete di dominio e di potere. (…).

Sopprimere la sete di ricchezza e di potere comporta (…) una profonda conversione interiore, chiamata a tradursi nell’adesione a un’etica della misura e della frugalità. Che sia sociale o religioso, il potere non può essere ricercato o accettato che per servire, non per il prestigio o per i vantaggi tangibili che l’accompagnano. (…).

Accontentarsi di denunciare le ingiustizie nelle encicliche e dal pulpito non contribuisce a cambiare l’ordine sociale che le genera. (…). Se la dottrina sociale della Chiesa si accontenta di denunciare l’ordine dominante, temendone il capovolgimento, non serve a niente. Il marxismo ha fornito a suo tempo strumenti di analisi che avrebbero meritato una migliore accoglienza anziché un rigetto aprioristico.

3.3 L’opzione preferenziale per i poveri

La vocazione della Chiesa non è di trasformarsi in partito politico o in agenzia umanitaria ma di annunciare il Vangelo e di darne testimonianza sia come istituzione che attraverso l’impegno dei fedeli. Ciò che ci si attende da essa sono parole e atti profetici di liberazione per il presente sulla scia di Gesù, dando priorità ai più vulnerabili e assumendosi il rischio di questa scelta.

Sono sempre i valori spirituali vissuti da ciascuno a dare all’azione sociale la sua piena misura, ma nessuno può salvarsi da solo o salvare da solo il mondo. Per arginare la brutalità devastatrice del sistema dominante, non basta che un’élite si dedichi a un ascetismo della povertà ereditato dal passato, come a volte invita a fare la vita religiosa, secondo un’estetica della povertà. Al di là della morale individuale piegata alla perfezione, lo spirito di povertà esige una solidarietà effettiva con gli esclusi. Costruire una società più giusta e più fraterna richiede un atteggiamento risolutamente combattivo sul piano sociale, con i rischi che questo comporta. (…).

Non è la scarsità che ha creato l’ineguaglianza e l’ingiustizia. Il pianeta produce abbastanza per nutrire tutti e ce ne sarebbe d’avanzo. Se la maggior parte dell’umanità soffre la fame e di conseguenza la violenza cresce, è perché i ricchi rubano ai poveri (…) spingendo così alla rivolta. (…).

Ovunque le terre sono tolte ai più piccoli, gli agrocarburanti vengono prima del cibo, l’indebitamento imposto ai poveri non serve che ad arricchire i creditori, i media sono messi a tacere a beneficio di chi opprime, sfrutta, esclude coloro che le nuove tecnologie rendono inutili.

Mosso solo dal profitto, il capitalismo neoliberista rivela una disumanità predatrice di un’ampiezza mai vista prima. Grazie alla tecnoscienza e alla propaganda dei media, la forza cieca e senza nome delle lobby finanziarie è diventata l’ultima padrona dell’umanità. (…).

Il Vangelo non permette di attendere la “grand soir” (espressione con cui si indica una rottura rivoluzionaria, ndt) che altri hanno promesso, ma invita a una rivoluzione permanente sotto il soffio dello Spirito, perché gli esseri umani possano vivere in pace (…).

4. PER UN’ETICA UNIVERSALE DELLA LIBERAZIONE

4.1. Ancoraggio nella concretezza e relatività della storia

Libero dalle costrizioni ideologiche e istituzionali, il cristiano non si è trasformato in extraterrestre (…). La sua liberazione si traduce al contrario in un ritorno senza riserve all’umano, e particolarmente alle urgenze dell’umanità. Uno sviluppo che mira a rendere il vangelo al mondo, o piuttosto a leggere e scoprire il vangelo nel mondo, a lasciarsi evangelizzare dal mondo. Un cammino necessariamente contestuale come lo sono tutte le teologie della liberazione.

La Chiesa si è costruita progressivamente nel quadro delle possibilità di ogni luogo e di ogni epoca e non, come si pretende, nell’assoluto. Il solo criterio di identità che la definisce è l’ispirazione che la porta a diffondere il vangelo. Nessuna delle sue antiche modalità rappresenta una forma perfetta di cristianesimo che basterebbe riprodurre o imitare. Bisogna dunque, oggi, inventare nuovi linguaggi e nuove istituzioni affinché «la via, la verità e la vita» tornino riconoscibili dopo tante mistificazioni.

La struttura ecclesiastica che ha sacralizzato le sue istituzioni e reificato la Parola di Dio sta morendo. Ma la Chiesa non si riduce a questa forma antiquata e deve osarne di nuove. Per cantare l’amore, sono necessarie parole e, per metterle all’opera, c’è bisogno di istituzioni capaci di farle vivere. (…)

Un altercristianesimo è in gestazione nell’altermondialismo che lotta contro l’ordine stabilito.

4.2. Dimensione universale del Vangelo

La secolarizzazione e la mondializzazione hanno favorito lo sviluppo del pluralismo, in particolare alimentando la libertà di coscienza e la laicità. Questa evoluzione è stata accompagnata da una straordinaria diffusione di valori evangelici e apre a prospettive inattese. Senza minimizzare la specificità dell’insegnamento di Gesù, quel che emerge è che questi valori non sono appannaggio esclusivo del cristianesimo. (…). Perché non riconoscere che l’ateismo stesso testimonia a volte più delle Chiese i valori evangelici?

(…) È nel profondo della relazione con l’altro che ognuno riceve e trasmette la Parola che è all’origine dell’umanità e non smette di esserne il fondamento. È nell’alterità che si rivela la trascendenza. All’opposto dell’ossessione infantile di una solitudine onnipotente, la relazione con l’altro è il luogo in cui si radicano e sviluppano la vita e la verità. Questa relazione è sempre dono reciproco, libero da ogni possesso o dominio. È in questa relazione che ogni essere umano impara a ricevere, a donare e a donarsi.

Invitando a riconoscere l’impotenza umana a dominare l’infinito insito nell’essere umano, il vangelo fa intravedere questo infinito e la trama che tesse nel quotidiano, e permette di parteciparvi. (…). Il Vangelo non aggiunge senso alle nostre lotte: è il senso alla radice delle nostre lotte e in ogni dimensione, e il luogo delle nostre condivisioni con gli altri, preghiera e azione.

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