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Lo stato di salute della sanità cattolica

Giacomo Galeazzi
http://vaticaninsider.lastampa.it/ 3 maggio 2012

Il simbolo della sanità cattolica è il policlinico «Gemelli», l’ospedale al quale Benedetto XVI ha fatto visita oggi e che Karol Wojtyla, in uno dei suoi lunghi ricoveri, ribattezzò «Vaticano terzo» in quanto «casa» del Papa insieme ai palazzi apostolici di Roma e Castelgandolfo. Ma qual è, nel suo insieme, lo stato di salute della sanità cattolica? In principio fu il connubio d’acciaio tra Giulio Andreotti e il cardinale Fiorenzo Angelini. Nella Prima Repubblica non si muoveva foglia nella sanità cattolica senza il «placet» congiunto dello statista Dc e del suo principale referente d’Oltretevere.

Poi, dopo Tangentopoli, la galassia bianca di cliniche e ospedali è passata dal «centralismo romano» alla pluralità di interlocutori politici di pari passo con la crescita della spesa a livello regionale. Così negli anni si sono consolidati i «patronage locali» esercitati sulle strutture ecclesiastiche da governatori cattolici come, per esempio, Roberto Formigoni in Lombardia, Raffale Fitto in Puglia o Francesco Storace nel Lazio. Adesso, dopo il contrastato coinvolgimento della banca vaticana Ior nel salvataggio del San Raffale post-don Verzè, tutto appare in movimento. Ad essere attraversata da venti di rinnovamento, di crisi o di tentato collegamento in rete da parte della Curia romana è la miriade di nosocomi di proprietà diretta della Santa Sede (Ospedale pediatrico «Bambin Gesù» di Roma, «Casa sollievo della sofferenza» di San Giovanni Rotondo), di enti ecclesiastici (Policlinico «Gemelli» di Roma) o di congregazioni religiose (Istituto dermopatico dell’Immacolata della congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione), oltre alle centinaia di cliniche, centri di riabilitazione, case di cura in ogni angolo d’Italia.

Per capire in quali acque navigi la «Balena bianca» della sanità cattolica, Vatican Insider ha organizzato un forum con esperti di questioni ecclesiastiche come i vaticanisti Iacopo Scaramuzzi (TMNews) e Francesco Peloso (Adnkronos).

Quanto conta il Vaticano nel mondo della sanità a Roma e, in generale, in Italia?

Scaramuzzi: «Meno che in passato. Lei ricordava giustamente il tandem tra Andreotti e il cardinale Angelini. C’era, più in generale, una grande “porosità” tra le due sponde del Tevere. Tanto che il Divo Giulio nel 1985 si “permise” di suggerire al cardinale Casaroli, segretario di Stato dell’epoca, di elevare a dicastero la commissione per l’arte sacra e di creare un organismo autonomo per la pastorale sanitaria. Oggi, nel male e nel bene, non vedo in giro dei Casaroli e neppure degli Andreotti».

Peloso:«In Italia, ma non solo, conta moltissimo direi. Ma anche in Paesi come gli Stati Uniti dove una parte considerevole dell’assistenza sanitaria e sociale è gestita dalle diocesi, in un sistema, va sottolineato, dove non c’è il principio della sanità pubblica. Il problema vero è caprie perché , in Italia, ‘conta’. Motivazioni legate all’eccellenza di alcune strutture e ragioni speculative si sono tropo spesso confuse fino a determinare il formarsi di una zona grigia nella quale si muove tutta la sanità privata, compresa quella cattolica. Anche in quest’ambito sarebbe auspicabile il massimo di trasparenza da parte del Vaticano e delle autorità ecclesiali».

La sanità per il Vaticano rappresenta una forma di consenso, un naturale approdo evangelico o un business?

Scaramuzzi:«Sicuramente un naturale approdo evangelico, come rimane tuttora per tante congregazioni religiose e singoli donne e uomini di Chiesa che nella cura al malato trovano una realizzazione alta e concreta della loro vocazione. Probabilmente anche una ricerca di consenso, sebbene Papa Benedetto XVI abbia più volte messo in guardia dal rischio di un attivismo sociale che prescinda dalla dimensione spirituale della fede o, addirittura, che si allontani dall’ortodossia del magistero. Il business della sanità, in questa epoca, mi sembra piuttosto retaggio di altri soggetti».

Peloso: “Tutte e tre le cose. Storicamente le grandi strutture ospedaliere nascono spesso ad opera della Chiesa o di congregazioni religiose. In un passato lontano, l’assistenza ai poveri, ai pellegrini, agli orfani, erano categorie che si mischiavano e sovrapponevano per poi trovare, col passare dei secoli, un loro ambito specifico. Per esempio l’ospedale di Santo Spirito a Roma, sul Lungotevere, vicino al Vaticano, era in origine un luogo di ospitalità per i pellegrini che arrivavano a Roma dall’Inghilterra (Santo Spirito in Sassia, ovvero Saxum, sassoni, è il primo millennio della storia cristiana). La stessa struttura – nella parte storica – conserva memoria degli antichi giganteschi padiglioni, oggi l’ospedale è pubblico ma la sua storia è legata a quella della Chiesa. A Venezia il governo della Serenissima e le confraternite di cittadini e religiosi fecero sorgere i primi luoghi d’accoglienza per i poveri, ricoveri, ospedali per gli ammalati le epidemie di peste, si pensi alla celebre scuola di San Rocco. In epoca moderna padre Agostino Gemelli è da considerarsi medico e studioso che ha fondato improntati istituzioni. Infine si pensi agli ospedali missionari nei Paesi del terzo mondo. E però, da sempre, cioè fin dalla nascita, queste strutture sono naturali forme di produzione del consenso per la Chiesa e questo resta un motivo fondamentale dell’interesse da parte vaticana per il mondo della salute. Infine il business: in parte è inevitabile, ma certo la dedizione del Vaticano e di molti uomini di Chiesa – come di politici e imprenditori – alla ricerca del guadagno e dell’arricchimento delle strutture sanitarie private a scapito di quelle pubbliche in un Paese come l’Italia, è, va detto, ai limiti dell’incostituzionalità”.

C’è concorrenza tra il Vaticano e i grandi gruppi privati (come gli Angelucci) che operano nella sanità a Roma e nel Lazio? Oppure c’è un accordo non scritto di spartizione della “torta”?

Scaramuzzi:«La mia impressione – e parlo da cittadino romano più che da vaticanista – è che, da quando la riforma costituzionale ha attribuito alle regioni la gestione della sanità, ci sia, come dici tu, un “accordo non scritto di spartizione della torta”, che non riguarda però solo i soggetti cattolici e che, più a monte, influisce, per non dire determina, la conformazione delle elezioni regionali».
«Perché qualsiasi tentativo del governo o della Regione Lazio di mettere mano ad una riforma delle strutture sanitarie del Vaticano spiaggia sulla riva destra del Tevere? Lo stesso Tremonti fu pesantemente criticato nel 2008 perché voleva equiparare gli ospedali religiosi classificati (no profit) a quelli privati accreditati (for profit), con il rischio che aumentassero per gli istituti religiosi anche le tasse.

Peloso:«Ecco il punto è proprio questo: sono disposti gli istituti sanitari di ispirazione cristiana e cattolica a non ricorrere a sotterfugi per aggirare la legge magari condendo l’operazione con un rosario di buone intenzioni e caritatevoli finalità del loro operato? E’ un po’ lo stesso problema del pagamento dell’Imu o Ici per gli immobili commerciali. Troppo spesso i vertici ecclesiastici richiedono una sorta di franchigia generalizzata, è un modo per essere più ‘uguali degli altri’. In tal modo per altro si danneggia quella parte del volontariato e del mondo cattolico e religioso impegnato nell’assistenza e nell’aiuto ai più deboli, anello nevralgico di una presenza sociale di prima linea.

Come si è prodotta la sconfitta della cordata Ior-Malacalza nella vicenda del san Raffaele? E’ frutto di uno scontro di potere interno al Vaticano? Rappresenta il fallimento nella costruzione di un polo di sanità vaticana e cattolica?

Scaramuzzi:«Da quello che ho potuto osservare, il cardinale Bertone si è lanciato nell’impresa dell’acquisto del San Raffaele quando si era già capito che don Luigi Verzè stava lasciando un buco di bilancio ma non era ancora chiara la profondità di questo buco. Man mano che si sono materializzate le cifre effettive del crac, chi aveva inizialmente aderito all’iniziativa di Bertone, anche in Vaticano, si è tirato sempre più indietro. Forse Bertone ha fatto il passo più lungo della gamba. La sua idea iniziale di recuperare un patrimonio prezioso come il San Raffaele per rilanciarlo e metterlo “in rete” con altri nosocomi per approntare una sorta di polo ospedaliero, in realtà, non mi sembrava affatto stupida. Forse, però, il segretario di Stato vaticano ha peccato di un eccessivo ottimismo».

Peloso:«Sì, certo, sono emersi scontri di potere fra la forte e articolata Chiesa milanese, che conserva potere e risorse importanti, e il Vaticano. Ma anche da parte di quest’ultimo l’operazione è stata portata avanti alcuna una certe spregiudicatezza, forse un po’ superficialmente. Il suicidio di Mario Cal, le inchieste della magistratura e via discorrendo pesano come un macigno su questa storia che, nel suo insieme, non ha aiutato la Chiesa ad affrontare il tema chiave della trasparenza e della spoliazione di un eccesso di potere politico ed economico”.

Un movimento come Cl è da tempo egemone nella sanità lombarda e ha cercato di espandersi anche in Veneto. Come valuta questa situazione? Questi scandali come sono percepiti in Vaticano?

Scaramuzzi:«Roberto Formigoni ha saputo costruire un sistema sanitario regionale efficace e senza deficit, e questo gli va riconosciuto. Il suo punto debole, da quanto sta emergendo, è una gestione troppo personalista del suo governo. Che sia gestita dai privati o dallo Stato, la sanità pubblica andrebbe sempre salvaguardata dagli intrecci tra affari e amicizie. Quanto alla percezione del Vaticano, noto un assordante silenzio…»

Peloso:«Direi, senza enfatizzare, che il Vaticano è parte in causa. Dietro quello che sta venendo alla luce in Lombardia, c’è un problema più ampio: cosa è stata la Chiesa nell’ultimo trentennio? In buona parte si è identificata con Cl; non è stata solo questo, certo, ma il ruolo guida sotto il profilo culturale e ideologico di Comunione e liberazione nella storia ecclesiale recente del nostro Paese è indubitabile. Il Vaticano, vorrei direi più esplicitamente la Santa Sede, ha accompagnato questa ascesa».

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