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Prove di unità cattolica (senza i parroci)

Francesco Margiotta Broglio
Corriere della Sera, 08.05.2012

Si è variamente parlato, negli ultimi mesi, di «prove di unità dei cattolici in politica», anche in occasione di incontri tra autorità dell’episcopato e movimenti, associazioni, comunità ecclesiali, testimoni della vitalità di quello che, con qualche approssimazione, viene definito il «mondo cattolico». Alcuni hanno immaginato, come seguiti del Forum di Todi dell’ottobre scorso, un nuovo soggetto politico unitario, «un partito sul modello sturziano» (Antiseri), altri una più forte presenza all’interno di partiti esistenti che facciano riferimento al Ppe e siano, quindi, alternativi alla sinistra.

Un progetto che avrebbe il consenso dei vertici della Cei e della Segreteria di Stato e alcuni avamposti già nel governo Monti: se il cardinale Bertone ha incitato i cattolici a «non rassegnarsi all’irrilevanza politica», il ministro Riccardi ha dichiarato «non serve il partito dei cattolici» e il ministro Ornaghi parla di «minoranza creativa». Entrambe le ipotesi sono, ovviamente, subordinate alla scelta del sistema elettorale e al modello di «democrazia rappresentativa» che verrà adottato, ma è opportuno chiarire, fin d’ora, che entrambe presuppongono una convinta cooperazione da parte delle gerarchie episcopali e delle istituzioni ecclesiastiche. Ad esse si devono, infatti, i momenti forti dei successi elettorali dell’antica Dc. Non a caso a un Lazzati che lamentava la mancanza di una cultura cattolica che avesse «il senso profondo della laicità della politica», De Gasperi replicava: «Ma non ti rendi conto che alla fine a decidere delle elezioni sono i parroci!».

Non si può, quindi, ragionare sul «ritorno dei cattolici» senza tenere conto della situazione attuale della società religiosa. Una delle più importanti ricerche in materia (R. Cartocci, Geografia dell’Italia cattolica, Il Mulino) elabora indicatori oggettivi e fornisce analisi dettagliate che mettono in evidenza la critica situazione delle religiosità in un contesto sociale sempre più secolarizzato (come dimostrano anche i significativi dati raccolti da ormai sei anni da Critica Liberale).

A parte la presenza di due Italie e di più tipi di fedeli in base all’età (i residui messalizzanti settimanali — in media 32,5% — sono concentrati essenzialmente nel Sud, con punte sopra al 40% in Campania e Puglia, mentre da una frequenza del 56% dei 6-13 anni si passa a circa il 18% dei 20-34 anni per tornare al 43% degli ultra settantacinquenni), il forte aumento dei matrimoni civili e dei nati fuori del matrimonio (aggiungerei anche dell’instabilità coniugale), la crescita nelle superiori del numero degli studenti che non frequentano l’ora di religione, gli stessi dati dell’otto per mille, hanno consentito a Cartocci la predisposizione di un indice finale di secolarizzazione che vede in testa Emilia Romagna, Toscana e Valle d’Aosta e in coda Puglia, Calabria e Basilicata: il Veneto «bianco» si ferma alla metà delle venti regioni e la Lombardia all’ottavo posto delle «secolarizzate».

Già Garelli del resto aveva parlato di «cattolicesimo di minoranza» e Segatti di un’Italia non più cattolica ma «genericamente cristiana», con una fede religiosa, ma, in gran parte, con credenze essenzialmente individualistiche.
Se fosse ancora attuale la convinzione di De Gasperi sarebbe inutile, nel contesto socio religioso che si è richiamato, pensare a qualsiasi tipo di rappresentanza politica, unitaria o frammentata, dei cattolici italiani, privi di quel retroterra ecclesiastico che ne aveva assicurato il successo e la cui crisi, del resto, contribuì, insieme agli errati «calcoli» del cardinale Ruini, a mandare in soffitta la Dc di Martinazzoli.

Furono la vitalità dell’associazionismo ecclesiale e di quanto restava della Dc a contribuire alle vittorie di Prodi, ma fu lo smarrimento delle gerarchie episcopali — che si illusero di poter agire in politica senza la mediazione di un partito non-confessionale — a contribuire (involontariamente?) alla fine di quelle importanti esperienze di governo. Con ragione il cardinale Bagnasco ha respinto, nell’omelia pasquale ai parlamentari, le «linee mediane» sui temi etici (che però stanno a cuore solo ad una minoranza di cittadini), ma proprio per questo sarebbe utile una nuova forma di rappresentanza politica dei cattolici italiani (quali sono, non quali li desidererebbe lui) che riprendesse l’antica funzione mediatrice della Dc, che, in mezzo a mille difficoltà, traghettò il Paese dalla ricostruzione al «miracolo» e, poi, alla crisi della democrazia, iniziata con l’assassinio di Moro e approfondita dalla fine dell’anticomunismo, ma ancora in pieno svolgimento.

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