Home Chiese e Religioni Messa in volgare, sì. Ma almeno sia tradotta bene

Messa in volgare, sì. Ma almeno sia tradotta bene

Sandro Magister
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/ 14 maggio 2012

Nel passaggio dal latino alle lingue moderne molte ricchezze dei testi originali sono andate perdute. In un libro, il liturgista più stimato dal papa fa l’inventario dei danni. E spiega come rimediare

La discussione sui criteri per la traduzione dei testi latini del messale romano è più che mai vivace, dopo la lettera scritta da Benedetto XVI ai vescovi tedeschi e riprodotta integralmente in www.chiesa:

Ma in questi stessi giorni è uscito negli Stati Uniti un libro che accenderà ancor di più la discussione: Uwe Michael Lang, “The Voice of the Church at Prayer. Reflections on Liturgy and Language”, Ignatius Press, San Francisco, 2012.
Il paese d’uscita del libro, gli Stati Uniti, è anche quello nel quale – dalla prima domenica di Avvento dello scorso anno – è entrata in uso una nuova traduzione in inglese del messale romano che risponde proprio ai criteri esposti da Benedetto XVI e magnificamente argomentati e documentati nel libro: criteri da cui la traduzione precedente era lontanissima.Tra l’autore del libro e Joseph Ratzinger, già da prima che questi fosse eletto papa, c’è una profonda comunanza di vedute.

Al precedente libro di Lang, “Turning Towards the Lord”, tradotto in più lingue e dedicato all’orientamento “ad Dominum” della preghiera liturgica, l’allora cardinale Ratzinger scrisse la prefazione. E più volte, da papa, nelle sue omelie, è tornato a motivare questo orientamento. Un orientamento universalmente contraddetto, anche nell’arredo delle chiese, dall’uso invalso di celebrare non verso Dio ma verso il popolo, con il sacerdote a far impropriamente da perno dell’assemblea.

In questo suo nuovo libro, Lang ricostruisce la storia delle traduzioni dei testi sacri dalle origini ai giorni nostri, una storia segnata da incessanti controversie ma anche dall’individuazione, da parte della Chiesa, di una strada maestra, che tuttavia in questi ultimi decenni è stata in molti casi abbandonata. Nel testo riprodotto più sotto, pubblicato su “L’Osservatore Romano” del 7-8 maggio, Lang condensa le ultime pagine del suo libro. Per mostrare come la Chiesa stia oggi risalendo la china, per restituire alle traduzioni del messale nelle lingue correnti il loro perduto splendore.

Lang, nato in Germania ed emigrato a Londra, è prete della congregazione dell’Oratorio di san Filippo Neri, come lo fu il beato John Henry Newman, da lui ammiratissimo.

Chiamato in Vaticano nel 2006, è officiale della congregazione per il culto divino e consultore dell’ufficio delle celebrazioni liturgiche del papa. Insegna arte sacra e liturgia al Pontificio Istituto per l’Archeologia Cristiana e all’Università Europea di Roma.

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ATTENTI A NON SVILIRE LE PAROLE

Uwe Michael Lang
Osservatore Romano, 7-8 maggio 2012

La storia della traduzione biblica comincia con la versione dei Settanta, che ha reso la Scrittura ebraica accessibile alla lingua greca e al mondo ellenistico. Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza religiosa e culturale di questo progetto di traduzione, che non ha eguali nel mondo antico.

Mentre la nuova fede cristiana si diffondeva anche negli angoli remoti del mondo conosciuto, la questione della traduzione diventava più urgente. In questo processo è emersa una preferenza per la traduzione letterale, “parola per parola”, per la quale si presentavano le seguenti ragioni teologiche: la traduzione “senso per senso” presuppone che il traduttore sia in grado di comprendere il senso pieno del testo originale, e questo sarebbe in contraddizione con l’infinita ricchezza della Scrittura.

San Girolamo, avendo ricevuto il mandato da papa Damaso di produrre una nuova versione latina della Bibbia, poi conosciuta come Vulgata, esprimeva pure questa idea, quando scrisse che nella Sacra Scrittura “anche la sequenza delle parole è un mistero” (Lettera 57, 5).

Tuttavia la traduzione letterale, nel passaggio dalla lingua di partenza alla lingua d’arrivo, spesso non riesce a comunicare il messaggio del testo, soprattutto quando si tratta dei testi antichi, come quelli biblici o liturgici, nelle lingue contemporanee.

Senz’altro ogni traduzione cerca di trasmettere il contenuto spirituale e dottrinale in un modo che renda giustizia delle regole e delle convenzioni del linguaggio d’arrivo.

Alcune ermeneutiche di traduzione vanno ben oltre, nel senso che non mirano più a una traduzione che riproduca per quanto possibile la struttura formale dell’originale. Lo scopo è piuttosto quello di identificare il messaggio contenuto nel testo originario e di astrarlo dalla sua forma linguistica. Nel tradurre occorre creare una nuova forma che possieda qualità equivalenti in grado di esprimere più adeguatamente il contenuto originale. Per mezzo di questa nuova forma, la traduzione si propone di avere nella lingua d’arrivo lo stesso effetto informativo ed emotivo che il testo avrebbe nella sua lingua d’origine.

Senz’altro si pongono delle questioni metodologiche, soprattutto come determinare il significato di un testo astraendolo dalla sua forma.

Nel 1966 una traduzione inglese del Nuovo Testamento è stata pubblicata con il titolo “Good News for Modern Man”: buone notizie per l’uomo moderno. Avendo completato la versione dell’Antico Testamento nel 1976, si pubblicò la Good News Bible (GNB) con i libri deuterocanonici nel 1979. I problemi di questa versione risaltano al confronto con la Revised Standard Version (RSV), che si inserisce nella grande tradizione delle Bibbie in lingua inglese, in forma aggiornata e al corrente delle scienze storiche.

Per dare qualche esempio, traducendo dall’inglese: dove la RSV parla di essere riscattati con “il sangue prezioso di Cristo”, la GNB legge “il prezioso sacrificio di Cristo” (1 Pietro, 1, 19). Si tratta di una parafrasi, anziché di una traduzione, che scarta l’immediatezza dell’espressione biblica e le sue risonanze nella tradizione della Scrittura.

La parola di Cristo che “Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (RSV) è reso nella GNB come “Dio è Spirito, e solo nella potenza del suo Spirito si può adorarlo come realmente è” (Giovanni, 4, 24). In questo passo centrale, il senso della frase è trasformato dal precetto di adorare Dio “in spirito e verità” ad una dichiarazione generica d’essere in grado di adorare Dio “come è”. Si perdono pure le sfumature trinitarie e cristologiche del detto (cfr. Giovanni, 6, 63 e 14, 6).

La scelta metodologica di astrarre il messaggio essenziale per comunicarlo nella lingua moderna non riguarda quindi solo questioni di stile e di espressione letteraria, ma solleva anche problemi di carattere dottrinale.

Uno dei casi più noti è il racconto lucano dell’Annunciazione, dove la GNB rende il greco “parthènos” (Luca, 1, 29), come “giovane donna” invece di “vergine” e offusca così un’affermazione essenziale del Vangelo.

Tuttavia, tali teorie hanno influenzato la traduzione dei nuovi libri liturgici nelle lingue volgari, e sono state applicate nel modo più coerente nella versione inglese del “Missale Romanum” di Paolo VI, pubblicata nel 1974.

Mentre non si può presentare qui un quadro dettagliato, può essere utile accennare in linea di massima alcune tendenze che sono evidenti soprattutto nelle preghiere variabili della messa. Molto spesso la versione inglese ristruttura la preghiera originale, con poco riguardo alla sequenza delle idee teologiche e alla loro espressione retorica, che sono caratteristiche della classica eucologia romana.

Quelli nel cui nome si fa la preghiera, sono non di rado ridotti a un indeterminato “noi”, presumibilmente da identificare con la particolare assemblea. Di conseguenza, si limita lo scopo universale di tante preghiere, il quale include tutto il corpo cristiano o addirittura tutta l’umanità.

Frasi tipiche come “praesta, ut” o “concedere, ut”, con le quali si esprime la supplica a Dio, si traducono di solito con una variante di “aiutarci”. In questo modo, si introduce una nozione debole della causalità divina e si riduce l’operazione misteriosa della grazia divina nel cuore umano, con una sfumatura semi-pelagiana.

Nella colletta per la ventunesima domenica del tempo ordinario la tendenza generale a rendere l’originale in parafrasi è andata così lontano che il concreto concetto biblico di amare la legge divina (“id amare quod praecipis”) viene trasformato in “valori” (“values”). Questo non si può non descrivere come un passo verso l’auto-secolarizzazione e forse anche verso il relativismo morale (in quanto il concetto di “valori” viene comunemente adoperato per sostituire il discorso di un ordine morale oggettivo). Se si chiede quali siano questi “valori”, la versione inglese dà la risposta: quelli “che ci porteranno gioia perenne in questo mondo che cambia (that will bring us lasting joy in this changing world)”. Quando l’antica colletta romana parla di “inter mundanas varietates”, si sentono anche le connotazioni negative che invece si perdono nella frase sul mondo che cambia.

Ancora più importante: il testo originale non chiede la gioia perenne in mezzo alle incertezze di questo mondo, ma prega piuttosto che il nostro cuore sia ancorato in quel luogo, dove si trova la vera gioia: la realtà trascendente del cielo: “ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia”. Nella versione inglese è sparito l’eco di Luca, 12, 34, “dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

La consapevolezza che questa traduzione si è allontanata troppo dalla “lex orandi” del rito romano ha portato al grande progetto di revisione, iniziato dall’istruzione della Santa Sede “Liturgiam authenticam” del 2001.

In seguito, si è preparata una nuova traduzione del “Missale Romanum”, che è stata introdotta in modo definitivo in moltissimi paesi anglofoni la prima domenica d’Avvento dell’anno scorso.

Anche se una traduzione può solo approssimare l’eleganza e la concisione delle antiche orazioni latine con il loro ritmo di prosa e le loro figure retoriche, il nuovo “Roman Missal”, a differenza del suo predecessore, apre il tesoro della tradizione liturgica latina, fedelmente e integralmente, alla Chiesa nel mondo anglofono.

Inoltre, esso contribuisce notevolmente alla formazione di “una lingua sacra vernacola”, come è previsto dalla “Liturgiam authenticam” (n. 47): un linguaggio di culto che si distingue dal linguaggio quotidiano ed è sentito come la voce della Chiesa in preghiera.

“Attraverso questi testi sacri e le azioni che li accompagnano, Cristo sarà reso presente e attivo fra la sua gente. La voce che ha contribuito a far scaturire queste parole avrà completato il suo compito” (Benedetto XVI, Discorso ai membri del comitato “Vox clara”, 28 aprile 2010).

Per i pastori, a cui è affidato il compito di introdurre la nuova traduzione nelle loro comunità, questa è anche un’occasione unica per insegnare la “lex credendi” che trova un’espressione bella e profonda in queste preghiere, un’opportunità che “dovrà essere colta con fermezza” (Benedetto XVI, ibidem).

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