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La teologia indecente per una società meno indecente

Roberto Rivosecchi
www.italialaica.it | 12.06.2012

“Una donna che chiedesse la parità nella Chiesa potrebbe essere paragonata a un nero che chiedesse la parità nel Ku klux Klan”, così Mary Daly ne “La Chiesa e il secondo sesso”, ristampa degli anni settanta. Sembra concordare l’ex monsignor Ravasi, ora cooptato tra i principi della Chiesa, anche lui sottolineando come una concezione maschilistica e patriarcale abbia pesantemente rivestito e condizionato il pensiero religioso del passato. Ma subito denuncia la richiesta inclusivista delle donne quale sessuologia teologica che va a fare il verso al tanto detestato patriarcalismo fallocratico.

Ed esorta con intimidazione: oltre l’inclusione e il riconoscimento delle donne, c’è una eccedenza del Vangelo, c’è il custodire la rivelazione. Nell’immaginario del potere religioso la donna, come tutti coloro che si trovano in situazioni di dipendenza, scompare, deve tacere e soggiacere all’eccedenza. Questa eccedenza, quasi legge mosaica, ci priva delle forze e ci condiziona alla consuetudine. L’istituzione, non per includere, ma per inglobare, non nega i contributi positivi della teologia e della ermeneutica femminista.

Lo stesso Giovanni Paolo II conveniva sulla necessità di una conversione della comunità ecclesiale nei confronti della donna e dei sui carismi. Ma l’inclusione della femminilità nella divinità rimane sempre un miraggio. Quando Giovanni Paolo I, all’insediamento del suo breve pontificato, definì Dio papà, ma ancor più madre, si diffuse il panico e Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, si espresse subito con chiarezza: “Non siamo autorizzati a trasformare il Padre Nostro in Madre Nostra”.

Le donne comunque hanno cominciato a ricoprire cariche, hanno potuto frequentare le facoltà di teologia (la Daly, ai suoi tempi, fu costretta ad andare a Friburgo dal Nord America), ma la sostanza, soprattutto in riferimento alla liturgia, è rimasta immutata: se non marginalizzazione, complementarità e subordinazione. Per le cattoliche poi è particolarmente dura: della ordinazione ministeriale non se ne parla. Anche se la Bibbia non ci dà sentenze definitive in merito, già Paolo VI aveva dichiarato impossibile l’ordinazione delle donne. Anche se Gesù, contrariamente alle usanze del tempo, trattava le donne alla pari degli uomini, non le aveva però chiamate a far parte dei dodici.

Inoltre le immagini nuziali della Chiesa come sposa e di Gesù come sposo sembrerebbero evidenziare la improponibilità di uno sposo femmina. La sessualità marchia la teologia e diventa il destino di ognuno di noi nella vita: gli uomini destinati all’attività e alla iniziativa, le donne alla responsabilità e al nutrimento. Così inquadrate, trovano la piena inclusione nella vita di coppia, che implica certamente un arricchimento reciproco, ma con una chiara dipendenza della donna e comunque se ne esclude a priori una piena autonomia. L’individuo, tanto più se femmina, non ha alcun valore se non è a regime nella istituzione familiare, ovviamente quella benedetta dalla Chiesa. Il termine “zitella” sta probabilmente a sancire uno status di mancanza, che percorre il religioso e il sociale. Le teologhe femministe direbbero che si tratta della eredità sociale del patriarcato, che ha fissato la donna nel ruolo di dipendenza dall’uomo. Le donne sono state condizionate a reprimere il proprio ego. Tuttalpiù l’ambizione femminile diventa valore positivo solo in quanto funzionale a quella del maschio. In tal caso la donna si connota di valori positivi: marito, figli e focolare.

Ritornando alla Mary Daly, il cristianesimo, sostiene, ha contribuito a mantenere l’oppressione delle donne. Il primo punto per superare tale visione conservatrice della società e delle relazioni umane è il rinnovamento della Chiesa cattolica. Successivamente, lei cattolica, perde ogni speranza nel cambiamento e giunge alla conclusione di una visione sessista che permea e sostanzia la Chiesa: “Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio”. E’ il maschio a dare le definizioni su Dio. La diversità viene trasformata e legittimata in ineguaglianza. La religione istituzionale diventa quindi irrecuperabile e irriformabile. Le speranze di liberazione vanno riposte nella teologia femminista cristiana.

Piuttosto che la divinità si accentua la vita concreta di Gesù. Il che si porta dietro l’importanza della esperienza personale nella ricerca trascendente: con tutta la corporeità, la sessualità, la relazionalità. Marcella Althaus Reid la definisce teologia indecente, atto di sfida a coloro che vogliono mantenere una facciata di decenza e che contravvengono, sia al mandato rivoluzionario dello Spirito Santo, sia alla capacità profetica del messaggio evangelico, che in Cristo testimoniava il principio del rispetto delle donne in una epoca di misoginia sociale. L’indecente viene marginalizzato ed eventualmente santificato solo nel matrimonio. Qui la Chiesa abbassa le saracinesche: la morale, specie quella sessuale, è cosa nostra. I sistemi di potere ecclesiastico non possono nemmeno pensare che le proprie posizioni possano essere oggetto di discussione.

La reazione femminista porta all’accusa di perversione-prevaricazione sessuale a scopi di potere e controllo sociale. Il primato maschile e la sua canonizzazione, attraverso la destrutturazione della figura femminile, non sono altro che il risultato di turbe di comportamento, riconducibili ad un carente processo di identificazione sessuale. La Chiesa clericale maschile si chiude nel rifiuto del confronto con la metà della sua componente. Non solo, arriva ad intimidire, negando la piena dignità. Ad esempio quando invita i medici alla obiezione di coscienza sull’aborto ed impedisce alle donne di esercitare un diritto. Lo strumento della disobbedienza civile, da conquista democratica finalizzata alla estensione dei diritti, diviene strumento farisaico di chi ha più potere per conculcare diritti e libertà di chi è in situazione di inferiorità. La Chiesa è riuscita ad inventarsi uno strumento democratico all’incontrario e lo fa applicare allo Stato “sovrano”.

Si comprende come, sia pur con riconoscimenti marginali, la teologia femminista sia rimasta ancorata al suo aggettivo, che la qualifica come una sorta di approfondimento specialistico a parte, da glissarci sopra, con ironia, quasi sentire fanatico ed elitario. Una critica seria e costruttiva, che ha portato ossigeno al suo capezzale, è venuta dall’ampliarsi dei contesti di liberazione e dal pluralismo religioso. Gli orizzonti cioè non possono più essere quelli della donna bianca della media borghesia. Nella società globalizzata viviamo fianco a fianco con le sofferenze femminili dovute alla razza e alla classe sociale. Palpabile inoltre la violenza di questa società nei confronti della terra, sino al timore dell’autodistruzione.

Di questo si fa carico la nuova teologia ecofemminista, che, con grande duttilità, è in grado di passare dalla teoria teologica alla pratica sociale e viceversa. Quasi a significare che è certamente interessata al Regno di Dio, ma su questa terra. In questa commistione dei due campi, il significato di Dio si viene a relativizzare, tirandosi dietro impegni diversi nel sociale. Se per gli uomini occidentali, detentori del potere, Dio lo si può concepire in termini di un “di più” di potere (onnipotente, cui possiamo aggiungere onnisciente e onnipresente), per i poveri e diseredati, che sono più che mai in mezzo a noi, il “di più” che qualifica Dio può diventare colui/colei che dona il pane e fornisce rifugio.

Citando la teologa Mary Hunt, per quanti hanno la pancia piena e una bella casa, andava bene Anselmo, per il quale Dio era “ciò in relazione a cui nulla di più grande poteva essere concepito”. Per i tanti che hanno la pancia vuota e sono senza casa, il “di più” della teologia ecofemminista potrebbe aprire nuovi orizzonti e dare nuovo senso alle interpretazioni sul religioso, che inevitabilmente si tirerebbero dietro nuove sensibilità sul terreno sociale.

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