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Il sogno di una “cosa” di C.Centonze

Cettina Centonze
www.italialaica.it | 18 giugno 2012

Riflessioni scaturite dall’incontro tenuto dal professor Arrigo Colombo il 12 giugno scorso a Milano per iniziativa del gruppo “Noi siamo chiesa”.

Il professore Arrigo Colombo é fondatore de “Il movimento per la società di giustizia e per la speranza” la cui prima idea si presentò a Lecce nel gennaio del 1998 in seguito all’uscita del suo volume “L’utopia. Rifondazione di un’idea e di una storia”. Questo, più che un libro, costituiva un messaggio e un invito a rinfocolare la speranza e l’impegno per la creazione di una società equa.

Il fondamento del movimento è la convinzione che l’anelito ad una società giusta sia inscritto nell’umanità e che esso faccia tutt’uno con la speranza come recita l’intitolazione del movimento. L’assenza di speranza, infatti, appare condizione intollerabile per l’uomo: ad essa si contrappone il placido appagamento degli animali creature senza prospettive, abbandonate ad un’istantaneità senza luce, mentre gli uomini tentano di protendersi verso il futuro, irrequieti di trascendersi. La speranza, quindi, è il tratto ontologico dell’umanità ed essa, di volta in volta, diviene motore di profezia, ma anche di eresia…

Infatti l’Eden, l’Età dell’oro, l’Isola felice, sono miti di compensazione che stanno ad indicare il possibile, il non ancora avvenuto, verso cui l’uomo anela nella sua immaginazione e tende con il suo impegno per superare il disagio sociale dell’umanità oppressa dal potere che si invera in forma di impero.

Manifestazioni della speranza, e della profezia che ad essa è connessa, sono le fiabe, la reverie, i sogni, l’arte, le religioni, le ideologie politiche: tutte espressioni umane che hanno in comune il progetto del superamento di una realtà di fatica e di iniquità. Speranza e profezia creano, quindi, l’utopia: il termine, che indica alla lettera il luogo che non c’è, rappresenta la conferma dell’essenza dell’uomo teso alla liberazione dal disagio ingiusto, dalle sperequazioni scandalose, volute e sostenute dagli imperi di cui i potentati moderni sono una rivisitazione.

Già il Promoteo dell’Antico Testamento, il serpente, nel momento in cui afferma “erit sicut deus” presenta il superamento dello stato umano ancora alienato poiché soggetto a dipendenza da un Padre percepito come padrone ed impedimento. Nel cristianesimo l’evento del Cristo e la sua resurrezione è la realizzazione della speranza della libertà da ogni forma di schiavitù e incertezza che si concretizzano nella paura delle paure: quella della morte.

Se prendiamo in considerazione il marxismo ci accorgiamo che anche in questa ideologia sono presenti speranza ed utopia: mi riferisco soprattutto alla corrente che Bloch definisce marxismo “caldo” perché, a differenza del marxismo freddo, non fa dipendere la condizione umana esclusivamente dai fatti economici, ma riporta la fame materiale in un vuoto più vasto: la fame della completezza della propria umanità che può realizzarsi soltanto in una società giusta.

L’utopia sia come aspirazione, sia come genere letterario, percorre tutta la nostra storia tanto più forte nei momenti in cui l’umanità percepisce di essere gravemente bloccata da rapporti sociali ingiusti ed escludenti e dalle forme di schiavitù che essi causano.

Nell’Antico Testamento Osea, Isaia, il deutero Zaccaria sono i profeti dell’avvento di una società giusta che si realizzerà con la venuta del Messia; il progetto di Cristo era infatti quello di una società fraterna, basata sulla condivisione e la sinodalità.

A proposito delle comunità delle origini, in atti degli apostoli I.4 si legge che “nessuno più tra loro era indigente”. Le lettere di Paolo ai Corinzi e di Giacomo contengono esplicite prese di posizione contro la ricchezza.

Ed il Cristo confermò nella vita la strada della pienezza umana proprio rigettando le tentazioni del Satana: In Matteo 4, in Marco I, 12-13, in Luca 4, leggiamo che Cristo fu condotto dal Satana sui monti da cui gli indicò “i regni nella loro gloria” e glieli offrì: “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani ed io la do a chi voglio.”

L’incontro tra la chiesa e l’impero di Costantino, tuttavia, ha portato ad un tradimento della Parola e della sequela del Cristo: l’impero infettò il cristianesimo dando vita ad una struttura gerarchica- negazione della società fraterna- in cui il laicato fu ed è ridotto al silenzio. La chiesa, trasformata in impero- istituzione che Sant’Agostino definisce “il grande brigantaggio”- è divenuta, di conseguenza, essa stessa una società ingiusta e strumento di oppressione contravvenendo alla Parola; ben presto accettò il servizio militare e la guerra, e si mostrò accomodante riguardo alla schiavitù: lo stesso Paolo rimandò a Filemone lo schiavo fuggiasco.

Direi con Dostoevskij che la chiesa, divenendo una monarchia assoluta, ha ceduto proprio a quelle tentazioni che il Cristo aveva sdegnato: il miracolo, il mistero, il potere e l’accumulo di denaro. Tuttavia proprio l’anelito alla giustizia e la forza della speranza profetica ha alimentato, durante l’Alto Medioevo, numerosi movimenti pauperistici quali i seguaci di Pietro Valdo, Arnaldo da Brescia e la Pataria milanese, gli Umiliati, per citare i più noti, che si ribellarono chiedendo alle gerarchie la coerenza con la Parola e, quindi, il ritorno alla chiesa delle origini. Essi trovarono compiuta espressione nella Commedia di Dante: egli “uomo buono e giusto” si oppose durante i suoi incarichi politici alle pretese di Bonifacio VIII, e nel suo capolavoro inveì ripetutamente contro la brama di ricchezza e di potere della curia romana. Il “suo “ san Francesco non è quello naif dipinto da Giotto, nella basilica maggiore di Assisi, su committenza del papato, ma è il cavaliere che ha sposato in toto Madonna Povertà e ad essa resta fedele.

La similitudine tra la chiesa e la meretrice di ascendenza biblica è rinnovata dal verso plastico dell’Alighieri giungendo ad una potenza artistica che fa tutt’uno con l’adesione piena al messaggio del Cristo restituito alla sua purezza originaria. Dante pagò con l’esilio l’adesione alla Parola scevra di mistificazioni; mentre i movimenti pauperistici furono tacciati di eresia da una chiesa che oramai aveva addomesticato il messaggio del Cristo.

Tuttavia il cammino dell’utopia non si interruppe, ma fu ripresa dalla riforma luterana: al di là degli aspetti teologici, qui mi interessa sottolineare la traduzione della Bibbia in tedesco per mano dello stesso Lutero. Grazie ad essa i contadini poterono leggere il testo sacro e riconoscere in esso la consonanza con le proprie esigenze di riscatto fino a trovare coraggio di ribellarsi. Ai fini del valore della speranza poco importa che lo stesso Lutero li abbia avversati permettendo ai principi tedeschi di annientarli.

Dalla loro rivolta, tuttavia, restò la realizzazione della fattoria fraterna.

La speranza e l’utopia, nonostante i colpi inferti dai protagonisti della storia “ufficiale”, sempre avidi e sospettosi nei confronti di qualunque forma di novità che scalfisse le fondamenta del loro potere, continuarono a resistere costituendo una storia parallela e riemergendo per realizzare grandi conquiste.

In una rapida carrellata cito la rivoluzione inglese conclusasi con l’habeas corpus del 1679 contro l’arbitrio dei tribunali regi; la dichiarazione d’indipendenza americana contro le pretese della madrepatria del 1774, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 e del 1793 fino alla Carta Atlantica, il patto del’ONU, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Sul piano economico dalla fine del 700 l’avvento della rivoluzione industriale creò nuove forme di sfruttamento sollecitando gli operai, e i lavoratori in genere, a lottare per i loro diritti. Giungiamo infine agli anni 60-70 del secolo scorso con la contestazione che rivendicava i diritti dei giovani e delle donne.

Se nei secoli “il sogno di una cosa” ha prodotto un proprio genere letterario che va dalla “repubblica” di Platone, all’”Uopia” di Thomas More, alla “Città del sole” di Tommaso Campanella, il ‘900 ha fondato il genere della distopia. Mentre l’utopia nasce dal bisogno di immaginare un “non luogo” eludendo l’intollerabile realtà storica, gli esemplari della distropia introiettano la realtà fino a portarne all’estreme conseguenze i meccanismi perversi. Mi riferisco in particolare a tre romanzi della prima metà del Novecento: “Noi” pubblicato nel 1922 da Evgeij Zamjatin; “Il mondo nuovo” di Aldos Huxley del 1932, infine il celeberrimo “1984” di Orwell in cui lo scrittore analizza la natura del potere per concludere che “il fine del potere è il potere.”

E ai nostri giorni, di fronte all’ultimo Moloch, all’ultimo modello degli “imperi gloriosi”, quello capitalista, possiamo affermare che esso ha svelato pienamente la distopia che gli era connaturata. Sono di fronte ai nostri occhi la crescente malignità dei suoi fini e la perversione dei suoi strumenti: per questo si impone lo spiegarsi della speranza profetica prima nella denuncia delle sue nefandezze che altro non sono che quelle antiche del grande nemico tradotte in forme moderne: mistificazione, accumulo pantagruelico, taglieggiare, mentire, insultare coloro che non appartengono a consorterie potenti; quindi nell’azione. Se osserviamo la situazione concreta, rifiutando da una parte la versione edulcorata dei mass-media e della pubblicità, dall’altra il versante consolatorio alienante offertoci dalle chiese, riconosceremo che il pericolo che incombe su di noi è chiarissimo: il pericolo di essere asserviti in condizioni regressive ed arcaiche e di essere annientati. La divisioni in classi comunemente utilizzata mostra di essere ampiamente superata in una polarizzazione tra potentati di varia estrazione, politica, spettacolo, sport, con i loro vassalli, e la massa di quelli che un tempo furono illusi con le briciole del benessere, poi catalogati come consumatori funzionali al sistema, oggi ritenuti categorie obsolete da ignorare ed eliminare giacché “Il prolungarsi della speranza dell’aspettativa di vita è dannosa per l’economia.” Il rapporto tra uomini è ridotto a cosa poiché lo sviluppo gigantesco e contorto della burocrazia, con la sua “legalità” autonoma, rigorosa, apparente, cancella ogni traccia propria del rapporto umano. La capacità produttiva del lavoratore è scaduta a merce, ma questo scadimento di una funzione umana qual è il lavoro (che è attività, espressione delle proprie attitudini, sostentamento per una vita dignitosa senza dover dipendere da favori e mafie); il disprezzo per il lavoro intellettuale, e per la cultura in generale, con la pretesa di controllarla con misurazioni demenziali ed eteronome alla cultura, che per sua vocazione non “serve” a nulla; conferma che i potentati di questo momento storico auto garantiti da leggi prodotte da loro, blindati e arroccati, intendono ridurci in condizioni subumane.

Insomma il sistema capitalistico è una distopia contro l’essenza dell’umanità perché ne spegne il tratto ontologico della speranza e mostra il suo volto necrofilo giacché crea barriere ed ostacoli, ha fatto del precariato una condizione “normale”; ha preso in ostaggio pensioni e buone uscite; impedisce, a causa delle sue molteplici forme di serrata, la realizzazione soprattutto dei giovani rendendone impervia ogni progettazione. Costituisce una regressione di quelle conquiste prima accennate fino allo svuotamento della democrazia e delle costituzioni. Le istituzioni diventano pura coreografia di cui diffidare giacché si fanno garanti del mantenimento dei privilegi dei più forti e usano sistematicamente la menzogna e la falsificazione dei dati reali:

La lotta a questa aberrazione si impone con urgenza e determinazione poiché oramai si tratta di vita o di morte: « Se io non sono per me, chi è per me? E se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando? »

1 comment

Ausilia Riggi lunedì, 25 Giugno 2012 at 18:36

Questo lungo excursus a quali conclusioni mi porta? Per la pars destruens della storia ci siamo tutti. E’ invece difficile muoversi tra il regno dell’utopia o della pura speranza, e il passo di formica da fare assieme alle persone lacerate, oggi, dalle conseguenze di una storia, la quale, dopo tutto, si ripete. Segno, questo, che dobbiamo percorrere vie finora non percorse: come quella di un modello di umanità intessuto della concretezza dei bisogni di sempre, tutti, in ogni tempo, annegati, sia pure nelle forme più svariate, nella voragine del potere.
Ecco, oggi forse siamo in grado di capire che il nuovo può sempre sorgere, anche dopo o attraverso la rovina più nera, che sembra chiudere la porta della speranza. Oggi possiamo rileggere la lezione del buon seminatore, che non cessa di lanciare semi di novità. Con una consapevolezza inedita: di dover evitare ogni assolutizzazione, compresa quella che potrebbe insidiare anche il ‘NUOVO SPERATO’ se non lo si fonda nell’attesa fiduciosa nell’aiuto dello Spirito. E questo non è un capitolo-altro dalla storia, bensì il paradigma unico su cui fondare la speranza di creare svolte storiche (mai definitive), sempre provvisorie, ma incessantemente da sviluppare. E non attraverso il carisma di questo o di quello, ma con una sinfonia di carismi, anche minimi, ma ricchi di fiducia nel Dio dell’Amore. Ausilia

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