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Diario Vaticano / Opus Dei e gendarmi vincono il primo round

Sandro Magister
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Il “maggiordomo” del papa, Paolo Gabriele, continua ad essere tenuto in custodia cautelare e rimane l’unico imputato per il reato. Al momento, di furto aggravato. La commissione cardinalizia d’inchiesta che lavora parallelamente alla magistratura vaticana continua le sue audizioni.

Non si sa quanto tempo ci vorrà ancora perché le due inchieste arrivino a una conclusione. Ma questo non vuol dire che il cosiddetto caso “Vatileaks” non abbia già inciso sulla vita di quel particolare organismo che è la curia romana.

Tutt’altro. Alcune conseguenze, infatti, si possono già individuare a breve, mentre altre possono essere ipotizzate a medio e lungo termine.

OPUS DEI E STATI UNITI

Per cominciare, in poche settimane è aumentato in curia il ruolo visibile dell’Opus Dei, che già conta, nell’organigramma, il segretario del pontificio consiglio per i testi legislativi Juan Ignacio Arrieta, del clero dell’Obra, il segretario della congregazione per il clero Celso Morga Iruzubieta, della fraternità sacerdotale della Santa Croce collegata all’Opus, e il segretario della prefettura degli affari economici Lucio Angel Vallejo Balda.

Colui che guida la commissione cardinalizia d’inchiesta, infatti, è il cardinale Julián Herranz, membro dell’Opus Dei e già presidente dello stesso dicastero di Arrieta.

Ma non solo. Nell’inedito ruolo di “advisor” per le comunicazioni della segreteria di Stato è stato scelto Greg Burke, numerario dell’Obra, che potrebbe rinverdire i fasti di Joaquín Navarro Valls, anche lui numerario, il celebre portavoce di Giovanni Paolo II

Burke andrà ad affiancare “l’unità di crisi” mediatica del Palazzo Apostolico formata dal sostituto, l’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu, dall’assessore Peter Brian Wells, da monsignor Carlo Maria Polvani (nipote del nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò) e dai responsabili dei media vaticani, padre Federico Lombardi della Radio Vaticana e Giovanni Maria Vian de “L’Osservatore Romano”.

Con l’arrivo di Burke da Fox TV cresce in curia anche il peso degli Stati Uniti.

A Roma già operano il cardinale Raymond L. Burke, gli arcivescovi Augustine Di Noia e Joseph W. Tobin, monsignor Wells e padre Michael J. Zielinski. Senza contare il pensionando cardinale William J. Levada e i pensionati cardinali Bernard F. Law e James F. Stafford.

Ma ultimamente il peso degli americani è cresciuto anche con l’arrivo in curia dell’avvocato Jeffrey Lena, che si è guadagnato un ufficio in segreteria di Stato, e con l’aumento d’influenza del leader dei cavalieri di Colombo Carl Anderson, diventato famoso anche per il documento da lui firmato con cui è stato brutalmente cacciato Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dell’Istituto per le Opere di Religione.

LA GENDARMERIA

Il caso “Vatileaks” ha anche messo in luce il grande potere acquisito negli ultimi anni dalla Gendarmeria vaticana.

Sembra ormai lontanissima la decisione del 1970 di Paolo VI di abolire i corpi militari pontifici ad eccezione delle storiche guardie svizzere. Papa Montini trasformò la Gendarmeria in un semplice servizio di vigilanza. Ma nel 2002 questo corpo è tornato a chiamarsi Gendarmeria e formalmente è una direzione alle dipendenze del governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

In realtà è molto di più. Negli ultimi anni la Gendarmeria si è dotata di armi sofisticate e di potenti mezzi intrusivi. Ormai anche le più alte gerarchie vaticane sospettano, a torto o a ragione, che ogni loro bisbiglio possa essere intercettato. Tanto che il comandante dei gendarmi Domenico Giani, ex finanziere dei servizi segreti italiani in carica dal 2006, è ormai riverito e temuto quasi più di un segretario di Stato.

LA SEGRETERIA DI STATO

È proprio sulla figura del segretario di Stato che potrebbero esservi, a medio termine, delle conseguenze.

L’inedita udienza data da Benedetto XVI nel pomeriggio di sabato 23 giugno ai cardinali George Pell, Marc Ouellet, Jean-Louis Tauran, Camillo Ruini e Jozef Tomko, resa pubblica dalla sala stampa e da “L’Osservatore Romano”, è stata universalmente interpretata dai media come un campanello d’allarme per la stabilità nel ruolo del cardinale Tarcisio Bertone, che non era tra i cinque invitati, anche se questa interpretazione è stata sminuita da un pronto intervento di padre Lombardi.

Lo stesso giorno, la mattina, il papa aveva anche presieduto una riunione dei capi dei dicasteri della curia. Questa riunione non aveva in agenda la questione della fuga dei documenti – anche se a inizio sessione il sostituto ha ribadito ai presenti la necessità di gestire con particolare attenzione carte e archivi – ma l’esame della richiesta di alcuni movimenti ecclesiali – come i Focolarini o la Comunità di Sant’Egidio – di poter incardinare direttamente un proprio clero. L’opinione prevalente è stata quella di ribadire che l’incardinazione deve rimanere esclusiva facoltà dei vescovi e dei superiori religiosi, con la possibilità per i movimenti di stipulare convenzioni con diocesi o istituti religiosi.

Tornando alla questione della segreteria di Stato, aldilà del fatto di se e quando Benedetto XVI deciderà di sostituire il suo più stretto collaboratore, sembra che effettivamente si consolidi l’ipotesi che il successore di Bertone possa essere un non italiano. Se sarà così, si tratterà di una svolta senza precedenti.

Infatti, tranne che per i pochi mesi nei quali il cardinale francese Jean Villot rimase segretario di stato all’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II – il quale da poco eletto ribadì “in scriptis” che si trattava di una situazione provvisoria in vista della nomina di un italiano che poi fu Agostino Casaroli – non si ricorda un’accoppiata papa-segretario di Stato tutta non italiana.

Questa eventualità – che troverebbe la sua giustificazione nel desiderio di ripulire i Sacri Palazzi dagli intrighi precipuamente italiani che sarebbero alla base di “Vatileaks” – avrebbe poi come interessante corollario il fatto che la gestione corrente della politica in Italia passerebbe per la prima volta integralmente sulle spalle della conferenza episcopale italiana.

SUL FUTURO PAPA

Infine – molti pensano – la questione “Vatileaks” potrebbe avere conseguenze sulla futura scelta di un nuovo pontefice.

Infatti, l’idea che le fughe di documenti siano il frutto di intrighi italiani ha fatto nascere tra i cardinali e i vescovi una doppia considerazione. Da un lato c’è chi pensa che sia bene che un futuro papa non provenga dall’Italia. Dall’altro c’è chi dice che sia meglio che venga da lì, per poter meglio smascherare e debellare gli intrighi.

Ma questi sembrano discorsi di pura accademia. In Vaticano infatti non manca chi associa papa Joseph Ratzinger al ricordo di Leone XIII, che venne scelto perché piuttosto anziano per i criteri dell’epoca, dopo il lunghissimo pontificato di Pio IX. E che invece superò i 93 anni di età.

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