Home Chiese e Religioni Don Puglisi presto beato e «martire di mafia». Il vaticano pubblica il decreto

Don Puglisi presto beato e «martire di mafia». Il vaticano pubblica il decreto

Luca Kocci
Adista n. 27/2012

Padre Giuseppe Puglisi è il primo “martire” di mafia ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica. Il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi che proclama il «martirio» del parroco di San Gaetano, ucciso dai sicari di Cosa Nostra per ordine dei boss del quartiere palermitano Brancaccio – i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano – il 15 settembre 1993 (v. Adista n. 63/93), è stato autorizzato da Benedetto XVI lo scorso 28 giugno, insieme ad altri 15 decreti che riguardano anche il riconoscimento del «martirio» di oltre 150 religiosi uccisi dai repubblicani durante la guerra civile spagnola del 1936-1939 e delle «virtù eroiche» di mons. Álvaro Del Portillo, successore di Josemaría Escrivá de Balaguer (già canonizzato nel 2002 da Giovanni Paolo II) alla guida dell’Opus Dei.

Nessuno dubitava della prossima beatificazione di p. Puglisi, mentre che venisse riconosciuto anche il suo martirio non era poi così sicuro (v. Adista nn. 65/06; 61, 70, 73 e 77/10 ). Molti, in Vaticano, erano perplessi sull’opportunità di dichiarare martire un prete ucciso da Cosa Nostra per il suo impegno antimafia, anche se il postulatore della causa di beatificazione, mons. Vincenzo Bertolone, vescovo di Catanzaro, parla solo di «legittimi dubbi» legati alla «necessità di capire e di meglio comprendere alcuni aspetti del martirio», in particolare rispetto alla questione dell’odium fidei (v. intervista di seguito).

Tanto che, pochi giorni dopo la pubblicazione del decreto, il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, ha precisato in un’intervista all’Osservatore Romano il significato del martirio di Puglisi, in parte ridimensionando il valore del suo impegno antimafia in ordine al riconoscimento del martirio: «La mafia viene descritta spesso come una realtà “religiosa”, una realtà i cui membri sembrano apparentemente molto devoti», spiega il cardinale, ma «più che religiosa» si tratta di un’organizzazione «idolatrica. Anche il paganesimo antico era religioso, ma la sua religiosità era rivolta agli idoli. Nella mafia gli idoli sono il potere, il denaro e la prevaricazione.

È quindi una società che, con un involucro pseudo-religioso, veicola un’etica antievangelica, che va contro i dieci comandamenti e il Vangelo. La Scrittura dice: non uccidere, non dire falsa testimonianza. Nella ideologia mafiosa, invece, si fa esattamente l’opposto. Gesù ha detto di perdonare ai nemici e qui troviamo il contrario: la vendetta. La mafia è intrinsecamente anticristiana. Per di più, l’odio verso don Puglisi era determinato semplicemente dal fatto che si trattava di un sacerdote che educava i giovani alla vita buona del Vangelo. Dunque sottraeva le nuove generazioni alla nefasta influenza della malavita. Don Puglisi è stato ucciso in quanto sacerdote, non perché immerso in attività socio-politiche particolari. Ucciso in quanto predicava la dottrina cristiana ed educava i giovani a vivere con coerenza il loro battesimo. Non per altro».

Sulla questione Adista ha intervistato mons. Vincenzo Bertolone.

Padre Puglisi sarà presto beato. Ma il papa e la Congregazione delle Cause dei Santi ne hanno riconosciuto anche il martirio: quale significato riveste questo ulteriore attributo riferito a padre Puglisi?

La Chiesa, nel riconoscere il martirio di padre Puglisi e nell’avviarlo alla beatificazione, non magnifica la bravura di un uomo, non propone agli altari un eroe, non innalza nessuna grandezza: riconosce come Maria che il Signore ha innalzato gli umili e ha guardato l’umiltà. Ed ogni giorno, attraverso questo suo luminoso esempio, Puglisi continua ad additare ai credenti e agli uomini di buona volontà la via della solidarietà e della fratellanza nel nome del Vangelo.

Pare che inizialmente ci fossero delle resistenze non alla beatificazione di padre Puglisi ma alla proclamazione del suo martirio. Poi però queste perplessità sono state superate: cosa è successo durante il percorso che lei ha seguito nell’ultimo periodo con grande attenzione e convinzione e che si è concluso qualche giorno fa con tale riconoscimento?

Più che di “resistenze” e “perplessità” si trattava di legittimi dubbi, dettati dalla estrema delicatezza e gravità della materia. Quindi nessuna resistenza e dunque nessuna svolta risolutiva. Semplicemente, la necessità di capire e di meglio comprendere alcuni aspetti del martirio del parroco di Brancaccio, in particolare quelli legati all’odium fidei. Del resto, quella di Puglisi è cronaca che si fa storia: trattarla senza la giusta riflessione, senza l’opportuno discernimento, avrebbe significato non comprenderne appieno la portata e la forza liberatrice, espressione del Vangelo che sprigiona la vita e sconfigge la morte, anche quella imposta da mano mafiosa.

Padre Puglisi, secondo il decreto del Vaticano, come tutti i martiri, è stato ucciso «in odium fidei». Ma è stato ucciso da Cosa Nostra, quindi si può affermare che si tratta del primo “martire di mafia”. È indicato ai fedeli non solo per essere venerato, ma anche come esempio da imitare in questa vita: cosa significa per l’impegno quotidiano dei credenti?

La beatificazione di padre Puglisi è un esempio sia per la società civile sia per i credenti, invitati a rendersi conto che la forza del messaggio evangelico interiorizzato ed incarnato è liberante. Puglisi dimostra, soprattutto ai giovani, che vale la pena lottare per cambiare la società, per migliorarsi, per convertirsi e convertire. Ai sacerdoti, a tutti gli autentici cristiani ed alla società civile dice: agite sempre con semplicità, non solo per affermare pur nobili ideali civili – spesso solamente proclamati –, bensì per il perseguimento del bene comune, in nome del Vangelo e per amore di Cristo. Perché soltanto laddove la croce di Cristo e la donazione di sé sono la regola della vita, il seme del Vangelo cresce, le coscienze maturano e si moltiplicano, con umiltà, testimoni, denuncia e profezia.

In un certo senso è anche un invito e un appello per una Chiesa attiva nel sociale, che non ha paura di denunciare e di schierarsi, come ha fatto padre Puglisi nella sua vita?

Giuseppe Puglisi non è stato un prete contro, bensì per l’essere umano, un sacerdote che ha avvertito il bisogno incoercibile di proporre, in ogni modo e con ogni mezzo, la verità di Cristo. È questa la via attraverso la quale egli è oggi un segno per la comunità cristiana e non solo, in quanto ha mostrato la strada giusta per affrontare il fenomeno mafioso: quella di una pastorale attenta ai deboli, diretta ai bambini e ai giovani, perché non siano inermi prede della proposta mafiosa; una pastorale coraggiosa e pacifica che, senza ricorrere a formule politiche, arriva al cuore di quanti sono irretiti in disegni malvagi, come autorevolmente indicato da Giovanni Paolo II, incidendo con l’esempio, con le parole e con i fatti su animi induriti da pratiche disumane e violente.

Si riferisce al grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento?

Le parole profetiche e veementi pronunciate da Giovanni Paolo II il 19 maggio 1993 nella Valle dei Templi ad Agrigento, con il monito alla conversione, ebbero di sicuro un grande impatto ed una enorme eco. Furono parole che segnarono uno spartiacque tra un prima ed un dopo. Grazie ad esse, le Chiese del Sud si resero e si renderanno sempre più conto della gravità del fenomeno mafioso e, seppur gradualmente, cominceranno a inquadrarlo in un’ottica nuova. Useranno sempre più con maggior forza crescente le categorie etiche della denuncia, unendole all’ammonimento al ravvedimento, al pentimento, alla conversione ed al ritorno a Dio. Il decreto di papa Benedetto XVI va letto come il sigillo a quel grido.

Lei ha scritto su Avvenire (1/7) che «il suo sacrificio ha svelato il grande inganno della mafia, sedicente portatrice di religiosità». La beatificazione di padre Puglisi potrà essere anche un contributo decisivo a rompere quelle collusioni che talvolta, e in certi territori (pensiamo a certe feste religiose “controllate” dalle organizzazioni criminali, al fatto che diversi boss si proclamano buoni cattolici), sopravvivono fra Chiesa e mafie

La Chiesa italiana, come quella siciliana e più in generale le chiese del Sud, sono su questa linea nettamente, senza alcun equivoco di sorta, almeno dal 1991, quando con l’uscita del documento Cei Educare alla legalità la denuncia civile del fenomeno mafioso diventò la regola, accompagnata da un’azione pastorale volta alla riaffermazione dei principi evangelici nella loro dimensione umana e sociale. Padre Puglisi, col suo sacrificio, incarna fino al martirio questa realtà e spezza per sempre il legame, sia pur solo apparente, tra la mafia ed il cristianesimo, nato dalla leggenda dei boss con la Bibbia sul comò o con la cappella privata nel bunker. Il parroco di Brancaccio, con la sua testimonianza, svela l’ateismo pratico e la pseudoreligiosità dei mafiosi, smascherata attraverso l’appello al servizio e al dono di sé del Crocifisso.

Ancora su Avvenire lei ha scritto che «in questa radiosa storia di martirio, si dimostra che la vera rivoluzione è portare il Vangelo con la sua concretezza liberatrice». Cosa significa per la Chiesa italiana di oggi e soprattutto per quella che vive nel Mezzogiorno d’Italia?

La testimonianza di Puglisi va resa eloquente, in quanto preziosa per tutta la Chiesa ed in particolare per quelle Chiese che si confrontano con il problema delle organizzazioni criminali. Puglisi spinge verso un deciso, rinnovato approccio alla considerazione del fenomeno mafioso e, quindi, alla fattiva ricerca degli strumenti ecclesiali e pastorali idonei a misurarsi con esso nel modo migliore.

Ritiene che presto verrà riconosciuto anche il martirio di don Diana, ucciso dalla camorra?

Non sono in grado di offrire una risposta esauriente, perché non so cosa al riguardo sia stato fatto nella sua diocesi. Di certo, anche quella di don Giuseppe Diana è figura che, al pari di don Pino Puglisi, merita d’essere attentamente valutata e considerata per rendere giustizia alla sua memoria, alla sua opera pastorale, al suo sacrificio

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