Home Chiese e Religioni «Io, monaca, dico: Chiesa ascolta le donne»

«Io, monaca, dico: Chiesa ascolta le donne»

Roberto Monteforte
l’Unità, 10.08.2012

Si discute della fuga delle quarantenni dalla fede. Ne parla con l’Unità suor Benedetta Zorzi,
monaca e teologa, che sottolinea la distanza tra gli auspici del Vaticano II, con le sue aperture al
mondo e all’apporto creativo delle donne, e una cultura del potere ancora «maschilista». Il
problema, dice suor Benedetta, non è il sacerdozio femminile ma cercare di costruire insieme una
Chiesa a «due voci».

Si è rotto qualcosa nell’alleanza tra le donne e la Chiesa cattolica? La domanda è legittima. Non è in
discussione il riconoscimento del ruolo delle donne nella Chiesa e nella società. Lo attestano
numerosi testi ecclesiali, già a partire dal Concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II vi ha dedicato un
documento memorabile, la Mulieris dignitatem, dove si afferma perfino che alcuni passi biblici
sulla donna non rispecchiano la mentalità evangelica. È chiarissima anche la presa di posizione, del
2004, da parte della Congregazione per la Dottrina della fede, che parlava del ruolo insostituibile
delle donne in tutti gli aspetti della vita e della necessità di vederle presenti nel mondo del lavoro,
dell’organizzazione sociale, nei posti di responsabilità, nella politica e nell’economia. Eppure nella
Chiesa vi è ancora una forte tensione tra le dichiarazioni di principio e la prassi nell’affidare loro
ruoli di responsabilità.

«Già il termine “genio femminile”, che stranamente non ha mai visto un corrispettivo “genio
maschile”, rischia di essere facilmente strumentalizzato per veicolare una precisa idea di donna, più
che per sostenere il riconoscimento dell’esperienza delle donne» afferma convinta Benedetta Selene
Zorzi, monaca benedettina e teologa. Il tema lo sente particolarmente.

Nata a Roma nel ’70, fa parte della generazione delle quarantenni, quelle che qualcuno vorrebbe
«tentate dalla fuga». Da una ventina d’anni vive in un monastero a Fabriano, nelle Marche. Una
vocazione maturata dopo gli studi di teologia, una laurea in filosofia e – ci tiene a sottolineare – anni
di pallavolo giocato a livello agonistico. Fa parte del Coordinamento delle teologhe italiane, di cui
gestisce il sito.

«Certo, vi sono state donne che hanno svolto di fatto e svolgono ruoli di leadership nella Chiesa.
Ma si fa ancora fatica ad avere spazi».

Con quale effetto?

«L’abbandono. Recenti statistiche ci dicono che tra le generazioni nate dal ’46 al ’64 e quelle nate
dopo il 1981 vi sono differenze abissali non solo socio-culturali, ma anche legate al rapporto con la
fede e la Chiesa. Le donne nate negli anni ’70 sono le più sensibili a questi cambiamenti. Non
sentono più differenze di genere, vivono una disaffezione religiosa, sono lontane dai sacramenti e
distanti dal sentire ecclesiale sulle tematiche politiche e le questioni etiche. Questa generazione oggi
sta pagando il prezzo di non sentirsi ascoltata anche dentro la Chiesa».

È il fenomeno analizzato dal teologo don Armando Matteo nel suo “La fuga delle quarantenni”.

Quanto è difficile il rapporto delle donne con la Chiesa?

«Non ringrazierò mai abbastanza l’autore di questo studio per averne parlato. Ancora più
apprezzabile perché realizzato da un uomo e prete. La Chiesa non può perdere il rapporto con
questa generazione, perché ne va della trasmissione della fede alle future generazioni».

Forse serve il coraggio del parlare chiaro. Come ha fatto suor Eugenia Bonetti, la superiora della Consolata
impegnata contro la “tratta” delle donne, intervenuta il 13 febbraio 2011 a difesa della dignità
della donna alla manifestazione “Se nonora quando”.

«Quando la Chiesa è profetica non ha difficoltà a farsi ascoltare. Suor Eugenia ha parlato di cose
semplici, di valori trasversali come la pace e la dignità della donna, che non può essere considerata
oggetto di dominio o strumento di piacere. Ma ha anche detto che bisogna costruire assieme, uomini
e donne, nel quotidiano, una cultura del rispetto. Così suor Bonetti ha fatto eco al gesto del Concilio
Vaticano II, quando la Chiesa ha scelto la strada del dialogo con la società. È l’unica stradapossibile
per lavorare ad un futuro di pace, armonico per tutti. Quando la Chiesa fa ciò che è
chiamata ad essere sa farsi ascoltare ».

Non sempre è così credibile…

«Forse perché almeno in Italia abbiamo un modello di Chiesa dal volto ufficiale maschile, quando il
tessuto vitale ecclesiale è assicurato soprattutto dalle donne: impegnate nella catechesi, nei luoghi di cura,
tra i poveri e nelle parrocchie. Malgrado le loro competenze devono sottostare ancora ad una cultura segnata
dal maschilismo. Quanto più la Chiesa saprà dare alle donne di oggi la possibilità di dispiegare sempre meglio
tutta la gamma dei loro genî, tanto più realizzerà quell’ ”umano integrale” definito
da papa Benedetto XVI “lo sviluppo di tutto l’essere umano e di tutti gli esseri umani”.
Come religiose abbiamo un compito particolare. Rispondere alla forte ricerca di spiritualità espressa
da donne anche estranee alla Chiesa cattolica, aiutando la Chiesa e le donne a ricucire un’antica
alleanza».

Siamo alla vigilia dell’Anno della fede proclamato da Benedetto XVI nel 50° del Concilio Vaticano II.
È possibile una “rievangelizzazione” senza aver fatto i conti con questi nodi?

«Non credo al separatismo di un certo femminismo radicale, che giustamente la Chiesa cattolica
condanna. Per questo guardo con preoccupazione a quegli episodi in cui l’autorevolezza femminile
viene screditata con un semplice richiamo all’ordine dall’alto. Così c’è il rischio che si debba dare
ragione a chi pensa che la differenza di genere significhi che gli uomini non debbano pretendere di
intervenire sulle donne o sulla vita interna delle loro congregazioni religiose. Significherebbe
avallare l’esautoramento della Chiesa gerarchica dalla realtà femminile. Non è questa la strada».

Quale strada andrebbe percorsa?

«Non resta che percorrere quella del reciproco riconoscimento, della comune partecipazione e
collaborazione. Le istituzioni ecclesiastiche dovrebbero riconoscere l’irreversibilità del cammino
della nuova autocoscienza femminile. Sembra, invece, che siano ancora alle prese con un
immaginario femminile che non corrisponde più all’autopercezione delle donne di oggi».

Ma c’è un limite che pare invalicabile: il sacerdozio riservato esclusivamente agli uomini…

«Sono convinta che il problema del ruolo della donna nella Chiesa vada lasciata indipendente dalle
discussioni sul sacerdozio femminile. Intanto perché l’ideologia maschilista è ancora presente nelle
Chiese che hanno aperto al sacerdozio femminile. Ma poi legare la questione femminile al falso
binomio “donna e sacerdozio”, che non affronteremo mai, significa relegare al silenzio le tante
questioni connesse alla nuova autocomprensione delle donne, all’identità sessuale e maschile in
particolare, al ruolo del prete, ai modelli di gestione del potere in vista di una collaborazione tra
uomini e donne per la costruzione di una Chiesa a due voci. L’ideologia del maschio al potere è,
appunto, un’ideologia; l’emancipazione delle donne è storia. Come seppe riconoscere la Pacem in
Terris».

Le quarantenni in fuga dalla fede

L’allarme “mediatico” lo ha lanciato don Matteo Armando, il teologo autore dello studio La fuga
delle quarantenni – Nuovi scenari del cattolicesimo italiano (Rubbettino, Soveria Mannelli 2012;
pp. 105, € 10). Il punto è «il progressivo allontanamento delle giovani generazioni femminili dal
cattolicesimo». Commentando le inchieste sociologiche più recenti, don Matteo osserva come è
«sulla linea femminile che si registra il mutamento generazionale più alto: lo scarto rispetto alla
frequenza alla messa tra gli uomini nati prima del 1970 e quelli nati dopo il 1970 è di 15 punti, è
invece di ben 25 punti lo scarto tra le donne nate prima del 1970 e quelle nate dopo il 1970». Non
va meglio con «il riferimento alla fede in Dio». Si passa da «uno scarto maschile di soli 7 punti, tra i
nati prima e quelli dopo il 1970, a uno femminile di 12 punti, prendendo in considerazione le nate
prima e quelle dopo il 1970». Sono le quarantenni nate nel 1970 il punto critico del «progressivo
cammino di omogeneizzazione dei comportamenti tra uomini e donne in relazione alla pratica della
fede» che si compie nelle giovani nate dopo il 1981. Dopo quella data i giovani di entrambi i sessi
«vanno di meno in chiesa, credono di meno, hanno meno fiducia nella Chiesa, si definiscono meno
cattolici»

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