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No Martini no party di P.Paterlini

Piergiorgio Paterlini
http://paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it

Fino a che punto si può essere irriverenti con la morte? Fino a che punto, con una personalità come il cardinal Martini?

Si può essere irriverenti. Forse si deve. A maggior ragione con la morte. A maggior ragione con un uomo come il cardinal Martini.

Con la morte per non averne paura. Con il cardinal Martini perché gli uomini grandi sono quelli che preferiscono l’irriverenza alla riverenza (in genere falsa, in genere servile, in genere assai comodamente post-mortem).

Raniero La Valle lamentava sulla prima pagina del manifesto che la chiesa cattolica «dovrà ora fare a meno anche di lui».

Caro Raniero (ci conosciamo da quanto? da oltre quarant’anni) mi permetto di darti una notizia: la chiesa cattolica faceva felicemente senza Carlo Maria Martini da molti decenni. Da sempre.

Perché non se lo filava neanche di striscio. Non gli dava retta su nulla: sulla richiesta di un Concilio Vaticano III, sul non accanimento terapeutico, sul ritardo che lui quantificava in duecento anni (mica noccioline, con la velocità dei nostri tempi soprattutto), sulla mancanza di coraggio, sulle chiusure nei confronti di tutti i temi etici e sociali scottanti.

E adesso? Come sempre lo santificherà. È una storia così vecchia che dà il voltastomaco. Martini sarà un’altra foglia di fico per poter dire: vedete, tra i cattolici ci sono anche persone così, quindi… Quindi cosa? Se li mandi al rogo in vita e li fai santi una volta che non possono più parlare…

Caro cardinal Martini, se sei davvero in Paradiso adesso, se sei un santo, se sei in grado di fare miracoli, fai questo, che sarebbe bello grosso: regala un po’ di pudore alla chiesa cui appartenevi.

1 comment

Marcello Vigli mercoledì, 5 Settembre 2012 at 10:38

Condivido l’analisi di Piegiorgio, che consoco da una vita, ma non la sua conclusione. Martini non può fare da morto quello che non ha fatto da vivo, neppure dal Paradiso dove da sempre si sopporta questa gerarchia senza pudore perché serve, nel bene e nel male, alla comunità dei cristiani che calati nella storia proclamano l’annuncio diventando lievito, seme, sale cioè pudicamente nascondendosi.

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