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Bagnasco fa testamento

Luca Kocci
il manifesto | 25.09.2012

«Subito il varo della legge», «no alle unioni civili». Le pretese del presidente della Cei

Il riconoscimento delle unioni di fatto avrebbe «conseguenze nefaste»: l’intera società andrebbe «al collasso».

Era previsto che il cardinal Bagnasco, dando ieri il via ai lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana – in corso a Roma fino a giovedì prossimo – sarebbe intervenuto sulla questione dei registri comunali delle unioni di fatto, avviati da diverse amministrazioni comunali, fra cui quella milanese di Pisapia. Ma i toni e le parole usate dal presidente dei vescovi italiani sono state particolarmente, e inusualmente, dure.

Del resto le elezioni si avvicinano, gli schieramenti si agitano, ed è bene fissare preventivamente i paletti, come pure aveva fatto Ratzinger sabato scorso, ricevendo a Castel Gandolfo Pieferdinando Casini e i rappresentanti dell’Internazionale democristiana.

C’è la crisi, ma si perde tempo a «parlare d’altro», cioè di unioni civili, lamenta Bagnasco. In questo modo non si vuole «dare risposta a problemi reali», ma «affermare ad ogni costo un principio ideologico, creando dei nuovi istituti giuridici che vanno automaticamente ad indebolire la famiglia». Idea sbagliata e anche inutile, aggiunge il cardinale, che fa finta di non capire: c’è già il matrimonio civile, che basta e avanza, ma gli interessati vi si «sottraggono» – ovviamente le coppie omosessuali non sono minimamente contemplate -, perché «ci si vuol assicurare gli stessi diritti della famiglia fondata sul matrimonio, senza l’aggravio dei suoi doveri». Se il legislatore riconoscesse le unioni di fatto, «il significato proprio dell’istituzione matrimoniale» sarebbe modificato e «il pensare sociale» verrebbe «pesantemente segnato».

Quindi l’attacco diretto ai fautori del riconoscimento delle unioni: «Quando si vuole ridefinire la famiglia esclusivamente come una rete di amore, dove c’è amore c’è famiglia si dice, disancorata dal dato oggettivo della natura umana, un uomo e una donna, e dalla universale esperienza di essa, la società deve chiedersi seriamente a che cosa porterebbe tale riduzione, a quali nuclei plurimi e compositi, non solo sul versante numerico, ma anche su quello affettivo ed educativo».

Ma la risposta già c’è: «La società, come già si profila in altri Paesi, andrebbe al collasso». La strada, quindi, va percorsa nella direzione opposta, tanto più «nell’attuale congiuntura», in cui la famiglia è l’unico ammortizzatore sociale solido, e quindi va «sostenuta concretamente con provvedimenti sul fronte politico ed economico». È uno dei «principi irrinunciabili, e per questo non in discussione», a cui i politici cattolici devono adeguarsi, senza mercanteggiare «ciò che non è mercanteggiabile». Ricordando sempre, profetizza il presidente della Cei, che «la gente non perdonerà la poca considerazione verso la famiglia così come la conosciamo».

Sul fronte dei «principi non negoziabili» c’è un secondo punto: il testamento biologico. Bagnasco chiede «il varo definitivo, da parte del Senato, del provvedimento relativo al fine vita». Un testo più che controverso – e anche per questo fatto scivolare nelle sabbie mobili di Palazzo Madama – che però per il capo dei vescovi è frutto di «un grande e proficuo lavoro svolto a difesa della vita umana». E così il programma politico della Cei in vista delle prossime elezioni è pronto: chiunque voglia evitare scomuniche dall’alto sa cosa deve e non deve fare.

Chi invece appare già scomunicata è Renata Polverini, sebbene, come è prassi, non venga nominata esplicitamente, ma solo evocata. «Dispiace molto che anche dalle Regioni stia emergendo un reticolo di corruttele e di scandali», dice Bagnasco. «Che l’immoralità e il malaffare siano al centro come in periferia non è una consolazione, ma un motivo di rafforzata indignazione». È necessario che i cittadini, «insieme al diritto di scelta dei propri governanti, esercitino un più penetrante discernimento, per non cadere in tranelli mortificanti la stessa democrazia». Un discernimento che però dovrebbero praticare anche i vescovi, che tre anni fa, durante la campagna elettorale per le regionali del Lazio, quando c’era da sconfiggere il «mostro laicista» Bonino, alla Polverini impartirono solenni benedizioni.

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Monti, il Papa oscurantista e lo spread bioetico

Michele Martelli
www.micromega.net

Roma, Castel Gandolfo, 22 settembre 2012. «Non cedete su aborto, famiglia, eutanasia e pratiche eugenetiche»: questa la sintesi giornalistica dell’appello rivolto da Benedetto XVI alla delegazione dell’Internazionale Dc (Idc), guidata da Pier Ferdinando Casini. Il Papa, proprio perché al tempo stesso Vescovo di Roma e Capo della Chiesa universale, intenzionalmente se non ufficialmente quando parla, parla sempre urbi et orbi, cioè alla città (Roma) e al mondo. E, più che non appaia, più spesso urbi che orbi. Non a caso Roma è sin dal profondo Medioevo caput mundi (capitale del mondo) del cristianesimo papale.

Ora, applichiamo questo ragionamento alla recente udienza di Castel Gandolfo. Intanto, l’Idc raccoglie partiti quasi tutti dell’America latina e dell’Europa occidentale (riuniti a loro volta nel Ppe, Partito popolare europeo, di cui è membro anche il Pdl); inoltre, è una sigla che sin dalla sua nascita, nel 1962, ha oscillato tra due significati complementari: Internazionale democratico-cristiana o democratico-centrista; infine, ne è presidente Pierferdi Casini fin dal 2006, cioè fin da quando decise di allontanarsi, figliol prodigo, dalla “Casa” madre berlusconiana per lanciare il Terzo polo o grande Centro, ovvero ridar vita alla grande Balena bianca (l’ex Dc seppellita a Tangentopoli).

Dunque, a chi si rivolgeva davvero il papa, a Roma, all’America latina o all’Europa? Non all’America latina, mi pare. Qui non ci sono, per il momento, governi o partiti che portino un attacco “laicista” sui temi bioetici. Né all’Europa extra-italiana, dove quasi ovunque sono stati legalizzati aborto, unioni civili, anche omosessuali, procreazione eterologa, libertà di fine-vita e talvolta anche l’eutanasia, in ottemperanza alla Carta europea dei diritti (1999). Qui, di fatto, sui temi bioetici, i partiti del Ppe hanno già ceduto da tempo. Certo, l’appello papale è forse un rimprovero per aver ceduto. Quando Benedetto si richiama alle “radici cristiane” dell’Europa vorrebbe forse non solo fermare, ma far girare a ritroso la ruota della storia: un’impresa palesemente erculea, un miracolo che nemmeno un Santo Padre può fare. Un miracolo oscurantista, che riporterebbe l’Europa dei diritti non alla post-, ma alla pre-modernità, al Medioevo.

Benedetto si rivolgeva dunque a Roma, all’Italia, e a Casini, che aveva davanti. Intanto, era un implicito invito all’unione dei cattolici italiani in politica. Un assist alla “Costituente di Centro”, di cui va cianciando Casini. Un progetto, a quanto sembra, morto prima di nascere. Ma che, se nascesse (chissà che fine farà il Pdl, se il Caimano scompare?), sarebbe certo incentrato sul programma bioetico vaticano, a favore del quale Casini si è sempre apertamente schierato. Per ultimo, ha definito «incivili le unioni civili omosessuali», dando implicitamente dell’incivile all’Europa intera. Ma se si misura la “civiltà” nei termini papali, in cui è compresa l’indissolubilità del matrimonio, come non chiedersi se sia “civile” lo stesso ineffabile Pierferdi, eroicamente divorziato e riammogliato? Forse a Castel Gandolfo il papa era distratto, o ha fatto finta di non vedere che Casini aveva di fronte.

In ogni caso, il «Non cedete» papale era implicitamente rivolto, tramite Casini che ne é il più entusiasta sostenitore, anche al “governo tecnico” di Monti, dove la presenza dei cattolici è dominante. A cominciare da Monti stesso, il cui primo atto da premier incaricato fu la visita al papa (sempre meglio, comunque, del doppio baciamani di Berlusconi edizione 2008), per farsi poi subito fotografare con consorte all’uscita dalla messa domenicale. Ora, Benedetto non potrebbe che elogiarlo e incoraggiarlo, il governo Monti, per quello che sin qui ha fatto, dalle regalie dell’otto per mille al finanziamento delle scuole cattoliche. O non ha fatto, mentre avrebbe dovuto farlo.

Due i casi lampanti. Il primo, l’esenzione dall’Imu degli immobili ad uso commerciale di proprietà della Chiesa cattolica, chiestaci da tempo dal Consiglio europeo in quanto trucca la concorrenza. Il secondo, la bocciatura, da parte della Corte dei diritti umani di Strasburgo, della legge 40 che impone il divieto (fortemente voluto, a suo tempo, dal cardinal Ruini, di cui Casini è il beniamino) della procreazione assistita: una legge, a giudizio della Corte, incoerente, e giuridicamente insostenibile.

Due punti in completo contrasto con la linea chiesastico-papale. Che cosa ha deciso il governo Monti? Non di fare, ma di non fare quello che gli chiedeva l’Europa, rinviando alle calende greche il pagamento dell’Imu da parte della Chiesa, e presentando un ricorso alla Grande Camera contro la sentenza di Strasburgo.

Ora, Monti si è adoperato fino all’impossibile per ridurre lo spread dei titoli di Stato, mettere al sicuro i conti pubblici, riformare il sistema pensionistico (e per carità cristiana, ha scaricato tutto sulle spalle di “Pantalone”, delle fasce più deboli, senza riuscire, almeno finora, nel suo intento risanatore). Ce lo chiede l’Europa, si è giustificato. E lo spread bioetico, che rischia di allontanarci sempre più vertiginosamente dall’Europa dei diritti civili? Non ce lo chiede l’Europa, di colmarlo?

A seguire i dettami del Santo Padre Benedetto, l’Italia sarebbe già fuori dall’Europa. E pronta ad apparentarsi con i paesi più retrogradi e oscurantisti dell’Africa, che considerano l’omosessualità un reato (altro che convolare a giuste nozze benedette da un prete, come chiede Vendola!). O con quelli dell’America latina, tipo Santo Domingo, dove, appena il mese scorso, Rosa Hernandez, una ragazza di 16 anni, incinta di 7 mesi e malata di leucemia, è morta insieme al suo bimbo.

Rosa si poteva curare con la chemioterapia, e salvarsi, ma avrebbe abortito. Ma l’aborto è vietato dall’articolo 37 della Costituzione dominicana (approvato nel 2009 dal Pld: sembra, guarda caso, un refuso di “Pdl”!), che definisce «il diritto alla vita come inviolabile dal concepimento alla morte naturale»: una definizione presa pari pari dal Catechismo e dai documenti e discorsi di Ratzinger. La mamma ha gridato in preda al dolore: «Me l’hanno uccisa. Sono morta, non sono più niente. Lei era la ragione della mia vita. Adesso non vivo più. Rosa è morta, che il mondo sappia che Rosa è morta».

Il papa lo sa? Casini, Monti e i suoi ministri cattolici lo sanno? Questa sarebbe l’Italia, se non ci fosse la legge 190 sull’Ivg (Interruzione volontaria della gravidanza), che il catto-integralismo ispirato da Ratzinger vorrebbe drasticamente limitare se non abolire (lo fa già la sanità lombarda del pio celeste Formigoni col diffuso ricorso all’obiezione di coscienza del personale medico-infemieristico).

Figuriamoci che Italia avremmo, se si applicasse integralmente il programma bioetico del papa. Sarebbe il caso di dire: «Dio ce ne guardi!».

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