Home Chiese e Religioni Vaticano II – Dov’è finita la collegialità? di L.M.Negro

Vaticano II – Dov’è finita la collegialità? di L.M.Negro

Luca Maria Negro
www.riforma.it, 10 ottobre 2012

Intervista a Paolo Ricca, che partecipò al Concilio come giornalista per conto dell’Alleanza riformata mondiale. La principale parola d’ordine conciliare, quella della «collegialità», non ha trovato attuazione

Cinquant’anni fa, l’11 ottobre 1962, si apriva a Roma il Concilio Vaticano II. Il teologo valdese Paolo Ricca era un giovane pastore fresco di consacrazione quando gli fu chiesto di seguire i lavori del Concilio per conto dell’Alleanza riformata mondiale (Arm), con l’incarico di redigere un bollettino periodico.

Perché, in un periodo in cui l’ecumenismo con la Chiesa cattolica muoveva i primi passi, le chiese riformate sentirono il bisogno di seguire così da vicino il Vaticano II?
«L’Arm desiderava avere un occhio ravvicinato all’evento conciliare, consapevole com’era della sua importanza. Ricordo una conferenza del segretario del Consiglio ecumenico delle chiese, il pastore riformato Visser’t Hooft, in cui disse, rivolgendosi ai protestanti: “Tua res agitur” (è una cosa che ti riguarda), volendo sottolineare il fatto che il Concilio, benché cattolico romano e quindi assemblea sostanzialmente confessionale, era qualcosa che ci riguardava da vicino. L’Arm chiese perciò alla Chiesa valdese se aveva qualcuno non tanto per scrivere una cronaca dei lavori, quanto per dare una valutazione teologica sia dei fatti che accadevano nell’aula conciliare, sia dei testi che via via il Concilio avrebbe prodotto. Il bollettino che redigevo veniva pubblicato ogni 2-3 settimane in forma ciclostilata e diffuso in cinque lingue nelle chiese riformate del mondo intero; il materiale non è mai stato pubblicato ma una copia è conservata nella biblioteca della Facoltà valdese. Le mie valutazioni sul Concilio le ho poi riassunte in un volume pubblicato nel 1966 dalla Gioventù evangelica italiana, “Il cattolicesimo del Concilio. Un giudizio protestante sul Concilio Vaticano II”».

Che impatto ha avuto il Concilio su un giovane pastore valdese (molto giovane e molto valdese)? È stata la scoperta di una realtà nuova o ha confermato vecchi giudizi?
«C’è stata sicuramente un’evoluzione del mio pensiero: ho iniziato il mio lavoro con il pre-giudizio che “Roma non cambia”. Quindi nelle prime corrispondenze ho sottolineato maggiormente l’antico nel nuovo anziché vedere il nuovo nell’antico. Però via via che le cose procedevano ho un po’ modificato questo modo di vedere il Concilio, e alla fine ho piuttosto cercato di vedere il nuovo nel vecchio.
Il Concilio ha espresso sia continuità sia rottura, tradizione e innovazione, e si può dire che quasi in ogni documento conciliare c’è questa doppia faccia. Ma alla fine ho cercato di vedere soprattutto il nuovo che emergeva».

Il Concilio è stato un’occasione preziosa per conoscere da vicino una serie di personalità sia del mondo cattolico sia delle altre chiese…
«Sì, effettivamente c’erano molti grandi teologi, presenti come “periti conciliari”: Congar, Rahner, Küng e tanti altri. Ricordo a esempio una conferenza di Karl Rahner sulla chiesa; alla fine – cito a memoria – il teologo tedesco disse che tutto i discorsi conciliari sulla collegialità, sul ruolo dei laici rispetto alla chiesa gerarchica, tutto questo era molto importante, però in fin dei conti la Chiesa consiste nell’assemblea dove c’è fede, amore e speranza. Questa è la chiesa di Cristo, la comunità cristiana nel mondo. Così pure ricordo bene gli interventi degli osservatori di altre chiese, come il teologo luterano danese Kristen Skydsgaard che in una conferenza sulla collegialità dei vescovi affermò che nel Nuovo Testamento l’unica collegialità che si realizzò pienamente è quella della fuga: tutti gli apostoli fuggirono da Cristo e lo lasciarono solo. O ancora Oscar Cullmann che, parlando del rapporto tra Scrittura, tradizione e magistero propose questa formula: la Scrittura è la norma superiore. Sono piccole perle che ho raccolto in un tempo estremamente ricco, e forse io stesso non mi sono accorto di quella ricchezza quando l’ho vissuta ma solo dopo, come sovente accade. C’erano molte altre realtà interessanti, come tutto il fermento dei latinoamericani, dei loro vescovi e teologi. C’era il rapporto privilegiato con il Segretariato vaticano per l’unità dei cristiani, guidato dal cardinal Bea… Insomma, si poteva toccare con mano la ricchezza, la molteplicità e la vitalità del cattolicesimo mondiale».

Nel citato volume del 1966 si dà un giudizio molto articolato ma sostanzialmente severo del Concilio: «Il cattolicesimo post-conciliare non sarà più un cattolicesimo da Controriforma; ma non sarà neppure un cattolicesimo riformato secondo la Parola di Dio» (p. 10). Un giudizio ancora valido a 50 anni di distanza?
«Sostanzialmente direi di sì. Un altro osservatore-giornalista presente al Concilio, il prof. Gottfried Maron, ha detto: con il Concilio il cattolicesimo è diventato più cattolico ma non meno romano. Più cattolico nel senso dell’universalità, ma non meno romano perché la centralità del pontefice e anche della Curia è rimasta tale e quale. Qui c’è forse il principale punto debole del Concilio. La grande parola d’ordine del Concilio è stata quella della collegialità episcopale, che avrebbe dovuto controbilanciare il primato del Papa affermato dal Concilio Vaticano I ma che in pratica non si è mai realizzata. Infatti il Sinodo dei vescovi, che doveva tradurre la collegialità in un istituto permanente, ha poteri puramente consultivi e non deliberativi. Così il governo della chiesa resta sostanzialmente nelle mani del Papa e della Curia romana».

Quali sono le novità del Concilio che invece sono state pienamente realizzate?
«Ne vedo sostanzialmente due: la riforma liturgica e la riscoperta della Bibbia. Quest’ultima è forse la più importante eredità del Concilio; su questo terreno potrà maturare una coscienza cristiana comune, che non potrà essere altra che quella creata dalla Sacra Scrittura quando essa diventi sostanza del pensiero, della preghiera, del discorso della Chiesa».

E l’apertura all’ecumenismo?
«Certo, anche questa è stata una delle grandi novità del Vaticano II, ma anche qui c’è stata una battuta d’arresto. Per esempio, nel documento sull’ecumenismo si dice che anche le chiese evangeliche sono “strumenti di salvezza”: un’affermazione che non viene quasi mai ripresa. Ma la cosa più importante non è tanto questa o quella citazione: la grande differenza che avverto rispetto a oggi è che allora c’era uno spirito diverso, di apertura e rinnovamento. Oggi viviamo purtroppo in un tempo di anti-concilio, almeno dal punto di vista dello spirito che anima la leadership della Chiesa cattolica. Ma non bisogna dimenticare che il Concilio vive soprattutto nella base, in settori tutt’altro che minoritari della base cattolica che continua a interpretare il Concilio non come un evento chiuso ma come un processo che deve continuare».

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