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Concilio e ecologia

Giorgio Nebbia
La Gazzetta del Mezzogiorno

Il mondo cattolico, ma più in generale i cristiani e anche i non cristiani, si stanno interrogando sul significato e sugli effetti del Concilio Vaticano II, iniziato cinquant’anni fa e concluso solennemente il 7 dicembre 1965. Quando il papa Giovanni XXIII decise di chiamare a raccolta la gerarchia della Chiesa per indurla ad interrogarsi sui mutamenti sociali e politici del XX secolo, sui “segni dei tempi”, uno di questi “segni” riguardava i rapporti fra gli esseri umani e l’ambiente. In Europa e in Italia il problema era poco sentito. In Italia esistevano soltanto l’associazione naturalistica Pro Natura e quella ambientalista Italia Nostra. “Ecologia” era parola praticamente sconosciuta, confinata in una sola cattedra universitaria marginale a Perugia.

Al contrario, negli Stati Uniti era in corso un vivace dibattito “ecologico” lungo varie direzioni: l’intossicazione planetaria della natura e della vita umana ad opera di alcuni “fortunati” prodotti industriali come i pesticidi persistenti (proprio nel 1962 apparve il libro “Primavera silenziosa” della Carson), e dei frammenti radioattivi delle centinaia di esplosioni sperimentali (i “tests”) di bombe nucleari, americane, sovietiche, francesi, all’aria aperta nei deserti o nelle isole del Pacifico; l’aumento della popolazione mondiale, nel 1962 di 3100 milioni di persone a cui ogni anno si aggiungevano altri 70 milioni, e la domanda: “ci sarebbe stato pane per tutti ?”; la ribellione dei paesi ex-coloniali, del “terzo mondo”, nei confronti dello sfruttamento, da parte dei paesi occidentali, Europa e Stati Uniti, delle loro preziose risorse naturali: petrolio, minerali di rame, ferro, cobalto, uranio, con le quali i paesi industriali si assicuravano a basso costo benessere e ricchezza.

Il Concilio voleva promuovere “gioia e speranza” fra tutte le donne e gli uomini della Terra, e ce n’era bisogno: pochi giorni dopo la sua apertura, il mondo era stato sulla soglia della guerra nucleare fra Stati Uniti e Unione Sovietica quando quest’ultima decise di inviare alcuni missili nucleari a Cuba. Nei “tredici giorni” di terrore dell’ottobre 1962, davanti al pericolo dell’uso delle bombe nucleari, l’intervento di Giovanni XXIII fu determinante nello scongiurare la catastrofe umana e ecologica che ne sarebbe venuta. Subito dopo lo stesso papa pubblicò, nell’aprile 1963, l’enciclica “Pacem in terris”, una dichiarazione contro le armi di distruzione di massa, che indusse Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito a firmare, nell’ottobre dello stesso 1963, l’accordo per far cessare le esplosioni di bombe nucleari nell’atmosfera, in modo da diminuire, almeno un poco, la contaminazione radioattiva planetaria.

Il mondo tirò un sospiro di sollievo, durato poco perché pochi giorni dopo, nel novembre 1963, il presidente degli Stati Uniti Kennedy veniva assassinato e, con il suo successore, cominciò il crescente intervento americano nel Vietnam dove furono usate armi come il napalm, la benzina incendiaria, e gli erbicidi con effetti devastanti sull’ambiente e sulla vita degli abitanti del paese invaso, una guerra in pieno svolgimento proprio negli anni del Concilio. Negli stessi anni i voli dei satelliti artificiali nello spazio avevano mostrato che solo dalla Terra, scheggia di roccia sola nello spazio, gli esseri umani possono trarre le risorse naturali per la vita e solo in essa possono immettere i propri rifiuti, sempre più tossici a mano a mano che si “perfezionava” la tecnica.

A conclusione del Concilio Vaticano II, il 7 dicembre 1965, Paolo VI, succeduto a Giovanni XXIII, pubblicò l’enciclica “Gaudium et spes” che invitava non solo la Chiesa cattolica ma tutti, donne e uomini della Terra, cristiani e non cristiani in quanto tutti “popolo di Dio”, a nuovi comportamenti davanti ai problemi del secolo, a praticare giustizia e pace nei rapporti fra loro e col Creato. Per chiarire ulteriormente il pensiero della Chiesa sui problemi posti dalla guerra, dalla tecnica e da una economia di rapina, il papa Paolo VI nel 1967 pubblicò l’enciclica sullo sviluppo dei popoli, “Populorum progressio”: il fine dello sviluppo, spiegava, non “consiste nel solo aumento dei beni prodotti né nella sola ricerca del profitto; non basta promuovere la tecnica perché la Terra diventi più umana da abitare”, un principio che sarebbe stato alla base della contestazione ecologica degli anni successivi.

Subito dopo lo stesso Paolo VI istituì una Commissione “Giustizia e pace” col preciso compito di riconoscere i mutamenti, anche ecologici, in atto e di spiegarli a chiare lettere: dovete essere, scrisse il papa ai membri della Commissione, come “il gallo sul tetto” che vede l’alba e canta e sveglia quelli che dormono nella casa e li costringe ad alzarsi e affrontare il giorno nuovo. Restava aperto il problema ecologico della rapida crescita della popolazione mondiale, un tema che sarebbe stato affrontato nell’enciclica “Humanae vitae”, del 1968, con la condanna dei mezzi di controllo delle nascite e l’invito, al più, ad una “paternità responsabile”.

Un invito ben poco ascoltato, a quanto pare, dal momento che i terrestri sono oggi, nel 2012, più di 7000 milioni e continuano ad aumentare in ragione di 70 milioni all’anno; come inascoltati sono rimasti gli inviti alla giustizia, alla pace, ad una tecnica e economia al servizio dell’uomo. Di qui l’opportunità, anche per coloro cui sta a cuore l’ecologia, di “ripensare”, a mezzo secolo di distanza, il Concilio Vaticano II.

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