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La Chiesa austriaca mette i bilanci sul web

Marco Di Blas

La trasparenza arriva in risposta a un libro che attribuisce alle autorità ecclesiastiche la gestione di 3,8 miliardi di euro

. La Chiesa cattolica austriaca ha deciso di rendere pubblici i suoi bilanci, consultabili ora anche sul sito internet Hyperlink “http://kirchenfinanzierung.katholisch.at”. Una scelta di tempi non casuale, perché in questi giorni è uscito in Austria un libro che fa i conti in tasca alle istituzioni ecclesiastiche austriache, attribuendo loro un bilancio di 3,8 miliardi di euro, sostenuto in gran parte dallo Stato. Gli autori sono il giornalista Christoph Baumgarten e il tedesco Carsten Frerk (si definisce “critico della Chiesa”), che già avevano pubblicato un libro analogo in Germania.

La differenza tra i loro dati e quelli pubblicati su internet sono abissali. Il bilancio della Chiesa austriaca, che somma i bilanci di ciascuna delle sue nove diocesi (quanti sono i Länder), è di 498 milioni, di cui 393 provenienti da trasferimenti dello Stato. In altre parole, solo la decima parte di quanto sostenuto da Baumgarten e Frerk. Una simile differenza è difficilmente spiegabile. Paul Wuhte, responsabile per i media della conferenza episcopale, parla di «numeri fantasiosi» ed è difficile dargli torto. Il trasferimento dallo Stato è rapportato al numero dei cittadini che si sono dichiarati cattolici e il calcolo è facile da fare e corrisponde a quello pubblicato.

Va detto inoltre che non si tratta di un finanziamento pubblico, ma di un contributo versato liberamente dai fedeli tramite lo Stato. Un contributo il cui ammontare cala di anno in anno, proprio perché molti fedeli lasciano la Chiesa (l’esodo più massiccio si era avuto un paio di anni fa, quando erano venuti alla luce i numerosi episodi di pedofilia in parrocchie e convitti religiosi): chi se ne va, non versa più la sua quota.

Ma, poiché Baumgarten e Frerk non possono essersi inventati i loro dati, l’unica spiegazione plausibile è che essi considerino anche i finanziamenti stanziati dallo Stato per la manutenzione e il restauro del patrimonio storico e artistico che in larga parte sono in proprietà della chiesa, ma a disposizione del pubblico e non solo dei fedeli. Ma è una spiegazione smentita in parte dalla Soprintendenza federale ai monumenti, che più volte ha dichiarato che gran parte dei costi di conservazione degli edifici storici della Chiesa sono sostenuti dalla Chiesa stessa, mentre il contributo statale rappresenta soltanto «una goccia su una pietra rovente».

Che la Chiesa si sia dovuta finanziare da sé per il restauro del proprio patrimonio, senza troppi aiuti pubblici, lo si evince da varie circostanze. Suscitò molte critiche, per esempio, il restauro del duomo di Santo Stefano a Vienna.

L’opera fu finanziata da vari sponsor, che in cambio fasciarono l’intera cattedrale con spazi che facevano la pubblicità a banche, compagnie di assicurazione, industrie metallurgiche. Il prezzo pagato dalla diocesi per affrontare costi altrimenti insostenibili.

Tornando al bilancio pubblicato su internet, in nome della trasparenza, alla voce delle entrate fa riscontro quella delle uscite di 501 milioni (con un deficit quindi di circa 3 milioni); 294 milioni, pari al 59%, se ne va in spese per il personale (sacerdoti e laici), 56 milioni (11%) per lavori di costruzione e manutenzione, 150 milioni (30%) per l’amministrazione dell’apparato ecclesiastico.

Esaminando separatamente le nove diocesi, quella dove le entrate e le uscite sono maggiori è Vienna, con 109 milioni di euro. La diocesi di Gurk-Klagenfurt, che si estende sul territorio della Carinzia, con una popolazione simile a quella della provincia di Udine, ha un bilancio di 34 milioni.

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