Home Chiese e Religioni Comunione e purificazione. sull’Osservatore romano, don Carrón rifà il trucco a CL

Comunione e purificazione. sull’Osservatore romano, don Carrón rifà il trucco a CL

Valerio Gigante
Adista Notizie n. 41 del 17/11/2012

Ricorda due analoghe lettere che Julián Carrón aveva indirizzato, nel recente passato, al Corriere della Sera e a Repubblica quella che il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione (e successore di don Luigi Giussani) ha inviato all’Osservatore Romano e che è stata pubblicata sul quotidiano vaticano nell’edizione del 7 novembre scorso.

Nelle due precedenti occasioni, Carrón, scegliendo i più grandi giornali della borghesia italiana, si era rivolto indistintamente all’opinione pubblica laica e cattolica; dapprima, per difendere il movimento dopo le rivelazioni degli imprenditori ciellini Daccò e Simoni sulle vacanze extralusso pagate al presidente della Regione Lombardia Formigoni (Repubblica, 1/5/12); in seguito, per correggere il tiro sull’appena scomparso card. Martini, nei confronti del quale alcuni mesi prima, all’interno di una corrispondenza riservata con il nunzio apostolico in Italia Bertello finita sulle colonne del Fatto Quotidiano, Carrón si era lasciato andare a dure critiche (Corriere, 4/9/12).

Stavolta il messaggio del leader di Cl sembra invece rivolto più “ad intra”, ossia a quella parte di mondo ecclesiale (ma soprattutto di gerarchia ecclesiastica) che deve essere rimasta piuttosto scossa dalla puntata di Report andata in onda su Rai3 il 4 novembre, nella quale si ricostruiscono in modo particolareggiato la galassia di interessi economico-finanziari della Compagnia delle Opere, e si mettono in luce le potenti coperture di cui Cl gode all’interno del mondo politico e delle istituzioni lombarde.

L’intenzione di Carrón sembra, ancora una volta, quella di evitare in tutti i modi che il movimento da lui guidato paghi dazio per le grane politico-giudiziarie del presidente della Regione Lombardia, come dei tanti altri politici ed imprenditori ciellini finiti in questi mesi nel mirino della magistratura. Così, col pretesto di tracciare un bilancio del Sinodo appena concluso (cui Carrón ha partecipato come delegato nominato direttamente dal papa), il presidente della Fraternità di Cl, dalle colonne dell’Osservatore, auspica che, di fronte a quanto sta accadendo al suo movimento, non avvenga quanto è accaduto al popolo d’Israele: «Rifiutandosi di ascoltare i richiami dei profeti, il popolo fu portato in esilio. Solo allora, spogliato di tutto, capì dove stava la sua vera consistenza. Israele si fece umile e divenne una presenza in grado di rendere testimonianza al suo Signore, libero da qualsiasi pretesa egemonica di identificare la propria sicurezza con un possesso e con una riuscita umana. Attraverso la durezza di quella circostanza – l’esilio – Dio purificò il suo popolo e lo fece risplendere in mezzo a tutti. Ricordando che “a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato” (don Giussani), aiutiamoci a camminare dentro la memoria di Lui».

Insomma, che Cl sia o meno prossima all’“esilio”, Carrón prefigura comunque un ineluttabile, necessario lavacro che consenta al movimento di ritornare alla purezza delle origini (un refrain che sta del resto caratterizzando da mesi il dibattito interno a Cl), separando le “mele marce” dalla parte rimasta fedele all’ispirazione autentica del “Gius”. Il rischio, scrive Carrón citando proprio Giussani è infatti di «ridurre il nostro impegno a una teorizzazione di metodo socio-pedagogico, all’attivismo conseguente e alla difesa politica di esso, invece che riaffermare e proporre all’uomo nostro fratello un fatto di vita», che per essere offerto ai fratelli richiede, sono ancora parole di Giussani, di «essere talmente presi dall’avvenimento di Cristo che la sua memoria domini le nostre giornate, perché mai sono di più me stesso come quando tu, Cristo, mi accadi e mi invadi con la tua presenza». Linguaggio spiritualistico ed esoterico tipico di Cielle, ma dietro il quale si nasconde un messaggio chiaro. «Solamente diventando “creature nuove” – sostiene Carrón – potremo mostrare la bellezza di una esistenza vissuta nella fede, facendo trasparire nella realtà quotidiana la novità che ci è capitata, attraverso la diversità con cui viviamo la vita di tutti, dal lavoro al tempo libero, nel modo diverso di usare la ragione e la libertà, di affrontare le circostanze, la vita e la morte, di rispondere ai bisogni dei nostri fratelli o di partecipare alla vita pubblica».

Il primo passo, per Cl, sarà probabilmente quello di chiudere (almeno per il momento) la parentesi di Formigoni. Non pare in questo senso casuale che, intervenendo alla trasmissione L’Infedele condotta da Gad Lerner il 15 ottobre scorso, il ciellino Mario Mauro, capogruppo Pdl a Strasburgo, non abbia voluto prendere in considerazione l’ipotesi di una lista Formigoni e abbia invece indicato come candidato al Pirellone un non ciellino (seppure amico del movimento), Gabriele Albertini.

Cielle è santa, peccatori sono i ciellini

Ma la strategia di scaricare sui singoli responsabilità che potrebbero trascinare a fondo l’intero movimento cozza con la questione di fondo, che Carrón e i dirigenti ciellini tendono ad occultare. E cioè che l’identità tra singoli e movimento sta nel dna stesso del movimento fondato da don Giussani, dove esperienza individuale e appartenenza collettiva sono da sempre sovrapposte. E se già il card. Angelo Scola, in una celebre intervista al Corriere del 23/11/2011, aveva dichiarato risolutamente che «gli uomini che si sono giocati in politica portano lì la loro faccia e su questa base sono stati e saranno valutati dai cittadini», la realtà è che l’unità di intenti e di azione, la consapevolezza di far parte di una élite che ha riscoperto “l’Avvenimento”, il vivere integralmente la comunità e la condivisione, l’obbedienza e la sequela del capo sono valori da sempre predicati e praticati dentro Cl. Sono, anzi, elemento costitutivo della militanza ciellina. Tutto, dentro Cl come negli altri movimenti della destra cattolica, viene dal movimento ed è per il movimento. Difficile con una concezione di questo tipo teorizzare, come aveva fatto don Carrón in un’intervista al Corriere di alcuni mesi fa (16/1/2012) che «nei partiti se la giocano i singoli», e non il movimento in quanto tale (il quale, peraltro, ha sempre massicciamente sostenuto, votato e fatto votare i candidati che provenivano dalle proprie fila in tutte le elezioni, da quelle studentesche ed universitarie alle amministrative, dalle politiche alle europee).

Maestri di Berlusconi

C’è poi un altro elemento che stride fortemente con il richiamo alla purificazione ed al ritorno alle origini che Carrón ha voluto ribadire attraverso l’Osservatore. Si tratta delle strettessime relazioni non di alcuni esponenti, ma dello stesso stato maggiore di Cielle con il berlusconismo, sin dalle sue origini. Una circostanza emersa nuovamente, ed in maniera imbarazzante, proprio nel corso della puntata di Report, quando Marco Palmisano, ex Memor Domini di Comunione e Liberazione, ha raccontato come nel 1979, Silvio Berlusconi (che all’epoca aveva da poco acquistato il Giornale, ma era soprattutto il principale finanziatore del settimanale ciellino Il Sabato) chiese ai dirigenti di Comunione e Liberazione di poter usufruire, per sé e per gli amici Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri, di alcune “lezioni” di politica. Gli incontri – racconta Palmisano – si svolsero a Milano, in via Rovani e durarono quattro fine settimana di fila, dal venerdì alla domenica. Sorprendente è soprattutto la lista dei “docenti” ciellini che istruirono Berlusconi e il suo entourage: Sante Bagnoli, Roberto Formigoni, Rocco Buttiglione e Guido Folloni. Ma, soprattutto, Angelo Scola, oggi arcivescovo di Milano e tra i cardinali più in vista della Chiesa cattolica, forse il più accreditato alla successione di Joseph Ratzinger.

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