Home Chiese e Religioni Concilio: Quell’intuizione rimasta fuori dall’aula

Concilio: Quell’intuizione rimasta fuori dall’aula

Jon Sobrino SJ
Popoli, novembre 2012

Il Concilio Vaticano II fu un evento epocale, estremamente radicato nel modo di essere e di agire di Giovanni XXIII. Un esempio significativo fu ciò che il papa disse un mese prima dell’apertura del Concilio: «La Chiesa oggi è soprattutto la Chiesa dei poveri». Questa concezione della Chiesa, tuttavia, non si affermò in modo generalizzato nell’aula del Concilio, così che, due mesi dopo il suo inizio, il cardinale Giacomo Lercaro (arcivescovo di Bologna) si vide obbligato a dire: «Sentiamo tutti che al Concilio finora è mancato qualcosa». E lo esplicitò ripetendo le parole di Giovanni XXIII: «Oggi la Chiesa è soprattutto la Chiesa dei poveri». Su questo desidero proporre alcune riflessioni. Nel periodo precedente il Concilio si erano già palesati alcuni movimenti che cercavano di mettere in relazione la missione della Chiesa con i poveri: i sacerdoti operai in Francia con l’appoggio del cardinal Emmanuel Suhard, arcivescovo di Parigi, voci del Sud del mondo come quella di dom Hélder Câmara, in Brasile, o di George-Luis Mercier, dei missionari d’Africa. E il cardinal Pierre-Marie Gerlier, arcivescovo di Lione, il 26 ottobre 1962 – in una conferenza svoltasi durante i lavori conciliari – parlò del dovere della Chiesa di adattarsi con la maggiore sensibilità possibile alla sofferenza di moltissimi esseri umani. Riferendosi al Concilio disse queste parole: «Se non esaminiamo e studiamo questo tema, tutto il resto corre il rischio di non servire a niente». Due documenti importanti del Concilio mettono in relazione «Chiesa» e «poveri»: Lumen Gentium, dove al n. 8 si legge: «La Chiesa riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne l’indigenza e in loro cerca di servire il Cristo». E Gaudium et spes (n. 1): «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo». I testi sono magnifici, però non spiegano che cosa significhi per la Chiesa stessa essere povera, né come i poveri configurano l’essere della Chiesa. Non analizzano il suo «destino di persecuzione» per difendere i poveri, e non affermano che i poveri salvano la Chiesa.

Dalle catacombe a Medellín

Nell’aula conciliare diversi vescovi percepirono subito che la maggioranza era lontana dall’idea di una Chiesa completamente orientata verso i poveri, anzi essa stessa povera e senza potere.
Questi vescovi, concordi con l’ispirazione di Giovanni XXIII, si riunirono in via confidenziale, senza alcun settarismo e con regolarità, nella Domus Mariae alla periferia di Roma. Rifletterono a fondo sulla «povertà della Chiesa» e, pochi giorni prima della chiusura del Concilio, circa quaranta padri conciliari celebrarono un’eucarestia nelle catacombe di Santa Domitilla. Chiesero di «essere fedeli allo spirito di Gesù», e al termine della celebrazione firmarono quello che definirono «Patto delle catacombe: impegnarsi a condurre una “vita di povertà” e a forgiare una Chiesa serva e povera». I firmatari si impegnavano a vivere in povertà, a rifiutare tutti i simboli o privilegi del potere e a porre i poveri al centro del loro ministero pastorale.
Il testo comincia così: «Noi, vescovi, riuniti nel Concilio Vaticano II, coscienti delle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; motivandoci gli uni gli altri in un’iniziativa nella quale ciascuno di noi ha evitato la presunzione e il mettersi in primo piano [ … ], con umiltà e con coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e la forza che Dio vuole darci come sua grazia, ci impegniamo in ciò che segue». E descrivono il loro impegno in tredici
punti.
Devo dire che durante i miei studi di Teologia in Germania, tra il 1966 e il 1973, non sentii mai parlare di questo patto e ancora adesso penso che non sia molto conosciuto e tenuto in considerazione nelle facoltà di Teologia. Tuttavia, almeno in America latina, questi impegni furono accolti e riconosciuti durante la Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Medellín (Colombia), nel 1968. Nel capitolo «Povertà della Chiesa», i vescovi, parlando in prima persona, si interrogano sulla propria povertà e su quella della Chiesa. E tenendo conto della miseria reale dei poveri, nei primi due documenti affrontano immediatamente la domanda su che cosa può salvare i poveri da questa miseria. Nel primo documento si cita la giustizia, nel secondo la pace.
Con parole dell’epoca, oggi dimenticate, esprimono la liberazione dei poveri che la Chiesa deve promuovere. Medellín fu un’altra «irruzione» fondamentale. A differenza di quanto avvenuto nel Concilio, per mettere al centro i poveri e la lotta per la giustizia, sin dal principio la Conferenza si mise contro i poteri economici, militari e mediatici del continente. Si ricordi il Rapporto Rockefeller del 1969 (dal nome dell’estensore, il politico Usa Nelson Rockefeller: il Rapporto definiva la Chiesa latino-americana come «una forza orientata al rinnovamento, anche rivoluzionario» e come un problema per gli interessi americani nel continente, ndt) così come le intese tra militari di diversi Paesi del Cono Sud negli anni Ottanta. A queste campagne si unì a volte parte della gerarchia della Chiesa istituzionale. La maggiore novità, e ciò che fece somigliare la Chiesa a Gesù di Nazareth, furono la persecuzione e il martirio che colpirono numerose persone.
La persecuzione spaventò l’istituzione, che inoltre vide con timore come Medellín e vari vescovi di primo piano – insieme alla teologia della liberazione – davano maturità e libertà ai cristiani, proprio quelli che difendevano i poveri. L’istituzione sentiva vacillare il potere della gerarchia, cosa che fu giudicata come un grave male. Arrivò quindi la reazione. Vari vescovi furono osteggiati e la teologia della liberazione combattuta.

Ellacuría e Romero

Intanto però la Chiesa dei poveri, anche se non si usava sempre necessariamente questo termine, si faceva realtà. Ignacio Ellacuría (gesuita della Università Centroamericana di San Salvador, ucciso dai militari nel 1989, ndt), compì un passo teorico importante precisando concettualmente che cosa si debba intendere con questa Chiesa: «Non è quella che, stando fuori dal mondo dei poveri, le offre generosamente il suo aiuto»: questo sarebbe un approccio etico insufficiente, perché la Chiesa non è costituita a prescindere dai poveri per poi chiedersi che cosa debba fare con loro. E insufficiente era anche l’approccio locale, come se i poveri fossero «una parte» della Chiesa.
Ellacuría insisteva sul fatto che la questione è teologica nel suo fondamento: «L’unione di Dio con gli uomini, come avviene in Gesù Cristo, è storicamente una unione di un Dio “svuotato” con il mondo dei poveri». Questi configurano la Chiesa dall’interno. «I poveri sono il suo principale soggetto e il suo principio di strutturazione interna». E permettono e favoriscono la sua identità salvifica. «È incarnandosi tra i poveri, dedicando la propria vita a loro e morendo per loro,
che la Chiesa può costituirsi come segno efficace di salvezza per tutti gli uomini». I poveri pongono la Chiesa, con naturalezza e senza scappatoie, di fronte al Vangelo. E quando essa si erge in loro difesa, soffre inevitabilmente persecuzione e morte. La Chiesa diventa necessariamente una Chiesa perseguitata, superando ciò che nel Concilio è affermato solo genericamente: «La Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (Lumen Gentium, 8). E non si tratta soltanto della persecuzione di vescovi, preti e religiose, ma anche di innumerevoli, semplici cristiani e cristiane.
In uno scatto evangelico, monsignor Oscar Romero dichiarò che la persecuzione è beatitudine: «Mi rallegro, fratelli, che la nostra Chiesa sia perseguitata, proprio per la sua opzione preferenziale per i poveri e perché cerca di incarnarsi negli interessi dei poveri» (15 luglio 1979). E ancora: «Sarebbe triste se in una patria in cui si sta uccidendo in modo tanto orribile non contassimo tra le vittime anche i sacerdoti. Sono i testimoni di una Chiesa incarnata nei problemi del popolo» (24 giugno 1979).

Oltre il concilio: «il popolo crocifisso»

Non si parlò così nel Concilio, né tanto meno si parlò di una Chiesa crocifissa a causa della giustizia. I tempi non erano maturi per rendere i poveri e le croci reali l’elemento centrale per la Chiesa, insieme al suo Signore. Il Concilio parlò dei poveri, ma in modo moderato. Ed è stato molto triste che, dopo il Concilio, una parte della gerarchia abbia voluto sminuire la «Chiesa dei poveri» chiamandola «Chiesa popolare». L’espediente è assurdo, perché «popolo» non ha
niente di male, anzi: è un concetto centrale nel Concilio, nell’Antico e nel Nuovo Testamento.
Ma nel rifiuto della Chiesa dei poveri non c’era una logica, ma una decisione di mettere fine a quella Chiesa, quella di monsignor Romero, di Samuel Ruiz, di Leonidas Proaño… E alla Teologia della liberazione. Il Concilio parlò di «popolo di Dio» quasi come di un concetto teologico, non guardò davvero alla sua realtà storica. Cosa che invece avvenne in El Salvador. Sia Oscar Romero sia Ignacio Ellacuría videro il popolo – di contadini, oppressi e repressi – nella sua condizione di «crocifisso». Ellacuría, nel 1978, forgiò per la prima volta l’espressione «popolo crocifisso», paragonandolo al «servo sofferente» di Jahvé. Nel suo esilio a Madrid del 1981 lo definì «il segno dei tempi»: «Tra i tanti segni che sempre si manifestano, alcuni evidenti, altri appena percettibili, ce n’è in ogni tempo uno che è il principale, alla luce del quale si devono discernere e interpretare gli altri. Questo segno è sempre il popolo storicamente crocifisso, che unisce alla sua costante presenza la forma storica ogni volta diversa della sua crocifissione. Questo popolo è la continuazione storica del servo di Jahvé» («Discernir el signo de los tiempos», in
Diakonia, n.18/1981, pag. 58).
Monsignor Romero lo disse in modo ancora più efficace. Paragonò il popolo a Cristo crocifisso.
Il 19 giugno 1977 ad Aguilares, dopo un mese di uccisioni di contadini, disse: «Voi siete l’immagine del Divino Trafitto… [Questo popolo] è l’immagine di tutti i popoli che, come Aguilares, saranno feriti, saranno oltraggiati». In questo, né Romero né Ellacuría si basarono sul Concilio o sulla tradizione.
Forse possiamo dire che, con il Concilio Vaticano II, la Chiesa sentì l’impulso di umanizzare il mondo e di umanizzarsi insieme ad esso, senza vergognarsi di fronte alla modernità e senza usare la modernità per rendere più credibile il Dio cristiano. A Medellin la Chiesa sentì l’impulso di non vergognarsi dei poveri. E con umiltà cominciò a «pulire il volto di Dio».

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