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Emergenza libertà religiosa in Italia?

Intervista a Paolo Naso
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Chiusura di locali di culto, rifiuto del riconoscimento giuridico a pastori: ciò che accade in alcune regioni è grave, ma è sbagliato far d’ogni erba un fascio. L’obbiettivo è il superamento della legge del 1929 sui culti ammessi

In diversi comuni lombardi, soprattutto nella provincia di Bergamo, si segnalano interventi della polizia municipale che ha diffidato alcune chiese evangeliche dall’utilizzare i propri locali o è arrivata a chiuderli impedendo l’esercizio del culto. Secondo alcune fonti le chiese chiuse sono quasi venti. È di nuovo emergenza per la libertà religiosa in Italia? Ne parliamo con Paolo Naso, politologo alla Sapienza di Roma e, tra l’altro, coordinatore della Commissione studi della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei). Insieme a Brunetto Salvarani, Naso ha recentemente pubblicato il Secondo Rapporto sull’Italia delle religioni (Un cantiere senza progetto, Emi, 2012) che propone un ampio capitolo proprio sul tema della libertà religiosa.

– Può confermare la notizia della chiusura di alcune chiese evangeliche?

«È vero, in Lombardia stanno accadendo fatti gravi e sono i frutti avvelenati della legge regionale 12 del 2005, pensata soprattutto contro le moschee e ora utilizzata anche contro alcune chiese evangeliche. Il problema nasce da un dispositivo tecnico, previsto agli articoli 52 e 53, che di fatto impedisce la conversione all’uso di culto di locali costruiti in un’altra funzione. In altre parole diventa estremamente difficile per una comunità religiosa – cristiana, islamica o buddhista non importa – acquisire a esempio un negozio, ristrutturarlo e utilizzarlo come locale di culto. Chi lo fa si trova in difetto amministrativo e, complice un clima culturale di intolleranza nei confronti delle minoranze religiose alimentato da alcune forze politiche, in particolari circostanze subisce la diffida o la chiusura dell’immobile. Quella lombarda, come l’analoga approvata in Veneto, è una norma che limita la libertà di culto e che viola un principio costituzionale. La Fcei lo afferma da anni e, ben prima che si arrivasse alla chiusura di alcune chiese evangeliche, si è impegnata insieme a musulmani e credenti di altre tradizioni a rivendicare il pieno diritto alla libertà religiosa. E lo ha fatto talvolta raccogliendo l’indifferenza se non il dissenso di alcune componenti evangeliche che ora giustamente protestano».

– Negli stessi giorni in cui si chiudono le chiese, a molti pastori evangelici che ne hanno fatto richiesta è stato rifiutato il riconoscimento giuridico…

«Anche questo è vero, e il rifiuto è stato determinato da un parere del Consiglio di Stato che, su richiesta del ministero dell’Interno, ha affermato che per ottenere il riconoscimento giuridico il ministro di culto deve dimostrare che la sua comunità conta almeno 500 membri. Le motivazioni addotte dal Consiglio di Stato sono molto deboli e facilmente contrastabili ma corrispondono perfettamente allo spirito di una legge, quella sui culti ammessi del 1929, che ogni giorno di più rivela il suo carattere discrezionale, illiberale e arcaico. La norma sui “500” conferma una volta di più l’urgenza di abrogare il ferrovecchio di una legge fascista».

– L’Italia vive un altro momento di intolleranza religiosa? La chiusura di chiese, in effetti, evoca scenari da anni ‘50.

«Ciò che accade in Lombardia è molto grave ma in realtà la situazione è più complessa e articolata. Negli ultimi mesi sono state approvate cinque Intese, dopo che su questo fronte niente si muoveva dal 1995. Come noto si tratta di quelle con i mormoni, gli apostolici, gli ortodossi della Sacra arcidiocesi d’Italia, gli induisti e i buddhisti. Solo l’Intesa con i Testimoni di Geova attende l’ultimo voto della Camera, peraltro in sede di Commissione Affari costituzionali, e c’è da sperare che la fibrillazione politica di questi giorni non ne impedisca la conclusione. Su un altro fronte, dobbiamo registrare nel 2009 il riconoscimento giuridico dell’Esercito della Salvezza, più recentemente della Chiesa evangelica internazionale e di altre chiese come quella copta. Al tempo stesso si sono aperti altri tavoli negoziali per l’intesa con varie confessioni, alcune delle quali evangeliche. Insomma pare che, venuta meno l’opposizione pregiudiziale della Lega Nord, a livello nazionale si sia aperta una finestra di opportunità che alcuni parlamentari – Lucio Malan e Stefano Ceccanti, per fare qualche nome – hanno saputo utilizzare al meglio. D’altra parte, in un mutato quadro politico, anche l’apparato istituzionale si è mosso con maggiore disponibilità e dinamismo. La speranza è che questa finestra di opportunità non si chiuda con la stessa rapidità con cui si è aperta. In questo quadro, la vicenda lombarda appare un caso grave ma limitato, il frutto avvelenato di un’impresa politica sull’intolleranza religiosa che speriamo definitivamente accantonata».

– Assumendo pure questa ipotesi, che cosa si può fare per difendere i diritti delle chiese chiuse d’autorità?

«Innanzitutto mirare all’obiettivo giusto e non confondere responsabilità e competenze: un conto sono le legislazioni regionali, altro è il piano politico nazionale, altro ancora quello dell’azione istituzionale dei ministeri e, in particolare, di quello dell’Interno. Fare di tutta questa erba un fascio è un grave errore nel quale purtroppo sono incorse alcune realtà del mondo evangelico che, negli stessi mesi in cui alcune chiese sorelle ottenevano importanti riconoscimenti, hanno rilasciato dichiarazioni di fuoco confondendo piani e responsabilità. Con questa premessa, i ricorsi al Tar sono una via sempre aperta e non troppo difficile da percorrere».

In secondo luogo occorre muoversi con coerenza e unità d’intenti. Come noto, il tavolo più ampio di rappresentanza pubblica dell’evangelismo italiano è la Commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo Stato (Ccers) istituita esattamente con lo scopo di dare forza alle istanze in materia di libertà religiosa. D’altra parte la Fcei non perde occasione per rilanciare il tema della libertà religiosa: lo ha fatto in varie udienze di fronte al presidente Napolitano, al presidente della Camera, a vari politici. Soprattutto, lo scorso 15 maggio ha organizzato un convegno che di fatto ha rilanciato il dibattito politico “per una buona legge sulla libertà religiosa”».

Il mondo evangelico è come noto molto articolato e frammentato e non stupisce che al suo interno, soprattutto nell’ambito delle chiese pentecostali e indipendenti, si esprimano strategie diverse, al netto dei protagonismi individuali che non di rado contribuiscono a indebolire l’azione coordinata di organismi come la Ccers. È molto rischioso minare quello spirito di unità nella difesa della libertà religiosa che ha aiutato l’evangelismo italiano nei momenti più bui e difficili».

– Vigilanza?

«Certo, vigilanza e lungimiranza per costruire una strategia unitaria dell’evangelismo nella difesa della libertà religiosa. Che, diciamolo chiaramente, non è esclusivamente quella degli evangelici ma un diritto e una ricchezza per tutti gli italiani e per tutte le italiane».

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