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Il cardinale Scola e i Fratelli Musulmani

Alessandro Esposito – pastore valdese
www.micromega.net

Con l’auspicato passo indietro del presidente egiziano Morsi, che ha deciso di revocare il decreto mediante il quale si auto-conferiva poteri assoluti, i nodi nevralgici che stanno alla base del conflitto che oppone i Fratelli Musulmani allo schieramento laico rappresentato dal Fronte di Salvezza Nazionale non vengono in alcun modo sciolti. Difatti il referendum sulla nuova Costituzione, previsto per sabato 15 dicembre, non è stato sospeso: la bozza costituzionale, approvata nell’arco di una seduta fiume dell’Assemblea Costituente durata ben 16 ore, demanda all’università islamica di Al Ahzar, massima autorità dell’islam sunnita, «la decisione di interpretare, senza appello, i princìpi della shahrìa (le leggi coraniche) da applicare».[1]

Il rischio, dunque, che la tanto sospirata primavera araba venga in tal modo soffocata sul nascere è reale e imminente: e ciò persino in un Paese come l’Egitto che, anche sotto il regime di Mubarak, si era comunque contraddistinto a motivo dei suoi ordinamenti improntati alla laicità.

Sebbene ad alcuni l’analogia parrà fuori luogo, nei suoi contenuti fondamentali il discorso tenuto dal cardinale Angelo Scola in occasione della tradizionale apertura dell’anno ambrosiano non si discosta dalle richieste inoltrate al presidente Morsi dalla Fratellanza Musulmana, volte alla tutela del diritto religioso da parte della Costituzione. Con un’impostazione degna del più retrivo dei sistemi medievali di stampo tomista, completamente indifferente ai progressi del dibattito filosofico e teologico seguito all’illuminismo e ai risultati derivanti dalla ormai centenaria ricerca storico-esegetica, il noto porporato auspica il ritorno ad un sistema legislativo che contenga il «riferimento sostanziale ed esplicito a strutture antropologiche generalmente riconosciute (…) come dimensioni costitutive dell’esperienza religiosa: la nascita, il matrimonio, la generazione, l’educazione, la morte».[2] Il quadro interpretativo di riferimento è fornito dall’editto di Milano del 313, attraverso il quale l’imperatore romano Costantino sancì la liceità della religione cristiana che poco più avanti, con l’editto di Tessalonica promulgato dall’imperatore Teodosio, diventerà religione ufficiale dell’impero, dichiarando al contempo illecite le tradizioni religiose non cristiane e definendo persino come crimine pubblicamente perseguibile l’eresia ariana.[3]

Questa, infatti, sembra essere la nozione di libertà religiosa (rigorosamente intesa come la propria libertà) propugnata dal cattolicesimo intransigente: un’accezione in cui, come ricorda opportunamente Vito Mancuso, non è in alcun modo contemplata «la libertà di altri».[4] La Costituzione, in tal modo, dovrebbe rivestire la funzione di ancilla fidei che Tommaso d’Aquino riconosceva alla filosofia e abdicare al suo ruolo di tutela della libertà religiosa garantita dal principio inamovibile di laicità dello Stato. L’insistenza vaticana concerne «l’importanza e l’utilità della dimensione pubblica della fede»[5] e si concentra, nelle parole del cardinale, su una critica del modello legislativo francese che, a suo giudizio, determina il fatto che «lo stato cosiddetto “neutrale”, lungi dall’essere tale, fa propria una specifica cultura, quella secolarista, che attraverso la legislazione diviene cultura dominante e finisce per esercitare un potere negativo nei confronti di altre identità, soprattutto quelle religiose, presenti nelle società civili, tendendo ad emarginarle».[6] Nessun accenno al fatto che tutte le conquiste delle moderne democrazie siano attribuibili proprio alla tanto deprecata secolarizzazione e non certo al controllo delle coscienze che le gerarchie vaticane vorrebbero continuare ad esercitare, con l’auspicio di vederlo persino sancito dalla carta costituzionale.

L’avvicendamento nella sede episcopale che fu prima quella del cardinal Martini e poi di Dionigi Tettamanzi, ambedue espressione di un cattolicesimo progressista figlio del Concilio Vaticano II, la dice lunga sul giro di vite che da Oltretevere si intende dare rispetto alle aperture della diocesi milanese: il diktat è quello improntato al desiderio di restaurazione che è sotteso alla politica vaticana portata avanti sotto gli ultimi due pontificati, ispirata alla demonizzazione di tutte le istanze laiche messa in atto dall’impostazione illiberale propria del Sillabo. Ecco perché sempre più lontano appare l’orizzonte delineato dal filosofo e psicologo Umberto Galimberti, nel quale «l’uomo potrà avviarsi là dove è già da sempre chiamato e da cui recalcitra ogni volta che, valutando le cose a partire dalla propria fede, risolve l’Aperto nel chiuso delle sue valutazioni (…) in quel recinto dove non c’è più traccia né frammento di avvenire. Ma per incamminarsi alla ricerca di quella via occorre retrocedere da tutte le etiche religiose e dal loro integralismo».[7] Non si offenda il cardinale Scola se queste, assai più delle sue, sono parole di fronte alle quali sento di poter dire davvero: amen.

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[1] Tratto dall’articolo di Bernardo Valli: La Costituzione che divide l’Egitto, apparso sulle colonne de La Repubblica di venerdì 7 dicembre 2012.
[2] Il testo integrale del discorso del cardinale Scola si può consultare sull’eccellente rassegna stampa curata dai responsabili del sito: www.finesetimana.org.
[3] Per una disamina di questo «secolo breve» che determinò l’involuzione del cristianesimo in senso istituzionale e dogmatico, si veda il recente e documentatissimo studio del professor Giovanni Filoramo: La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori, Laterza, Roma, 2011
[4] Vito Mancuso: Scola, lo Stato laico e la libertà religiosa, apparso sulle colonne del quotidiano La Repubblica di venerdì 7 dicembre.
[5] Tratto dal discorso del cardinale Scola: L’Editto di Milano: initium libertatis, del 6 dicembre 2012, consultabile sulla rassegna stampa curata dai responsabili del sito: www.finesettimana.org.
[6] Ibidem
[7] Tratto da: Umberto Galimberti, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto, Feltrinelli, Milano, 2012, pag. 87.

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