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Dopo il gesto desacralizzante di Benedetto XVI

Ileana Montini
www.womenews.net

C’è chi scrive che il Papa ha dato le dimissioni perché non è riuscito a riformare la Chiesa, la Curia romana e i suoi annessi e connessi nel mondo cattolico. Un papa ingenuo? Può darsi, in quanto intellettuale quasi monaco. Può darsi. Ogni tanto, nella Chiesa romana, qualche “santo” uomo ha tentato una riforma, come fece papa Giovanni con il Concilio Vaticano II. Come tentò di fare, a modo suo, Francesco di Assisi. E, sempre a modo suo, ci provò anche una grande donna della Spagna della Contro Riforma, Teresa Sa’nchez De Cepeda Ahumada di Avila. Ma come scrive Galli Della Logga (Il Corriere della Sera, 14 febr.) dopo il gesto di Benedetto XVI , l’elezione di un papa può ancora “essere riservata a un pugno di anziani oligarchi maschi per entrare nel cui novero non si bada a nulla?”

La maggioranza che detiene il potere della Chiesa, uomini ufficialmente celibi e casti, di solito si limita a sentenziare e a propagandare che la Chiesa è Santa anche se chi la governa è pieno zeppo di peccati mostruosi. Questa è una tesi, ipocrita, che percorre da secoli la storia di uno dei tre monoteismi. In questi giorni elettorali abbiamo letto che il cardinal Ruini continua a preferire Berlusconi, il cosiddetto male minore. E’ un grande peccatore, pare sostenga Ruini e qualche altro vescovo o cardinale, ma garantisce alla Chiesa i suoi privilegi e la garanzia del “rispetto” dei suoi “valori non negoziabili”. Amen.

Alessandro Borgia Papa, padre di una numerosa prole, intrallazzatore politico e nepotista indomito? Nessun problema, perché Dio “si serve anche dei peccatori” per “il suo disegno divino”. Formigoni più o meno è un sostenitore di questa visione; idem i suoi fratelli di Comunione e Liberazione.

Nel bellissimo libro di Melania G. Mazzucco Jacomo Tintoretto & i suoi figli (ed.Rizzoli, 2009) che è il risultato affascinante di una ricerca negli archivi di Venezia durata alcuni anni, si snoda l’immagine tragica, comica e miserevole degli uomini e delle donne di Chiesa. Attraverso la storia della famiglia di uno dei pittori più grandi del Cinquecento, esce pian piano il ritratto di una città, di un impero con i suoi legami di sudditanza con la Chiesa di Roma e le sue conseguenze.

I capitoli dedicati alle due figlie monacate di Tintoretto, descrivono il mondo delle donne nei 26 conventi femminili.

Suor Perina e suor Ottavia, vennero “donata” secondo tradizione da Tintoretto, ancora bambine al convento di S.Anna.
Il convento di S.Anna sorgeva quasi di fronte alla cattedrale di S.Pietro di Castello. Dal 1564 era stata imposta la clausura mediante anche inferriate e muri esterni. Le celle di Perina e Ottavia , le cui finestre si affacciavano sulle fondamenta di Quintavalle e sul rio Secco, erano inondate di luce. Ma il patriarca Priuli ordinò di far murare le finestre inferiori del convento e di scremarle con tende e panneggi. Le monache non dovevano essere viste e non dovevano vedere . Il dopo Concilio di Trento voluto soprattutto per arginare le conseguenze del terremoto luterano, imponevano un po’ di serietà; almeno di facciata.

Nel 1612 entrò nel convento di S.Anna Elena Tarabotti destinata a diventare suor Arcangela. La Tarabotti aveva ambizioni letterarie e infatti ci sono stati tramandati i suoi scritti dove, scrive la Mazzucco, “attaccava l’istituzione familiare, sociale e politica che opprimeva il sesso femminile, demoliva l’autorità paterna e rivendicava alle donne libertà, genio e cervello.”

Uno dei suoi libri s’intitolava “L’inferno monacale”. La Chiesa dell’amore e dell’uguaglianza, colludeva con il patriarcato ricco che voleva mantenere intatto il patrimonio, facendo monacazioni forzate di bambine e bambini.

Teresa d’Avila, che si era fatta monaca al monastero carmelitano di Avila in Spagna, decise la riforma dell’ordine Carmelitano e uscì da quel monastero nauseata. El Monastero de l’Incarnacione di Avila conserva ancora gli appartamenti privati delle monache e il parlatorio delle nefandezze. Le monache vivevano recluse ma libere di avere i privilegi di casta nobile o borghese. Anche a Venezia i giovani e i meno giovani nobili e cittadini abbienti, frequentavano i parlatori e riuscivano anche a portarsi le monache di notte alle feste nei palazzi; dove poteva accadere che si facessero delle orge. Le monache erano disponibili a dare il loro corpo per qualche regalo e un po’ di apparente, spesso, amore romantico. Le cortigiane vere veneziane costavano molto di più.

Ogni tanto qualche monacata trovava il coraggio di scappare. Un delitto da punire però senza misericordia, tanto da parte della Serenissima, che della Chiesa.

Sui banchi della scuola media superiore abbiamo imparato due storie: quella della monaca di Monza del Manzoni e l’altra del Casanova veneziano. Dietro, sullo sfondo, si intuiva che il caso descritto nei “promessi sposi” non era isolato. Idem per la dipendenza sessuale del Casanova che cercava continuamente donne, vergini o sposate. A scuola non si racconta mai di un tempo storico caratterizzato da una micidiale doppiezza dei laici e degli uomini di Chiesa.

Nel Cinquecento , con qualche eccezione, i conventi femminili avevano la fama di essere “pubblici bordelli et pubblici lupanari “, e le monache pubbliche meretrici, piuttosto che “spose di Cristo”.

Scrive ancora la Mazzucco che per tutto il XVI secolo “preti e fratacchioni giocosi si godono le monache più giovani, che badasse e converse abortiscono, partoriscono, fuggono con gli amanti…”. Le suore uscivano da convento e gli uomini ci entravano. Il Concilio di Trento impose la Clausura, ma la riforma incontrò un enorme resistenza in tutta Italia, “sia da parte dei religiosi stessi, che volevano mantenere la loro libertà, sia da parte dei laici –perché i nobili temevano che regole troppo rigorose avrebbero reso difficile convincere le loro figlie a rinchiudersi in monastero. “.

La post modernità, pare ci dica il Papa tedesco dimissionario, richiede grandi vigore fisico e mentale . Tutto sta velocemente mutando come testimoniano le scarse vocazioni alla vita consacrata . Le congregazioni femminili fanno, in genere, incetta di “vocazioni” nei Paese asiatici e africani. Le ragazze arrivano In Italia anche attratte dalla possibilità di studiare o, semplicemente, di mangiare più volte al giorno. Di nuovo, senza gli eccessi dei tempi antichi, ci sono le vocazioni libere e quelle un po’ forzate.

Il clima del Concilio Vaticano II che seppe accogliere lo spirito moderno della laicità e un po’ del nuovo ruolo delle donne nel mondo, si è ormai dissolto. Qualche ordine religioso femminile contemplativo ha smesso le grate tridentine e si è aperto “al mondo” accogliendo nelle foresterie chiunque desideri sostare in silenzio e sottraendosi al condizionamento del consumismo. Ma per le residue congregazioni religiose di consacrati e consacrate, la deriva anche contro la “spiritualità” delle origini o dei tempi conciliari, è una sgradevole realtà.

Madre Ignazia Angelini, badessa del monastero benedettino di Clausura di Viboldone, ( Mentre vi guardo,ed. Einaudi 2013) racconta la sua avventura monastica ,la storia e la realtà attuale di un monastero femminile nelle vicinanze di Milano.

Si sa che gli ordini delle contemplative registrano qualche nuova “vocazione”.
Può darsi che conti questo nostra epoca storica che ha visto grandi trasformazioni dal dopoguerra, quando il destino delle donne era ancora quello della totale identificazione nella maternità e sottomissione all’uomo marito, o, in alternativa, nella “maternità spirituale” con la sottomissione al clero. L’accesso all’istruzione superiore e universitaria, gli anticoncezionali e la fine della rigida sessuofobia patriarcale e religiosa, ha contribuito alla liquefazione di un mondo fatto di donne coniugate e donne consacrate nella Chiesa che così potevano evitare il dovere di rinunciare a una realizzazione individuale .

Ma è anche vero che la modernità ha significato un nuovo tipo di mercificazione dei corpi delle donne al servizio, comunque, degli sguardi e degli “istinti ” maschili. Lo slogan degli anni ruggenti del femminismo è ancora attuale: “Né madonne, né puttane, solo donne”.

La dimensione del silenzio, della solitudine come ricerca di sé profonda, può rispondere al desiderio di trovare senso all’esistenza in un contesto storico privo di sistemi valorici cogenti.

Scrive non senza ragione la monaca benedettina che la sua generazione “era persino troppo rigida nell’applicare predeterminati canoni ermeneutici delle passioni, per cui ci si costringeva a superarle senza intenderne il senso (…) Oggi invece la difficoltà è opposta: si vive in preda alle emozioni e non si riesce a discernerne il sentimento.”

La dimensione monastica, aggiunge, “è quella della persona unificata, che ha sentimenti e non risentimenti, o sentimenti d’occasione, ha passioni buone e lotta contro quelle cattive, quelle dalle quali siamo resi schiavi.” E’ la descrizione di un bisogno profondo del vivente. Ma suona più come più intenzione che reale possibililità. Madre Ignazia conosce la letteratura conciliare, persino il teologo protestante Bonoheffer, ma sembra ignorare ciò che ha sconvolto per sempre il novecento: la psicoanalisi. Non sa che l’io è un soggetto abitato anche a sua insaputa. La descrizione del suo monastero è un po’ agiografica, perché descrive una sorellanza priva di dinamiche che, talvolta, rasentano anche la perversità. Non usa mai la parola inconscio come rimozione primaria e secondaria secondo l’impostazione freudiana classica, o come parte della personalità che è inconscia rispetto all’io o ignota, come sosteneva invece Jung.

Si avverte nel libro pur interessante e bello della monaca benedettina, che non c’è ancora la capacità di fare un cambiamento come quello, per esempio, di offrire l’esperienza monastica a tempo determinato. Un tempo limitato di esperienza celibataria per staccare rispetto al subbuglio frenetico e pertanto superficiale “del mondo” odierno , potrebbe assumere un valore esistenziale fondativo della personalità in termini di senso. Nella dimensione contemplativa assumerebbe valore il silenzio e l’ascolto di sé; o di dio per le credenti. Nella dimensione degli ordini di “vita attiva” avrebbe valore anche l’aspetto di volontariato, di dono per un periodo, della propria vita agli altri.

Insomma, la desacralizzazione della cattedra di Pietro, contenuta nel gesto del Papa, potrebbe forse aprire scenari come questo.

1 comment

Murru nicola giovedì, 21 Febbraio 2013 at 03:13

Perdonate, ma penso che se c’è qualcosa di dissacrante questo è necessariamente da ricercare nel vostro articolo che non si pone minimamente un fine organolettico comprensibile elargendo immagini di comodità se non di salotto.
Apprezzo il gesto del Papa, difficilissimo da zuccherare… il vostro troppo salato!
Vivissimi complimenti al CdB, quantunque, ho molto apprezzato.

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