Home Chiese e Religioni “I più poveri della Chiesa sono le vittime degli abusi”

“I più poveri della Chiesa sono le vittime degli abusi”

Raffaella Serini
www.vanityfair.it/news

Lo sostiene il vaticanista Marco Politi, tra le voci del documentario Mea Maxima Culpa, nelle sale il 20 marzo, in cui s’indagano i casi più scioccanti di pedofilia all’interno della Chiesa. «La speranza è che il nuovo Papa applichi una politica di totale trasparenza sul fenomeno», dice Politi

Terry, Gary, Arthur e Bob sono stati ridotti al silenzio due volte. Perché sordomuti dalla nascita, ma anche – e forse soprattutto – perché vittime innocenti dei crimini «segreti» di padre Lawrence Murphy, il sacerdote del Wisconsin responsabile di avere molestato più di duecento bambini di un istituto per non udenti di Milwakee.  Quello di padre Murphy, morto nel 1998 da uomo libero (e ancora sacerdote), è stato uno dei casi più scioccanti di pedofilia che hanno riguardato la Chiesa, assieme a quelli che di lì a poco sarebbero deflagrati in Irlanda e nel resto d’Europa e del mondo.

Ma il silenzio che a Terry, Gary, Arthur e Bob è bruciato di più è stato proprio quello del Vaticano: nonostante le ripetute denunce e i rapporti interni, il loro grido di giustizia è rimasto pressoché inascoltato, e la loro «voce» messa a tacere in nome di un «codice del silenzio» fondato sul principio della sacramentalità della figura sacerdotale. Alle loro storie, a quelle delle numerose altre vittime di abusi è dedicato il documentario Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio del regista premio Oscar Alex Gibney (Taxi to the Dark Side): distribuito da Feltrinelli Real Cinema, sarà nelle sale italiane il 20 marzo.

Buona parte del film ruota attorno alla complessa figura dell’attuale papa emerito Joseph Ratzinger, che già in veste di cardinale ebbe un ruolo centrale nella questione (non foss’altro perché ordinando di essere messo a conoscenza di ogni caso di abuso sessuale su minore, diventò la persona più informata al mondo sugli abusi perpetrati dai preti). «Ratzinger è una figura emblematica perché nella sua esperienza di vita ha passato tutte le fasi della Chiesa cattolica rispetto a questo problema», spiega a Vanityfair.it il vaticanista Marco Politi, attuale commentatore del Fatto Quotidiano, e autore del libro Joseph Ratzinger. Crisi di un papato (Laterza, 2011), tra le voci del documentario.

Quali sono queste «fasi»?
«La prima, che attraversa tutti gli anni ’60, ’70 e ancora ’80, era quella del non dare scandalo e proteggere l’istituzione. Di questo periodo è una lettera che Ratzinger manda a un vescovo americano a proposito di un prete responsabile di abusi: ovviamente c’è la condanna del fenomeno ma si dice di non voler ricorrere alla riduzione allo stato laicale del sacerdote per non creare turbamento nella comunità dei fedeli. E, soprattutto, in tutta la lettera le vittime non vengono mai nominate».

Fase due.
«È quella dell’ottimismo nella efficacia della terapia: si pensava che questa persone fossero malate ma che andando in terapia potessero essere recuperate. Solo di fronte alla massa di notizie che emergevano dai processi americani negli anni ‘90 ci si è resi conto che questi preti erano in realtà dei criminali seriali».

Possibile che sia tutto ascrivibile a un errore di «valutazione»?
«Prima c’è la responsabilità secolare perché già nel III sec. d.C., in uno dei primi concili regionali tenuto in Spagna, gli stupratoti di bambini,furono condannati durissimamente, c’è proprio l’espressione latina “Stupratores puerorum”. Ciò significa che il fenomeno è antichissimo e con esso anche l’omertà della Chiesa. E anche se c’era riprovazione per il gesto è antichissima la voglia di proteggere l’istituzione e non dare scandalo».

E quando ci si è resi conto che il fenomeno era così massiccio?«Quando sono arrivate tutte le notizie dall’Irlanda Ratzinger era già diventato Papa: solo allora lui ha capito l’orrore ed è rimasto scioccato da queste situazioni».

Cosa lo dimostra?
«Una lettera molto dura e coraggiosa scritta da lui nel 2010 e indirizzata ai cattolici irlandesi, in cui incolpa i vescovi di non avere rispettato le norme (anche se in tanti obiettano che il problema sia scaturito proprio dall’avere rispettato il diritto canonico, ndr), ammette che c’è stato un mal riposto senso di protezione del buon nome della Chiesa e sostiene che i preti coinvolti negli scandali debbano farsi giudicare dai tribunali civili. Ma, soprattutto, scrive che le vittime hanno gridato ma nessuno le stava ad ascoltare. E che il cuore del problema devono essere loro. In questo lui ha compiuto una rivoluzione a partire proprio dal suo atteggiamento».

La rivoluzione completa però non c’è stata
«Da Papa ha smascherato molte mele marce: per esempio, già nel momento in cui Woytila stava morendo, ha mandato il suo procuratore del Santo Uffizio a raccogliere la documentazione su Marcial Maciel Degolado (fondatore dei Legionari di Cristo al centro di scandali sessuali, che lo stesso Benedetto XVI definì «un falso profeta», ndr). Certo, gli si può sempre rimproverare di essere stato troppo graduale, troppo soft e anche di non avere sciolto l’Ordine dei Legionari di Cristo. Anche se secondo me la responsabilità maggiore di Ratzinger è di non avere aperto gli archivi vaticani e diocesani e non avere decretato l’obbligo di denuncia dei preti pedofili da parte dei vescovi».

Perché si è fermato?
«Da Papa per la paura di mettere in moto troppi crimini successi in passato, che avrebbero provocato un terremoto. Finché era cardinale, invece, l’impressione che si ha è che Ratzinger sia stato frenato dall’entourage di Giovanni Paolo II.. Non è un caso che, a proposito delle accuse di pedofilia che coinvolsero il suo predecessore Groër, il cardinale di Vienna Schönborn disse che in quell’occasione Ratzinger sarebbe voluto intervenire ma fu fermato dal partito diplomatico vaticano, e partito diplomatico significa segreteria di Stato».

E Giovanni Paolo II, sapeva?
«Per quanto abbia conosciuto io Wojtyła come persona, dubito che se qualcuno gli avesse messo in mano la documentazione precisa dei crimini sessuali perpetrati nella Chiesa, penso per esempio a quelli del fondatore dei Legionari di Cristo, lui avrebbe coperto cose del genere. Del resto lui per primo ha definito i preti pedofili dei “Giuda”. Però credo che Giovanni Paolo II, come molti anche in America sostengono, sotto l’influsso di quel sistema in voga nei Paesi comunisti per cui per screditare un prete gli attribuivano storie sessuali, vere o inventate, non sempre abbia creduto alla totale veridicità di queste denunce».

Ultima domanda, scontata: cosa aspettarsi dal nuovo Pontefice?
«Beh, il nuovo Pontefice si è caratterizzato subito per volere riportare la Chiesa all’essenzialità della Fede e alla semplicità. Vuole una Chiesa povera per i poveri: e i più poveri, i più disperati, i più emarginati che ci sono, sono proprio le vittime nascoste degli abusi. La speranza è che allora lui applichi una politica di totale trasparenza su questo fenomeno».

La sua è solo una speranza o pensa che lo farà?
«Io faccio l’osservatore, non penso: guardo. Se non vogliamo usare la parola “speranza” allora diciamo che c’è l’attesa che lui in questo campo sia di una trasparenza totale».

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