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Papa, vescovi, curia. Le riforme che verranno

Sandro Magisterhttp://chiesa.espresso.repubblica.it/ 21 marzo 2013

Giovanni XXIII nominò il suo nuovo segretario di Stato la sera stessa della sua elezione a papa. Ed era il grande diplomatico Domenico Tardini, all’epoca semplice prete, non ancora vescovo né cardinale.
Ma quella è preistoria, rispetto al terremoto di oggi. Papa Francesco è arrivato a Roma “dalla fine del mondo” e il modo di governare la Chiesa lo sta innovando dall’alto, da lui per primo. La riforma della curia verrà. E verranno anche molte altre cose. Ma dopo “un certo tempo”, ha avvisato.

Intanto, a tutti i capi di curia decaduti con la rinuncia del predecessore ha detto di rimettersi a lavorare. “Provvisoriamente” e “donec aliter provideatur”, fino a che lui, il nuovo papa, deciderà. Dal 13 marzo la curia vaticana è un tremebondo esercito di precari.

Alla sua prima uscita sulla loggia della basilica di San Pietro, il neoeletto Jorge Mario Bergoglio ha voluto al suo fianco due cardinali. A destra il suo vicario per la diocesi di Roma, Agostino Vallini, e a sinistra l’amico brasiliano Cláudio Hummes, francescano. Una coppia che impersona il suo programma.

Di Roma, il nuovo papa vuole essere vescovo a tutti gli effetti, in prima persona, come ha fatto intravedere subito, nella prima domenica del suo pontificato, con la messa celebrata nella parrocchia di Sant’Anna, sul confine tra il Vaticano e il Borgo, in un tripudio di popolo. Andrà di chiesa in chiesa, percorrerà il centro e le periferie, “per l’evangelizzazione di questa città tanto bella”. A contatto diretto con il popolo della diocesi che ora è la sua “sposa”. Il prossimo Giovedì Santo andrà a celebrare la messa “in coena Domini” nel carcere minorile di Casal del Marmo.

Ama chiamarsi anzitutto “vescovo di Roma”, papa Francesco. Ma tiene anche fermo, e l’ha detto subito, che “la Chiesa di Roma è quella che presiede nella carità tutte le Chiese”.
Sono parole di Ignazio di Antiochia, un vescovo martire del II secolo, che da allora fanno da guida al difficile equilibrio di poteri tra il successore di Pietro, il vescovo di Roma, e i successori del collegio dei dodici apostoli, i vescovi di tutto il mondo, tra l’esercizio del primato papale e l’esercizio della collegialità episcopale. All’inizio del secondo millennio questo equilibrio si ruppe e lo scisma divise la Chiesa di Roma dalle Chiese di Oriente.

Ma anche dentro la Chiesa cattolica il primato papale, potenziato all’estremo, attende di essere bilanciato dal collegio dei vescovi. L’ha voluto il concilio Vaticano II, finora con scarse applicazioni pratiche, e l’ha di nuovo chiesto con forza Benedetto XVI in uno dei suoi ultimi discorsi da papa, pochi giorni prima della rinuncia. Il suo successore Francesco ha già fatto capire che proprio questo vuol fare.

Per farlo ha a disposizione uno strumento allo stato grezzo, il sinodo. Sono i circa duecento vescovi, l’élite dei quasi cinquemila vescovi di tutto il mondo, che ogni due anni si riuniscono a Roma per discutere un tema di particolare urgenza per la vita della Chiesa. I suoi poteri sono puramente consultivi e le sue finora ventotto edizioni, dalla prima del 1967, solo di raro si sono sollevate dalla noia. Papa Francesco potrà renderlo deliberante, naturalmente “assieme e sotto” alla sua potestà primaziale.

Ma soprattutto potrà trasformare in un proprio permanente “consiglio della corona” quel ristretto consesso di vescovi, tre per continente, che ogni sinodo elegge al termine dei suoi lavori, per fare da ponte verso il sinodo successivo.

Per un papa come Francesco, che da Roma vuole sentire il polso della Chiesa mondiale, questo consesso è lo strumento ideale. Basti dire che tra i dodici eletti dall’ultimo sinodo si ritrovano quasi tutti i nomi di spicco del recente conclave: i cardinali Timothy Dolan di New York, Odilo Scherer di San Paolo del Brasile, Christoph Schönborn di Vienna, Peter Erdö di Budapest, George Pell di Sydney, Luis Antonio Gokim Tagle di Manila.

Riunendo attorno a sé un summit dell’episcopato mondiale di così alto livello, una volta al mese o anche più spesso, con presenze fisiche a Roma o tramite videoconferenze, papa Francesco potrà governare la Chiesa proprio come il concilio Vaticano II ha voluto: con uno stabile sostegno collegiale alle sue decisioni ultime di successore di Pietro.

La curia verrà dopo e sotto. Riportata ai suoi più modesti compiti di servizio a decisioni che non toccherà ad essa prendere, né tanto meno forzare. Il cardinale Hummes si è espresso così, due giorni dopo l’elezione di Bergoglio a papa: “Moltissimi attendono una riforma della curia e sono certo che lui la farà, alla luce dell’essenzialità, della semplicità e dell’umiltà richiesta dal Vangelo. Sempre nella scia del santo da cui ha preso nome. San Francesco aveva un grande amore per la Chiesa gerarchica, per il papa: voleva che i suoi frati fossero cattolici e ubbidissero al ‘Signor papa’, come diceva lui”.
Non è banale questo richiamo a Francesco, per un papa da cui ci si aspetta che “ripari la Chiesa”.

Nella mitologia pseudofrancescana e pauperista che in questi giorni tanti applicano al nuovo papa, la fantasia corre a una Chiesa che rinunci a poteri, strutture e ricchezze e si faccia puramente spirituale.
Ma non per questo visse il santo di Assisi. Nel sogno di papa Innocenzo III dipinto da Giotto, Francesco non demolisce la chiesa, ma la sorregge sulle sue spalle. Ed è la chiesa di San Giovanni in Laterano, la cattedrale del vescovo di Roma, a quell’epoca da poco magnificamente restaurata e abbellita, ma resa brutta dai peccati dei suoi uomini, i quali sì andavano purificati. Furono alcuni seguaci di Francesco a cadere nello spiritualismo e nell’eresia.

Papa Bergoglio ha la solida formazione di un gesuita d’antico stampo. Non si sogna di abolire la curia. Ma di ripulirla sì. In un’omelia mattutina a un ristretto numero di cardinali, due giorni dopo l’elezione, ha insistito sulla parola “irreprensibilità”. Dalla curia romana Bergoglio si è sempre tenuto accuratamente lontano, ma ne conosce i disordini e i peccati. Esigerà l’effettiva lealtà di tutti i suoi membri, scandalosamente violata negli scorsi anni col trafugamento delle carte più riservate, persino dalla scrivania personale di Benedetto XVI.

Esigerà la fedele e rapida esecuzione di tutti i propri ordini. Esigerà una revisione delle spese al risparmio, in bilanci che nel 2012 sono tornati pericolosamente in rosso, stando alle anticipazioni fornite ai cardinali nel preconclave. Di snellire la curia, Benedetto XVI aveva inizialmente provato. Aveva accorpato i due consigli della cultura e del dialogo interreligioso. E così quelli di “Iustitia et Pax” e dei migranti.

Ma poi tutto tornò come prima e nacque persino un dicastero in sovrappiù, quello per la nuova evangelizzazione assegnato a monsignor Rino Fisichella. Ma il peggio è la disunione. Ogni ufficio fa per sé. Talora tenendo all’oscuro il papa.

Clamoroso fu due inverni fa il colpo di mano quasi riuscito ai neocatecumenali di strappare l’approvazione di Joseph Ratzinger alle loro bizzarre liturgie. Il papa scoprì e sventò tutto in extremis. Fu addolorato al vedere che tra gli autori della manovra c’era un cardinale nel quale aveva riposto grande fiducia, il prefetto della congregazione per il culto divino Antonio Cañizares Llovera. Ordinò alla congregazione per la dottrina della fede di mettere sotto esame le liturgie dei neocatecumenali. La pratica ora dorme in un cassetto.

Un’altra disfunzione è data dai dirigenti di curia che utilizzano il loro ufficio come tribuna per ambizioni molto personali. Ne è prova monsignor Vincenzo Paglia, divenuto capo del pontificio consiglio per la famiglia nonostante provenga da una comunità, quella di Sant’Egidio, la cui storia interna non è esemplare in materia, punteggiata com’è di matrimoni combinati e falliti. Le dichiarazioni che egli usa rilasciare, per la loro vaghezza, fanno a pugni con il chiarissimo ed intransigente magistero papale, ma gli valgono la simpatia dell’opinione pubblica favorevole ai matrimoni “gay”, che applaude alle sue supposte “aperture”.

E poi ci sono gli imbucati. Personaggi che in curia non ricoprono alcun ruolo eppure sono riusciti a infilarsi nei luoghi chiave, per spremerne tutti i vantaggi. Come Andrea Riccardi, il fondatore di Sant’Egidio, prodigiosamente entrato nelle grazie dello stesso Benedetto XVI e del suo segretario particolare Georg Gänswein. Oppure Marco Simeon, irremovibilmente nell’orbita dei cardinali Mauro Piacenza, prefetto della congregazione per il clero, e Tarcisio Bertone, segretario di Stato uscente.

Per quest’ultimo le congregazioni del preconclave sono state un calvario, perché le rimostranze dei cardinali per il malgoverno curiale martellavano inesorabilmente lui, come primo ministro. Ma i quasi 79 anni di età gli consentiranno un pensionamento dolce. Al suo posto, è possibile che papa Francesco richiami a Roma dall’America latina un diplomatico rigoroso e fedele, che conosce e stima. È Pietro Parolin, vicentino, 58 anni, sottosegretario agli esteri dal 2002 al 2009, oggi arcivescovo e nunzio apostolico in Venezuela.

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