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Il “papa francescano” di O.DaSpinetoli

Ortensio da Spinetoli

Chi non ha esultato nel sentire il nome che il nuovo pontefice “si è imposto”? Non ci poteva essere nulla di più gradito, beneaugurante, profetico. Da solo è già un programma cristiano, cioè umanitario senza restrizioni né riserve. Francesco infatti è ovunque conosciuto, ammirato, amato; la sua memoria e testimonianza si sono trasmesse nel tempo come un canto di benedizione e di grazia.

Bergoglio è di famiglia religiosa, fondata da un ex ufficiale dell’esercito tra i più temuti (“invincibile”) del ‘500. Per questo, forse, convertito a Cristo, Ignazio ha pensato di costituire una “compagnia” di militi dedita al servizio della fede e della Chiesa. Egli però è nato in un Paese lontano dal vecchio continente, dove la rigidità ignaziana era andata coniugandosi con lo spirito di libertà che aleggiava nel nuovo mondo.

Anche i gesuiti lì presenti ne erano stati “contagiati”: ai tempi delle reductiones (convivenze cristiane autonome di indigeni e missionari) e ai giorni nostri, con il gruppo di professori gesuiti, sostenitori della Teologia della Liberazione, assassinati dai dittatori del Salvador.

La nomina di Bergoglio è stata una sorpresa, ma ora tutti conoscono chi egli era, la sua povertà, semplicità, immediatezza di cui anche da papa continua a dar prova, prendendo del santo di Assisi nome e insegnamento.

Francesco decise di “uscire dal secolo”, dal suo mondo (una città occupata da signori e mercanti arricchiti), non per fuggire in una caverna, bensì, come Cristo, per raggiungere l’altra parte della popolazione (contadini, nullatenenti, malati, vagabondi, briganti). E lo fa non per benedire o consegnare viveri e tornarsene poi da dove era venuto, ma per una scelta più impegnativa e radicale: restare con i poveri, fare la loro stessa vita, essere come loro e dei loro.
Un grande carisma che abbraccia anche la predilezione per il creato e le creature, e l’assidua ostinata premura per la pacifica convivenza tra i popoli e persino le religioni. Un riferimento vasto, ma certo non irraggiungibile per questo papa che tra le sue prime preoccupazioni ha collocato la tutela del creato accanto alla pace tra le nazioni, segno che non pensa solo a Dio e al culto.

L’ardua strada imboccata dal poverello di Assisi è la stessa percorsa da Gesù. E anche Bergoglio sembra essersi incamminato sulla stessa via, proclamando sin da subito: «La Chiesa deve essere povera e per i poveri». Un’affermazione perentoria, ma se non viene spiegata rischia di rimanere imprecisa, ambigua, fuori dalla linea di San Francesco. Il “per i poveri” non è proprio quanto il Vaticano II ha raccomandato, con la designazione “Chiesa dei poveri”. Si tratta di fare non uno, ma alcuni passi indietro; di un cambiamento di categoria, di classe sociale, di una spoliazione, se non totale, la più ampia possibile.

Il richiamo alla “Chiesa povera” riporta alla luce le urgenze del Vaticano II, che con la Gaudium et spes affermava che la comunità ecclesiale non esiste per se stessa, per la sua affermazione ed espansione (concezione trionfalistica), ma per la liberazione, elevazione, salvezza del mondo, cioè degli esseri umani.

I primi segni del nuovo papa indicano, se non una svolta, una volontà di cambiamento. Ma i problemi più urgenti non sono, forse, di ordine morale, ma istituzionale: non può più tardare la riforma della Chiesa, invocata già dai cristiani innovatori del secolo XVI (a cui la gerarchia rispose con una “controriforma”, o Concilio di Trento, che ha dato adito agli orrori dell’Inquisizione).

Il Vaticano II (Dei verbum, Lumen gentium) ha messo in discussione l’interpretazione corrente della Parola di Dio e soprattutto la legittimità del potere gerarchico, in periferia e ai vertici, ma poi è rimasto lettera morta, solo un consolidamento del potere supremo del romano pontefice e dei suoi organi sussidiari. La Chiesa purtroppo non è “indietro di 200 anni”, sembrerebbe più corretto dire di 2mila, cioè da quando certi discepoli di Gesù, invece di seguire le sue indicazioni («voi siete tutti fratelli», «tra voi non sia così») hanno pensato che fosse più giusto, o più semplice, rimanere negli schemi organizzativi correnti (giudaici, sommo sacerdote, sinedrio, popolo; o ellenistici, re o arconte, ekklesia, laos), gli stessi che Gesù combatteva e da cui era rimasto sconfitto. È così anche ai nostri giorni: la volontà profetica di Gesù rimane ancora in attesa di realizzazione. Papa Francesco ha voluto anche qui far intravvedere una sua qualche intenzione di ripensare l’assolutismo papale.

Se da cardinale ha lasciato il vescovado di Buenos Aires per trasferirsi in una comune abitazione, oggi potrebbe uscire dai palazzi vaticani per arrivare a quelli lateranensi, e poi – a tempo debito – “spostarsi” in aiuto di quei popoli che i colonizzatori cristiani da almeno un mezzo millennio si sono curati di depredare, provando a riparare le loro malefatte.
Intanto papa Francesco ha cominciato a ridimensionare l’estensione del suo ufficio, definendosi semplicemente “vescovo di Roma”, un titolo che non implica alcun primato sulle altre Chiese, ma solo il ricorso al vescovo della capitale per questioni pratiche più importanti (causae maiores) dato che la suprema giurisdizione sulla Chiesa universale in origine spettava sempre all’assemblea plenaria dei pastori di tutto l’orbe, il Concilio ecumenico.

Presumibilmente, da cardinale, Bergoglio non ha avuto il tempo necessario per tenersi al corrente di tutto il progresso biblico e teologico post-conciliare. È verosimile che anche egli possa conservare, nel suo bagaglio culturale, riferimenti della vecchia scuola pre-conciliare da perfezionare, e noi lo speriamo e l’aspettiamo. Per esempio nello spazio di pochi giorni ha menzionato due volte il diavolo. Non che il male sia assente nella società e nella Chiesa, ma potrebbe essere comodo e forse ambiguo porne la causa in un principio esterno ai protagonisti della storia. La predicazione cristiana ha troppo insistito su aspetti espiatori o sacrificali, redentivi delle sofferenze. Il Dio misericordioso di cui spesso parla il papa non è un puro antropomorfismo. La “compassione” è un sentimento, atteggiamento unicamente umano. Dio è bontà, amore, senza restrizioni e condizioni: più che misericordioso egli è misericordia.

Francesco sembra aver fatto proprio l’anatema ratzingeriano contro il “relativismo”. C’è di sicuro il solito malinteso, quasi che un tale atteggiamento sia sinonimo di nichilismo o di ateismo, mentre non è che il lasciapassare provvidenziale che la modernità ha escogitato per facilitare le comunicazioni tra i protagonisti di un mondo pluriculturale. Non vogliamo ritornare alle guerre di religione o ai conflitti di civiltà! Se la pace si coniuga con la verità, non sarebbe più giusto sostituire quest’ultima con la carità? La verità genera solo divisioni e lotte.

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