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La fede che domanda di A.Esposito

Alessandro Esposito
pastore valdese

Allora Elifaz di Teman prese a dire [rivolto a Giobbe]:«Potrebbe il saggio rispondere con opinioni campate in aria e riempirsi il ventre con vento d’oriente? Si difende egli con parole senza senso e con discorsi inutili? Tu, anzi, distruggi il timore e abolisci la preghiera dinanzi a Dio. Sì: la tua malizia suggerisce alla tua bocca e scegli il linguaggio degli astuti. Non io, ma la tua bocca ti condanna e le tue labbra testimoniano contro di te» (Giobbe 15:1-6)

Allora Giobbe rispose: «Ho udito già molte cose simili: siete tutti consolatori molesti! “Non avranno termine le parole campate in aria?”. O: “Che cosa ti spinge a rispondere così?”. Anch’io sarei capace di parlare come voi, se voi foste al mio posto: vi affogherei con parole e scuoterei il mio capo dinanzi a voi; vi conforterei con la bocca e il tremito delle mie labbra cesserebbe. Ma se parlo, non viene impedito il mio dolore: e se taccio, che cosa lo allontana da me? (…) Dio mi consegna come preda all’empio e mi getta nelle mani dei malvagi: me ne stavo tranquillo ed Egli mi ha rovinato, mi ha afferrato per il collo e mi ha strangolato; ha fatto di me il Suo bersaglio. (…) Eppure, non c’è violenza nelle mie mani e pura è stata la mia preghiera» (Giobbe 16 1-17)

Giobbe: testo abissale, libro che fa tremare nell’intimo chiunque ne scorra le pagine, intense, audaci. Giobbe il contestatore, Giobbe il ribelle. Giobbe che non accetta le risposte preconfezionate della teologia del suo tempo, Giobbe che non si fa problemi a chiamare in causa Dio, chiedendogli spiegazioni. Molto avremmo da imparare da Giobbe. Eppure, più spesso, lo scansiamo: lo giudichiamo irriverente, impertinente, uno che si è scordato del timor di Dio. Un insolente, un presuntuoso, uno che ha perso il senso della misura e che osa oltremodo, chiamando Dio sul banco degli imputati. E non lo convoca per un motivo qualsiasi, ma per il motivo, l’unico per il quale valga davvero la pena di scomodarlo, di afferrarlo per il bavero pretendendo udienza: la sofferenza.

E di più: la sofferenza dell’innocente. Molti pii e benpensanti trovano fuori luogo questo atteggiamento e lo sconsigliano, perché, in verità, lo temono: chiamare Dio a rispondere della sofferenza? Ma è pura follia: bisogna farsene una ragione, accettarla supinamente. Ma Giobbe non ci sta: protesta, non la accetta, non vi si rassegna come dinanzi ad un qualcosa di inevitabile. Al contrario, si appella a Dio e gliene chiede ragione. E ritiene di averne tutti i motivi: non vede alcuno scandalo nel suo domandare. Lo scandalo, per lui, sta altrove: sta nel patimento di chi soffre ingiustamente. Gli amici, dal canto loro, lo rimproverano aspramente, difendendo con convinzione e fermezza quella che è la teologia tradizionale, secondo cui il dolore che si patisce è conseguenza di un agire iniquo: Dio applica un criterio di giustizia retributivo, secondo il quale ciò che accade alle donne ed agli uomini non è che il riflesso delle azioni da loro compiute.

Per cui, a parere dei suoi amici, se Giobbe sta soffrendo, qualcosa deve averla fatta: si tratta, dunque, di riconoscerlo dinanzi a Dio (ma, in verità, dinanzi a loro): e questo, immediatamente, porrà fine ai suoi tormenti. Giobbe non ci sta: contesta questa «teologia dei princìpi», sicura di sé ed insensibile di fronte ai tormenti dell’uomo. E dice senza titubanza: non sono io nell’errore. Ad essere sbagliata è questa teologia e la sua logica tanto stringente e conseguente, quanto priva d’amore.

Il dramma, quello autentico, senza risposta, secondo Giobbe è un altro: il fatto che l’innocente possa soffrire. E, va da sé, il fatto che Dio, misteriosamente, permetta questa sofferenza. Ecco che, allora, Giobbe si erge: sa di essere nel giusto, e questo gli basta. E se Dio è davvero un Dio giusto, così come i suoi stessi amici sostengono, sa di non aver nulla da temere. Giobbe, infatti, sa quel che dice ed è irremovibile. Non teme di parlare a Dio con schiettezza, persino con audacia: lo interroga, lo provoca. E in questo dimostra la sua fede in Lui: Giobbe domanda e protesta perché crede. E proprio perché crede, si rivolge a Dio e pretende ascolto: la sua stessa fede lo legittima, non ha bisogno di chiedere alcun permesso ai teologi, che tanto, in ogni caso, lo biasimerebbero. Giobbe, a differenza dei suoi amici, sa che Dio non vuole avvocati, ma interlocutori: per questo gli parla a muso duro, senza convenevoli o ipocrisia. Gli si presenta con la forza delle sue sole ragioni, invocando giustizia presso di Lui, che è un Dio giusto e sensibile.

La sofferenza dell’innocente, Giobbe, proprio non la comprende, non può accettarla: non lo soddisfano le risposte preconfezionate dei sempre solerti teologi, quelle risposte che incomprensibilmente e insopportabilmente eludono la domanda, perché la precedono. Sono risposte sempre pronte all’occasione, valide in ogni circostanza: ed è proprio questo ad irritare Giobbe, che apostrofa questi uomini sicuri di sé, questi avvocati di Dio, con l’appellativo di consolatori molesti. Perché Giobbe è disturbato assai più che confortato dalla loro ansia di difendere l’indifendibile, di prendere le parti di Dio: che il giusto soffra è un dato incontrovertibile e, al contempo, un fatto inescusabile. Anche per Dio.

Giobbe leva il grido insopprimibile e disarmante dell’innocente che soffre e che di questa sofferenza chiede ragione a Dio. Quello sollevato da Giobbe è in assoluto il mistero dell’esistenza, quello più insondabile, perché più sconcertante: perché gli innocenti patiscono? Di fronte a questo interrogativo pressante ed urgente di Dio si ode soltanto il silenzio: di modo che la domanda, con tutta la forza contenuta nella sua disperazione, risuona nei cieli e torna, senza ricevere risposta, a percorrere la terra. Sul dramma irrisolto della sofferenza del giusto, evitando la scappatoia della teodicea, della «giustificazione di Dio» proposta dalla teologia tradizionale, si è interrogato, con profondità e serietà, il filosofo Luigi Pareyson. Per questo lascio che sia lui a prestarmi le parole per gettare una luce, sia pur flebile, sull’oscurità quasi impenetrabile di questo mistero, sullo sgomento che provoca la constatazione che all’innocente non viene risparmiata l’esperienza drammatica di una sofferenza che l’autore non esita a definire inutile:

«La sofferenza inutile -scrive Pareyson- è quella che, o per eccesso del dolore, o per incapacità di chi la patisce, non può diventare né via alla purificazione o alla redenzione, né mezzo di maturazione interiore. È una sofferenza, per così dire, senza soggetto (…) ma [dove, chi la vive, è] semplice oggetto che solo patisce e subisce, [per cui] la sofferenza non può essere né spunto di elevazione, né causa di miglioramento, né principio di rigenerazione. È una sofferenza che non ha altro risultato che quello di produrre ulteriore sofferenza (…): si tratta, insomma, di una sofferenza che si esaurisce in se stessa e che, in quanto tale, appare assurda e senza senso (…). L’ostinata resistenza all’accettazione [di una tale sofferenza] riesce ad evitare la ribellione e la bestemmia solo se non rinuncia alla protesta e all’accusa [rivolta a Dio]».[1]

Per non bestemmiare contro Dio, Giobbe preferisce accusarlo: è il suo modo di dirgli che non ha perso la fiducia in Lui, nonostante tutto. Il suo non è gesto di rinnegamento, come credono gli amici teologi: al contrario, è atto di riconoscimento, è richiesta di spiegazione. I pii religiosi, gli avvocati di Dio, di ieri come di oggi, si affrettano a redarguire chi, come Giobbe, si permetta di levare la propria protesta sino a Dio: per loro si tratta di un atteggiamento inconcepibile, di un vero e proprio atto di insolenza. Con Dio, per loro, non si discute: a Dio, soltanto, si deve obbedienza, da osservare in ossequioso, riverente silenzio.

Chi protesta, a giudizio di costoro, offende la preghiera mediante il ricorso alla propria limitata intelligenza delle umane cose, come rinfacciano a Giobbe gli amici. Per Giobbe, invece, la domanda e l’accusa rappresentano la più sincera preghiera rivolta a Dio da parte di un uomo che non intende ritirarsi dal Suo cospetto prima di aver ottenuto da Lui, da Lei, una risposta ad interrogativi legittimi e a motivate inquietudini. Giobbe sa, difatti, di non aver nulla da perdere: che taccia o che protesti vibratamente. Al che, tanto vale reclamare, chiamare Dio a render ragione non tanto dell’incomprensibile, quanto dell’inaccettabile. Quello di Giobbe, infatti, non è un dubbio razionale: è un’angoscia esistenziale, è un tormento viscerale.

«Dio deve rispondermi -sembra dire-, e deve rispondere della sofferenza del giusto: e fino a quando non intenderà farlo, io non chiuderò la mia bocca». Avremmo bisogno della tua audacia, Giobbe, del tuo domandare incessante e irriverente: ma per essere capaci anche noi di levare una protesta come la tua, dovremmo prima avere la tua fede. Una fede che non risparmia a Dio le critiche e le perplessità, una fede che domanda. Oggi, invece, in troppe chiese si predica una fede che sembra essere il luogo delle risposte certe, una fede lontana dall’uomo e dalle sue inquietudini, proprio perché intende fornire loro una risposta prima ancora di ascoltarle.

Una fede come luogo delle soluzioni affrettate e semplificate, della banalizzazione dell’esistenza e del suo mistero. Fino a quando non restituiremo alla fede la sua dimensione interrogante, le sue radici inquiete, non potremo presentare a Dio la nostra protesta: né chiedergli ragione del perché l’innocente soffra ed Egli, inspiegabilmente, lo permetta. Senza una fede che continui ostinatamente a domandare non saremo neanche capaci di provare sgomento e compassione di fronte al silenzioso dolore di Dio che, in un muto abbraccio, si stringe al nostro.

[1] PAREYSON, L. Dostoevskij. Filosofia, romanzo ed esperienza religiosa, Einaudi, Torino, 1993, pp. 172-174.

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