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Papa Francesco visto da un non credente

Paolo Bonetti
www.italialaica.it | 03.04.2013

Il cardinale Bergoglio, sconosciuto ai più fino alla sua elezione a vescovo di Roma, è diventato in poco tempo oggetto privilegiato non solo dell’entusiasmo genuino di moltissimi fedeli, ma anche di elogi e di vere e proprie adulazioni da parte di ambienti ecclesiastici, politici e giornalistici che pur dovrebbero temerlo e diffidare di lui, se fosse davvero quel papa della speranza, del rinnovamento e della povertà ecclesiale che promette di essere. Che cosa ha fatto finora, nel pochissimo tempo trascorso dalla sua elezione, papa Francesco per meritarsi la fama di un nuovo Giovanni XXIII, il papa che indisse il concilio e scosse dalle fondamenta la torpida chiesa di Pio XII?

Ha compiuto indubbiamente molti atti simbolici particolarmente rilevanti per una chiesa che vive di simboli e liturgie, ha mostrato, nel contatto con la gente, una confidenza e una naturalezza che sono sempre mancate a Benedetto XVI, ha adottato un modo di vivere la quotidianità che lo fa sentire più vicino a noi uomini comuni. Ma può tutto questo essere interpretato come l’annuncio che egli muoverà guerra al potere della curia, smantellerà i privilegi di cui la sua chiesa continua a godere, si aprirà davvero al principio della collegialità ecclesiale, parlerà forte e chiaro contro le ingiustizie dei potenti di qualunque colore politico, facendo nomi e cognomi e indicando circostanze, e non limitandosi alle consuete generiche invocazioni di cui tutti i papi hanno fatto sempre largo uso? Sia lecito a un non credente avere qualche dubbio e non lasciarsi sedurre da una simbologia tanto appariscente quanto, in realtà, pericolosamente mistificante. Se poi le cose dovessero andare nel senso di un’autentica rivoluzione della chiesa cattolica, non potrò che rallegrarmene.

Viviamo in un’epoca che ha un profondo bisogno di speranza in un futuro che sia diverso da quello di un presente in cui sono venute meno tutte le ideologie che avevano illuso milioni di uomini con la promessa di un mondo di giustizia e di fratellanza universale. La fede religiosa, in particolare quella cristiana, si era indebolita a favore di movimenti politici che non promettevano salvezza e redenzione in un altro mondo, ma incitavano alla lotta su questa terra non per costruire una illusoria città di Dio ma una migliore città dell’uomo. In nome di questa speranza e di questa attesa molti uomini si sono sacrificati e hanno dato la loro vita, e per rendere possibile una più giusta organizzazione sociale si sono perfino commessi delitti di ogni genere, soppresse le libertà fondamentali, violati i diritti.

Ma le ingiustizie sono rimaste, le disuguaglianze fra i ceti sociali e le differenti parti del mondo si sono persino accentuate, lo stesso benessere dei popoli privilegiati è stato messo in discussione e, se le virtù del comunismo sono state smentite dalle dure repliche della storia, anche il capitalismo ha mostrato crepe profonde e squilibri irrisolvibili con la semplice logica del mercato capace di sanare le ferite che esso stesso produce. Viviamo in un epoca di disincanto generalizzato e di blando cinismo, cercando di non coltivare speranze eccessive che conducono poi a inevitabili e dolorose disillusioni. Credo che il fascino di papa Francesco, in un mondo (non solo occidentale) che non è più capace, per le troppe delusioni subite, di coltivare speranze politiche e di credere nel mito della società giusta ed egualitaria, nasca proprio dall’invito che egli fa, specialmente ai giovani, a non abbandonarsi allo scetticismo e alla disperazione, a credere nel futuro nonostante il persistenze grigiore dell’orizzonte in cui sono costretti a vivere.

Può bastare tutto questo? Alle persone della mia generazione è stato insegnato che la speranza cristiana non è di questo mondo, che la vera vita non è quella che viviamo su questa terra, che dobbiamo praticare la carità senza pretendere di instaurare il regno umano della giustizia perché questa appartiene soltanto al regno di Dio. Quella che abbiamo imparato dalla nostra educazione cristiana è stata, in fondo, una lezione di realismo e rassegnazione. Molti di noi, a un certo punto, non l’hanno più accettata e hanno scelto altre strade, che magari si sono rivelate, per tanti aspetti, ancora più deludenti. Su una questione, però, non abbiamo mai avuto ripensamenti: l’autonomia e la libertà della nostra coscienza, il rifiuto di ogni autoritarismo religioso e politico, il coraggio di sbagliare in proprio senza metterci sotto l’ala protettrice di qualche organizzazione, magari millenaria, che afferma di possedere la verità e di volercela comunicare come dono di salvezza.

Oggi il nuovo papa ci incita alla speranza e alla fiducia nella sua chiesa che dovrà essere, così afferma, la chiesa dei poveri, la chiesa di coloro che vengono da un altro mondo, ben diverso da quello che abita il fasto dei palazzi apostolici. E’ un invito molto suggestivo, ma ci permettiamo di ricordargli che senza rispetto per la libertà della coscienza di credenti e non credenti in ogni settore della vita civile, senza la rinuncia concreta e non retorica al potere in ogni sua forma, diretta e indiretta, anche la speranza cristiana diventa mistificazione e i gesti simbolici restano un teatro aperto sulla scena del mondo, un teatro le cui luci si spengono appena cala il sipario e il pubblico se ne torna a casa sapendo che è stata soltanto una bella favola.

1 comment

gianfranco Monaca martedì, 9 Aprile 2013 at 16:19

nessuno di noi e neppure i papi siamo esentati dal capitolo 25 di Matteo. Un albero si valuta dai frutti. Diamogli quattro stagioni poi vediamo.
GM

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