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Che cosa chiamiamo Religione? Una questione di termini

Alessandra Pedrazzini
http://cronachelaiche.globalist.it

Per quanto, istintivamente, la religione è spesso definita come “credenza in dio” (uno o molti che siano), è bene far notare che il termine “religione” identifica fenomeni indifferenti al problema dell’esistenza o meno di un dio. La religione, dal punto di vista strettamente terminologico, non ha quasi mai contatto con il sovraumano, col divino. Al massimo, ne consegue: constatata la credenza in un divino, diventa organizzazione pratica di tale fede. Per comprendere appieno tale termine è bene indagare velocemente su cosa i diversi popoli del mondo, a distanza anche di millenni l’uno dall’altro, abbiano inteso (ognuno con la propria lingua) per “religione”.

Altri continenti, altri popoli nel continente americano, popolazioni precolombiane, come Maya e Aztechi, col termine “religione” (di cui però non conosciamo il glifo specifico) indicavano un insieme di discipline, come l’astronomia e la scienza medica, e il modo in cui era meglio affrontarle e studiarle; modo evidentemente influenzato da ciò che era o meno gradito agli dèi, che dettavano le “regole”. In Nord America, i Sioux chiamavano il senso religioso wakanda, vale a dire “l’importante, lo strano, lo straordinario”: riconoscevano che il mondo degli spiriti era “altro” rispetto a quello umano, e che tale extra-umano era importante per la vita quotidiana della comunità. Dall’altra parte del mondo, in Asia, le popolazioni indiane del II millennio a.C. chiamavano la religione con la parola sanscrita dharma, cioè, nel suo primo significato, “legge, norma”, non solo dell’aspetto pratico della vita, ma anche relativamente al come e al quando rendere i culti agli dèi.

Nel Mare Nostrum I Persiani, tra il VI e il IV secolo a.C., chiamavano col termine nim l’organizzazione religiosa del loro impero: il significato primo di tale vocabolo era “giustizia”, ad indicare che la religione andava a definire le leggi che regolavano la vita quotidiana dello stato. Con la stessa concezione era intesa dal popolo ebraico, che la definiva דת dt, “norma”: la religione era il fondamento delle leggi di vita e di culto dell’intera comunità, che era portata a seguirle e ad accettarle proprio in nome della sacralità intrinseca di cui erano investite, essendo state donate loro dal dio nel deserto.

Differente fu la concezione greca: poiché era lo Stato a decretare le leggi su basi comuni e umane, decise dall’intelletto umano perché intrinsecamente giuste e non perché dichiarate giuste da un dio, la religione restrinse il suo campo d’azione alla sfera del culto divino, diventando εὐσέβεια eusebeia, il “buon onorare”: indicava come rendere culto, in che modo fare sacrifici e quale fosse il miglior modo di rivolgersi agli dèi. Allo stesso modo, eusebeia era applicata anche al rispetto che i giovani dovevano agli anziani, o i figli ai genitori: era la “giusta venerazione” non solo verso gli dèi, ma in generale verso tutti coloro a cui era moralmente corretto portare rispetto.

I Romani e il latino Il termine italiano “religione” deriva dal latino religio, il cui significato era fonte di discussione già nel passato. Cicerone, nel primo secolo a.C., affermava che religio derivasse da re-legere, “considerare attentamente”: gli uomini dovevano osservare scrupolosamente i riti e i culti, in quanto erano tali pratiche a garantire l’esistenza degli dèi che, a loro volta, garantivano l’esistenza del mondo; chi non fosse stato un uomo “religioso” avrebbe eseguito male i riti, e avrebbe quindi messo in pericolo l’esistenza stessa della realtà. Non dello stesso parere etimologico fu Lattanzio, padre della Chiesa del III sec. d.C., che indicò le origini di religio in re-ligare, “legare strettamente”.

In un’ottica innovativa, la religione, con l’avvento del cristianesimo, iniziò a legare il concetto di dio, a cui il fedele doveva legare strettamente il cuore, al mero esercizio intellettivo, senza più porre l’attenzione sull’aspetto pratico del culto. Agostino, altro padre della Chiesa del IV sec. d.C., approfondì il concetto espresso dal suo predecessore legando la religio a re-legere inteso come “scegliere di nuovo, rieleggere”: il fedele era tenuto a scegliere consapevolmente ogni giorno dio, in quanto attraverso il peccato se ne era allontanato; il modo per fare ammenda e ricongiungersi col divino era indicato dalla religione, che divenne la via (unica) per giungere alla salvezza.

Duemila anni dopo. La definizione di Agostino non fu più oggetto di studi e discussioni fino alla fine del 1800, quando il contatto sempre più frequente con popoli lontani e con le loro diverse concezioni religiose interessò gli studiosi del campo e li spronò a riaprire il dialogo. Si tentò di definire la religione come la “credenza in uno o più esseri divini” (M. Spiro, antropologo degli inizi del 1900), ma lo studio approfondito del Buddismo originario (che non contemplava alcun dio, ma solo principi etici) portò a un rapido superamento di tale definizione. Fu proposta quella di “tentativo di controllare l’incontrollabile” (Brelich, storico di metà ‘900), ma una definizione simile ben si adattava anche alla magia. M. Eliade, storico delle religioni, propose la teoria della “rottura di livello”: la religione sarebbe il tentativo umano di creare un corpus di regole con cui “uscire” dal livello umano per giungere a un livello sovraumano; ma anche questa definizione male si adatta a contesti religiosi politeistici, in cui manca la volontà attiva del fedele di “raggiungere” il divino.

Quale definizione? Ad oggi, la definizione che credo essere la più comunemente accettata è quella della scuola di pensiero del metodo comparativo, che tenta di dare non più una definizione univoca del fenomeno, quanto piuttosto un insieme di parametri che, se soddisfatti, possono indicare la presenza di un fatto religioso. Tali elementi fondamentali sono:
1. elementi dottrinali: credenza in determinate “verità”, percepite come “vere e assolute” dal fedele;
2. elementi cultuali: presenza di riti e culti codificati e fissi, a cui il fedele partecipa seguendone regole e canoni;
3. elementi etici: creazione di regole morali ed etiche a cui il fedele deve attenersi.

Un esempio può essere la religione cristiana in senso ampio, che a un’attenta analisi risponde a tutti e tre questi requisiti: crede in “verità” (divinità di Gesù, resurrezione ecc.); ha riti ben identificabili che seguono regole precise (battesimo, funzioni domenicali, ecc.); ha un forte codice morale da seguire (matrimonio come unica forma lecita di convivenza, proibizione di rapporti sessuali prematrimoniali, ecc.).

Cos’altro? Se è possibile per lo meno individuare cosa si possa chiamare religione in senso ampio, più difficile è poi l’approfondimento delle caratteristiche che ognuno di questi fenomeni assume. In questo vasto mondo sono ascrivibili esperienze come l’animismo, lo spiritismo, il dualismo, il monismo, il monoteismo, il politeismo, l’universalismo, il cosmopolitismo, l’etnografico ecc. senza dimenticare che ognuna di queste manifestazioni dello spirito religioso di popoli o comunità può essere fondata o infondata, escatologica o dialettica, positivista o negativa, pro-cosmica o di condanna e via dicendo. Se nel 1800, sulla spinta delle teorie evolutive di Darwin, si tentò di trovare “l’antenato primo” di tutte le religioni mondiali (la magia? Lo spiritismo? Un monoteismo primitivo? Il politeismo dualista?), ad oggi si è abbandonato questo filone di studi in quanto inconcludente: dimenticarsi delle peculiarità di ogni evento religioso al fine di appiattirli tutti secondo parametri preconfezionati non era la via migliore per uno studio che tenti di essere il più oggettivo possibile.

La religione e la teologia La religione non va mai in alcun modo valutata secondo fattori di “verità” o meno: non si può, in onestà, dichiarare che un fatto religioso sia più vero o più giusto di un altro, in quanto la religione nulla ha a che spartire con la teologia che la fonda. La religione è un fatto umano, il prodotto di un’esperienza, che va a codificare alcuni aspetti della realtà di una comunità di uomini e che ne indica il modo di agire. La teologia, invece, è propria di ogni credenza religiosa, e si basa sul presupposto che ciò a cui crede sia vero. Da tale premessa, sviluppa il proprio pensiero che indaga sul divino, che ne cerca la forma, le parole, gli insegnamenti o quant’altro lo riguardi, sempre con il pregiudizio (inteso come credenza a priori) di essere nel giusto. Non è questa, però, la “religione” in senso stretto.

(*) Archeologa

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