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Divorziati e risposati: sì di Bergoglio alla comunione, anzi no

Cecilia M. Calamani
http://cronachelaiche.globalist.it

Secondo quanto riportato da Repubblica, il papa avrebbe dato indicazioni al Pontificio consiglio per la famiglia affinché valuti «nuove soluzioni per i divorziati risposati che, ad oggi, non possono ricevere la comunione». La strada potrebbe essere quella di valutare caso per caso: «Molti di coloro che sono passati a una seconda convivenza probabilmente hanno contratto un primo matrimonio ecclesiastico “senza fede”. Nullo il primo matrimonio, possono tornare alla pratica cristiana ed essere ammessi alla comunione», continua il quotidiano. Ma la smentita del Pontificio consiglio, presieduto da monsignor Vincenzo Paglia, non si è fatta attendere: «Non c’è fondamento alcuno, in merito alla notizia diffusa da alcuni organi di stampa, che sia in preparazione un documento sulla comunione ai divorziati risposati».

Indiscrezioni premature, notizia inaffidabile o sonora bocciatura per l’iniziativa papale? E’ presto per saperlo, ma non per ragionarci su.

Se Repubblica ha preso una cantonata, la notizia, semplicemente, non c’è. E dunque nulla di nuovo nei sacri palazzi: gli scarponi neri, la croce di legno e l’anello d’argento del nuovo papa non cambiano la sostanza di una delle istituzioni più vetuste del globo, che ha ben chiara la classifica dei peccatori: al primo posto gli omosessuali, al secondo le donne che pretendono di gestire la loro maternità e al terzo i divorziati che dividono ciò che dio ha unito. E d’altronde Ratzinger aveva parlato chiaro sul tema: «La loro sofferenza [dei separati e divorziati che non posso ricevere la comunione, ndr] è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede.

Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa». Né più né meno di ciò che lo stesso Ratzinger proclamava sulle donne, elementi imprescindibili per la Chiesa ma, per volere divino, escluse dal sacerdozio. Nessuno, d’altronde, batte il papa emerito nell’indorare indigeste pillole di discriminazione. Più soffri più dio ti ama. Un teorema che funziona da duemila anni.

Supponiamo invece che la notizia risponda a verità e che papa Bergoglio abbia davvero incaricato monsignor Paglia di valutare «soluzioni» affinché anche ai divorziati risposati sia concessa l’ostia, valutando «caso per caso». E immaginiamo lo scenario che ciò prefigura. “Padre, ho divorziato e mi sono risposato, ma in effetti nel primo matrimonio non c’era ‘vera fede’. Posso avere il sacramento della comunione?” E lì un tribunale di ecclesiastici – che non sanno neanche cosa sia l’amore, figuriamoci il matrimonio – a studiare il caso, a chiedere al peccatore o alla peccatrice di turno dettagli sulla sua scelta matrimoniale passata e presente e infine a valutare se costui o costei sono degni o meno di ricevere l’agognato corpo di Cristo.

Qualcuno otterrà delle facilitazioni perché conosce bene il parroco, qualcun altro mentirà, altri ancora si autoassolveranno e si presenteranno a labbra protese per ricevere l’ostia eludendo il “processo” (d’altronde mica viene chiesto lo stato civile) e infine ci sarà chi capiterà di fronte a preti “rivoluzionari” – quegli stessi che stanno facendo pressione dal basso sul tema – e quindi sarà abilitato d’ufficio senza indagini preventive. Insomma il nulla osta sarà una ipocrita buffonata.

D’altronde c’è un precedente illustre. Era il 2010 e il premier Berlusconi, due volte divorziato, ricevette la comunione. Allo scandalo sollevato da un’eccezione che offendeva gli stessi cattolici, l’arcivescovo Rino Fisichella rispose così: «Il presidente Berlusconi, essendosi separato dalla seconda moglie, la signora Veronica, con la quale era sposato civilmente, è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante». Come se non si fosse mai risposato, insomma. Fatta la legge, trovato l’inganno.

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I sacramenti ai divorziati. Il tempo è maturo per una svolta

Domenico Rosati
l’Unità, 26 aprile 2013

Più che scritto è scolpito: «il separato o divorziato può accedere ai sacramenti se non si lascia
coinvolgere in una nuova unione». Da queste parole di Giovanni Paolo II contenute nell’enciclica
Familiaris consortio bisogna partire se si vuole affondare, dentro la Chiesa cattolica, il tema
dell’accesso ai sacramenti da parte di quei fedeli che si trovano, appunto, nella condizione di essersi
«lasciati coinvolgere» in un nuovo rapporto coniugale. Qualche segnale indica che con l’avvento di
Papa Francesco ed in coerenza con la sua visione della chiesa della misericordia, le ricerche da
tempo avviate possano ora compiere progressi nel senso di un’apertura che finora non c’è stata.

Se un incarico di predisporre un testo, evidentemente innovativo, è stato conferito, è giusto
rallegrarsene; ma è prudente attenderne i contenuti per una valutazione ponderata. Che dovrà
misurare la distanza tra le proposte che conterrà e il magistero consolidato che, sul punto, si è
mantenuto severamente fedele a se stesso. A partire dall’enciclica Humanae vitae di Paolo VI
(1968) che fissa il confine molto a monte rispetto ai casi di dissesto della convivenza familiare,
stabilendo che l’atto sessuale è lecito solo all’interno del matrimonio.

D’altra parte l’entità del ricorso al divorzio e l’estesa diffusione della sua pratica anche all’interno
della comunità dei credenti ha prodotto, per così dire, un salto di qualità nella questione, che non si
poneva quando il costume prevalente era quello che, di regola, considerava «pubblici peccatori» i
credenti che si affidavano al matrimonio civile. Inoltre, almeno per l’Italia dove vige il matrimonio
concordatario, si dovrebbe considerare la circostanza per cui si celebrano simultaneamente, in
chiesa, sia il sacramento del matrimonio sia un matrimonio civile che – dagli anni 70 in qua –
include la possibilità del divorzio, anche se nella cerimonia non si da lettura degli articoli del codice
che lo autorizzano. E dunque anche nelle sue procedure interne la Chiesa in qualche modo si
rapporta ad una situazione che non è in piena sintonia con la sua dottrina. Ma non è questa la pista
principale del dibattito che spinge all’innovazione.

La Chiesa cattolica, nel mondo, ha probabilmente esaurito la propria capacità di resistere al pericolo
della dissociazione della famiglie nel momento stesso in cui si è spesa soprattutto contro la
legislazione divorzista. Con la conseguenza di affievolire la fortificazione della coscienza cristiana
attorno al valore del matrimonio come sacramento più che come contratto.

Anche per questo l’architrave dell’indissolubilità si è incrinato e il ricorso al divorzio, agevolato
dalla liquefazione dei rapporti interpersonali e sociali, è divenuto pratica feriale anche tra i
componenti delle comunità ecclesiali. Attorno ai quali da tempo si è manifestata una sensibilità
volta a temperare il dolore dell’esclusione sacramentale. Nelle diocesi, ad esempio, si organizzano
corsi riservati ai «divorziati e risposati» in modo da ridurre la pena del loro isolamento e da
coinvolgerli, sia pure parzialmente, nell’esperienza comunitaria. Che però – questo è il punto – le
persone interessate vivono come una diminuzione della loro identità di battezzati, che infatti non
può dirsi completa se manca l’eucarestia che realizza la pienezza della comunione.

Preti e vescovi di tutto il mondo, non meno dei laici coinvolti, hanno posto l’esigenza di fare
qualcosa che sblocchi la situazione o, quantomeno, riduca l’area della sofferenza. Se ne fece
interprete nella sua ultima intervista il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita come Papa Bergoglio.
«La domanda se i divorziati possano fare la comunione – disse – andrebbe capovolta: come può la
Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi è in situazioni familiari complesse?».

Probabilmente sta qui, in questo rovesciamento di prospettiva, la chiave per affrontare questo
problema specifico sia nei suoi aspetti propriamente religiosi che nei suoi riflessi sociali. Si pensi
alle conseguenze sulla formazione dei figli, anche quelli acquisiti per via di divorzio, del forzato
allontanamento di uno o di entrambi i genitori da una modalità significativa di partecipazione
comunitaria. Finora, a quel che se ne sa, si è lavorato su rimedi il più possibile indolori, come la
sovrapposizione della nullità canonica allo scioglimento civile, nel presupposto che uno dei due
coniugi si sia sposato in chiesa ma «senza fede», ovvero come la soggettiva convinzione, in
coscienza, della nullità del vincolo, oppure il «fai da tè» del caso per caso affidato alla benevolenza
del confessore.

C’è anche, in sede teologica, la suggestione della celebrazione di un nuovo matrimonio dopo un
appropriato circuito penitenziale, secondo una pratica delle chiese orientali. Ormai comunque
sembrano maturi i tempi per considerare che c’è da svolgere un tema piuttosto che amministrare un
anatema.

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