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Le nuove armate del papa

Paolo Rodari
la Repubblica, 17 giugno 2013

Dai teo-con ai teo-pro. Le “armate” del Papa cambiano casacca. A sancire il passaggio di testimone tanti segni. Non ultimo, una pagina appositamente dedicata al tema da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani che per anni ha dato voce a quegli intellettuali disposti a tutto pur di riconoscere un ruolo alla religione cristiana non separata dalla sfera pubblica, i teo-con appunto. “Atei devoti”, li ha chiamati qualcuno. «Importanti uomini di cultura non credenti, ma che avvertono il rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà», li definì, invece, Benedetto XVI al convengo della Cei di Verona del 2006. Fu come un’investitura ufficiale, quella di Ratzinger, una chiamata alle armi per un esercito disposto a tutto pur di seguirlo.

Ma i Papi cambiano. E chi non vuole soccombere deve allinearsi. Lo scorso 9 giugno Avvenire segnala un cambio di rotta, una virata in perfetto tempismo con l’avvento del primo Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco, in onore di una Chiesa diversa, umile, povera, degli ultimi. «C’erano una volta i teo-con, versione italiana dei neo-con americani molto attivi nell’era Bush», scrive Avvenire. C’erano una volta e ora non ci sono più: «Il dizionario è da aggiornare. Perché si sta affermando a livello internazionale una corrente filosofica teo-pro: intellettuali rigorosamente non credenti e decisamente “progressisti”, i quali prendono il pensiero teologico cristiano (soprattutto quello di san Paolo) e lo trasformano in un dibattito filosofico nuovo e propositivo per l’Occidente».

Come a dire: se fino a pochi mesi fa la difesa dei princìpi non negoziabili andava di pari passo con il kerigma, l’annuncio del Vangelo, ora con Francesco le gerarchie sono ribaltate. I princìpi restano, certo, ma l’accento è anzitutto sull’annuncio della misericordia. E così non sono più i conservatori americani alla Michael Novak, Richard John Neuhaus, George Weigel, o gli atei devoti italiani alla Marcello Pera e Giuliano Ferrara – ma il direttore del Foglio, a onor del vero, non si è mai considerato tale – a essere tenuti in auge, quanto i nomi, eterogenei fra loro, che Kurt Appel, docente di teologia alla Facoltà teologica di Milano, ha percorso in un volume a più voci dedicato a Cristianesimo e Occidente.

Quale futuro Immaginare? (edizioni Glossa). Dal francese Alain Badiou all’italiano Giorgio Agamben, fino allo sloveno Slavoj Zizek, sono diversi gli intellettuali che, riscoprendo san Paolo come alternativa al relativismo assoluto e mettendo al centro del proprio pensare uno sguardo verso l’altro anzitutto di misericordia, entrano di diritto nelle file dell'”esercito” bergogliano.

Del resto il filosofo francese Rémi Brague l’aveva predetto.

Nel volume del 1992 Il futuro dell’Occidente (Bompiani), introdusse la distinzione che tra cristianie “cristianisti”, prevendendo i pericoli per la Chiesa della corrente che successivamente si sarebbe chiamata teo-con, ma non solo di quella: «Cristianista – scrive Brague -, è chi s’interessa, del (proprio) cristianesimo e non di Cristo. Vede il cristianesimo, astraendolo, come una “tavola di valori”. E ci sono i cristianisti identitari e i cristianisti del e nel “cattolicesimo democratico”. Il cristianista identitario insiste sul tema dell’Occidente e del suo valore. Richiamando il cristianesimo come uno strumento per il persistere di una “purezza”!».

Mentre «il cristianista cattolicodemocratico pratica e impone un cristianesimo come faccenda individuale e socialmente irrilevante e/o arrendevole. Irreprensibile sul piano della vita privata finisce per asservirsi al “volontarismo politico” delle sinistre riconoscendogli, con la sconfessione pratica dell’antropologia cristiana, una presunta superiorità etica».

Esiste una sintesi? Difficile rispondere. Di certo, i cosiddetti teo-pro, nonostante l’endorsement di Avvenire, non sembrano riuscire a stare nel mezzo. Anche loro rivalutano il cristianesimo, però soltanto in chiave culturale.

Non c’è conversione in loro, c’è soltanto un riscatto culturale, da sinistra, del cristianesimo. La differenza fra loro e i nuovi atei, insomma, (da Richard Dawkins a Sam Harris fino a Christopher Hitchens) risiede soltanto nel fatto che per questi ultimi il cristianesimo è falso e insano. Mentre per i teo pro è un qualcosa da valorizzare ma non a cui aderire.

Avvenire li prende, invece, a modello. Ma cosa diranno i settori più conservatori del cattolicesimo in merito? E cosa i teologi più illuminati del cattolicesimo oggi? Pierangelo Sequeri, preside della facoltà teologica dell’Italia settentrionale, vede note positive. Dice, infatti, che «la corrente teo-pro è interessante perché marca una distanza netta dal pensiero debole e rappresenta una via per ridare vita all’autentico umanesimo». Di autentico umanesimo, in effetti, parla Zizek quando in La mostruosità di Cristo (Transeuropa) spiega con San Paolo cheè questo il tempo di «una vita vera nell’amore, accessibile a tutti noi attraverso la grazia». È il tempo, dice, di «un cristianesimo focalizzato sull’agape». Eppure i rischi ci sono, come Brague insegna.

Dice in proposito il sociologo Luca Diotallevi, fresco autore di La pretesa. Quale rapporto tra Vangelo e ordine sociale (Rubbettino). «Da una parte esistono nostalgie di cristianesimo giocate come avversione alla modernità avanzata. In un certo senso la versione originale dei teo-con è la declinazione di destra di questo fenomeno. Ma ne esiste anche una di sinistra, speculare, affine alla prima. Nella direzione opposta, è invece presente, e robusta, nel mondo anglosassone ma anche in quello francese, l’idea di un cristianesimo come vettore di un cammino che accetta e sfida la modernità avanzata per una società in cui il primato dell’amore non contrasti con una prospettiva sociale ancora più libera e aperta. L’alternativa principale è quella tra un cristianesimo che rifiutae uno che affronta e attraversa la modernità avanzata. Quando Tony Blair si converte al cattolicesimo dice proprio che una civitas aperta ha bisogno del cristianesimo.

Nel mondo francofono è il filosofo Jean-Luc Nancy, erede di Jacques Derrida, a dire che la decostruzione, e dunque il principio dell’apertura, sono un prodotto del cristianesimo e che vive di cristianesimo. In questo prevalere della speranza sulla nostalgia, che è anche lo spirito del Vaticano II, si può cogliere l’eco della patristica e di una lettura liberante di Agostino. Per lui, nel secolo della civitas terrena permixta alla civitas celeste l’amore alimenta la libertà e conosce e non teme il conflitto. Il filone che è stato chiamato teo-pro è esso stesso attraversato da un alternativa più profonda, intorno alla conciliabilità o meno di libertà e amore».

1 comment

gianfranco Monaca venerdì, 21 Giugno 2013 at 10:38

molto utile. Grazie

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