Home Chiese e Religioni Prima operare, poi pregare. Un regno per i lavoratori di O.DaSpinetoli

Prima operare, poi pregare. Un regno per i lavoratori di O.DaSpinetoli

Ortensio da Spineoli *
Adista – Omelie Fuoritempio

Prima operare, poi pregare

ANNO C-28 luglio 2013-XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Gen 18,20-32, Sal 137, Col 2,12-14, Lc 11,1-13

Il tema della preghiera, presente in tutti i libri “sacri”, sembra oggi rivelarsi imbarazzante. Se da una parte vige la convinzione che con una buona raccomandazione sia possibile ottenere dalla propria divinità perfino l’impossibile (Gn 18,14; Lc 1,37), dall’altra i conoscitori delle leggi di natura ci dicono che il tutto esistente, il micro- e macro-cosmo, è inserito in un sistema perfetto, inscalfibile e inderogabile fin nei suoi ultimi dettagli.Nonostante ciò nella maggior parte degli uomini c’è la persuasione, forse più inconscia che razionale, che nelle varie difficoltà dell’esistenza il prontuario a cui far ricorso è la preghiera: a Dio, a Cristo, a qualche santo, a qualche persona carismatica.È il mondo in cui si è nati, il condizionamento spirituale che ognuno si porta dietro, in qualsiasi parte del globo si trovi, a qualsiasi educazione o formazione faccia riferimento. Oggi agnostici e sedicenti atei sono più numerosi di un tempo ma rimangono sempre minoranze che non modificano la comune mentalità.

La Bibbia e il Vangelo non sono libri di preghiera, ma ne fanno la più convinta apologia. Ad Abramo viene spontaneo rivolgersi a colui che l’aveva invitato ad uscire dalla sua terra affinché risparmi dalla distruzione gli abitanti di due città vicine (I lettura). Anche Gesù fa ai suoi discepoli proposte inaudite sull’efficacia della preghiera: “chiedete, cercate, bussate” e otterrete, troverete, vi sarà aperto (Mt 7,7-8; Lc 11,9-10), ma si è provato anche a rinnovare il loro modo di pregare. L’immagine di Dio presente nelle Scritture gli si rivelava troppo umana per essere convincente. Appariva forgiata sul modello di un monarca terreno intento ad ascoltare i suoi giullari che decantano le sue glorie, ad accogliere tributi e offerte, a distribuire favori, premi o castighi a seconda dei meriti o demeriti. Una concezione corrente che Gesù trovava nel suo ambiente, ma da cui oserà distaccarsi nell’intimo confronto che cercherà di avere con lo Spirito di Jahvè.

Grazie a queste illuminazioni Gesù comincia ad avere una visione diversa del Dio dei padri. Più che un “signore onnipotente” o un giudice terrificante lo “sente” come un consanguineo, un familiare, un padre, non però come quelli umani, che raramente sono cari e amabili, ma oltremodo misericordioso, simile a un re munifico (Mt 18,23) o a un genitore che rimane sull’uscio di casa ad aspettare il ritorno del figlio minore che se ne era andato sbattendogli la porta in faccia (Lc 15,11-24).

Il Pater è una formulazione liturgica, da parte di qualche discepolo o di qualche comunità, del messaggio centrale dell’insegnamento di Gesù, e rimane sempre la preghiera cristiana per eccellenza. Finalmente qui Dio non ha connotazioni particolaristiche: non è di qualche prescelto ma di tutti, il “nostro”. Di lui non si invocano manifestazioni di potenza o giustizia, per di più vendicativa, ma di bontà e benevolenza. Il “suo regno” non non sta ad indicare un rinsaldamento della sua dominazione sulla terra, ma l’avvio di una convivenza nuova tra gli esseri umani.

Le preghiere personali di Gesù non hanno lasciato traccia nei vangeli, ma non si può pensare che siano troppo dissimili dal Pater. Se egli si è sentito investito di una missione dall’alto (“battesimo”), come può non aver cercato di confrontarsi con colui che gliel’aveva affidata con atteggiamenti di confidenzialità, comunione, apertura, dialogo, ascolto? Questa è la forma di preghiera che lascia in consegna ai suoi e che in tutti i modi può dirsi veramente cristiana.Se il credente è chiamato a compiere la “volontà” di Dio, indicatagli fin dalle origini nel “dominio” di operare sulla terra liberandola dai “triboli” e dalle “spine” – simboli di tutti i limiti e di tutti i mali – e prendersi cura del giardino fino a che divenga un luogo di delizie, non sembra più saggio “parlare” con Dio fino a capire quali possono essere le strade più opportune ed efficaci per riuscirvi, più che stare a importunarlo affinché ne alleggerisca la fatica?

|

Un regno per i lavoratori

ANNO C-4 agosto 2013-XVIII Domenica del tempo ordinario
Qo 1,2;2,21-23, Sal 89, Col 3,1-5.9-11, Lc 12,13-21

Gesù si è presentato ai suoi connazionali nella veste di profeta itinerante, muovendosi per le contrade della Galilea «insegnando, predicando il Vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo» (Mt 4,23). E se deve fare il “medico”, preferisce cercare gli ammalati nei luoghi ove essi soffrono piuttosto che aspettarli nel proprio “ambulatorio” (Mt 12).

In queste sue peregrinazioni la gente lo acclama con appellativi lusinghieri: “Rabbi”, “maestro”, “dottore”; qualcuno pensa anche che sia un esperto della legge in grado di dirimere un litigio per motivi di eredità. Una richiesta che Gesù respinge subito non solo perché ci vorrebbe una competenza specifica che egli non ha, ma perché contraria alla missione a cui si sente inviato, che non è quella di contrapporre gli uomini tra di loro, di dar ragione all’uno e torto all’altro, ma di aiutare chiunque sia in difficoltà a uscire dal proprio disagio. Egli vuole essere un benefattore di tutti, non un giudice.Un suo eventuale consiglio può essere etico più che giuridico: se si vogliono evitare situazioni conflittuali non c’è che da guardarsi dalla “cupidigia”, un desiderio smodato di beni che per quanto grandi o estesi non garantiscono una vita felice e tranquilla.

E con pochi brillanti tratti Gesù illustra questa massima presentando un ricco proprietario terriero che, a seguito di un abbondante raccolto dai suoi campi, subito progetta come poterselo conservare e godere il più a lungo possibile e in tutta pace. L’autore sembra divertirsi nel dettagliare tutte le operazioni che il fortunato signore si prefigura (“farò, demolirò, riedificherò, dirò”).

Il riccone però pensa a tutto tranne che alla cosa più importante alla quale è subordinata la realizzazione dei suoi piani. Ha fatto tutti i suoi conti ma, come dice il proverbio, senza l’oste. Nella sua vita incombe una data, un evento che non potrà in nessun modo controllare e che lo strapperà da quei beni in cui aveva tanto confidato.La terra è madre di tutti i suoi abitanti e riserva i suoi prodotti * Ordinato sacerdote cappuccino nel 1949. Biblista, ha insegnato nello Studentato Teologico di Loreto, al Seminario vescovile di Macerata e a Roma. Ha subìto «un regolare processo» dalla Congregazione della Dottrina della Fede (1974), che ha portato alla sua rimozione dall’insegnamento e alla restrizione dei suoi interventi pubblicia ciascuno a seconda dei propri bisogni; ogni sproporzione diventa ingiusta e ingiustificabile se non ridonda a beneficio della moltitudine che ne è di diritto la prima proprietaria.

La società che Gesù ha sognato e proposto è utopica: senza capi né maestri, ma ancor più senza benestanti e mendicanti, ricchi e poveri, padroni e sudditi, signori e schiavi. Se essa non ha trovato ancora posto non è perché irrealizzabile, ma perché la cupidigia di alcuni, quelli che la parabola stigmatizza, l’ha da sempre impedito.Il credente, ancor più il cristiano, è colui che si è impegnato a tener desta questa utopia e a darle tutto il suo supporto affinché venga realizzata.

Tuttavia la parabola presenta anche una contraddizione. L’uomo che ha lavorato per rendere più produttivi i suoi “possedimenti” alla fine resta con un pugno di mosche. Sembra che l’industriosità, il lavoro materiale non siano troppo apprezzati, alla fine genera illusioni. E la liturgia (II lettura) aggiunge che è solo “vanità”, cioè sforzo, fatica inutile, e invita a curarsi delle “cose di lassù” piuttosto che di quelle della terra.Si vede la mano di autori di diverso orientamento, entrambi eccedono in un senso o nell’altro, tra il pessimismo proprio di Qoelet e lo spiritualismo dell’autore della Lettera ai Colossesi.

La predicazione comune ha messo sempre in guardia dall’attaccamento ai beni della terra, non ha normalmente presentato come una virtù il lavoro e non ha visto l’operaio dei campi o delle fabbriche come un collaboratore di Dio al pari di chi lo serve nel tempio.

Qualcuno alla fine dovrà assumersi la responsabilità di aver sottratto dal regno di Dio moltitudini di uomini e di donne che hanno consumato la loro vita nel travaglio e nel pianto senza alcun segno di sacralità, mentre si rivestivano di livree e di stemmi i guerrieri ingaggiati per sterminare i cosiddetti nemici di Cristo e della fede.

|

* Ordinato sacerdote cappuccino nel 1949. Biblista, ha insegnato nello Studentato Teologico di Loreto, al Seminario vescovile di Macerata e a Roma. Ha subìto «un regolare processo» dalla Congregazione della Dottrina della Fede (1974), che ha portato alla sua rimozione dall’insegnamento e alla restrizione dei suoi interventi pubblici

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.