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Eutanasia: l’etica protestante è diversa da ogni altra

Luca Savarino
“Riforma”, 23 luglio 2013

Le riflessioni sul fine vita sin qui pubblicate hanno messo in luce come una legge sulle direttive
anticipate di fine vita non sia una legge pro o contro l’eutanasia, ma riguardi la facoltà del paziente
di sospendere, o non intraprendere, i trattamenti. La distinzione non è di scarsa rilevanza. Gran
parte delle Chiese che appartengono al protestantesimo storico considerano pienamente lecito il
rifiuto delle cure ed evitano di introdurre nel dibattito nozioni, scivolose e indeterminate, come
quella di eutanasia passiva, cara alla teologia morale cattolico-romana, intesa come sospensione
ingiustificata di un trattamento. Al contrario, esse perlopiù rifiutano l’eutanasia e il suicidio assistito
che, a differenza della sedazione palliativa, contribuiscono ad accelerare il decesso del paziente.
Emblematico, a questo proposito, il già citato Documento del Consiglio della Comunione di chiese
protestanti in Europa, dal titolo Un tempo per vivere e un tempo per morire, recentemente
pubblicato da Claudiana.

Nel mio articolo intendo affrontare tre questioni. La prima: le ragioni che motivano tale rifiuto sono
convincenti? La seconda: all’interno della tradizione di etica medica protestante del secolo scorso
esistono posizioni differenti, che accettano l’eutanasia o, quantomeno, pongono le basi concettuali
per una sua accettazione? La terza: l’accettazione della liceità dell’eutanasia significherebbe
necessariamente un appiattimento delle posizioni delle Chiese protestanti sulle tesi dell’etica
secolare, accusa che spesso viene mossa alla Commissione bioetica valdese, sia da parte cattolico-
romana sia da parte del fondamentalismo protestante?

Le ragioni principali dei critici dell’eutanasia sono sostanzialmente di due tipi. La prima è una
ragione di tipo filosofico, e riguarda l’effettiva autonomia degli individui che chiedono di morire.
La volontà dei malati terminali, dei pazienti affetti da gravi sindromi depressive e dei morenti è
spesso soggetta a fluttuazioni e condizionata da fattori ambientali (assistenza inadeguata, mancanza
di accompagnamento) e socio-culturali. Faccio tuttavia notare che, se ci si limita a riconoscere che
il soggetto che desidera l’eutanasia raramente è autonomo, ci troveremmo di fronte a una forma di
paternalismo soft, come definito nel testo sacro della bioetica secolare anglossasone (il celeberrimo
Principi di etica biomedica di T. L. Beauchamp e J. F. Childress), che non contesta l’autonomia in
via di principio, ma si preoccupa piuttosto che le condizioni dell’autonomia siano soddisfatte e che
conduce ad ammettere che, qualora lo fossero, l’atto eutanasico sarebbe lecito.

In realtà, spesso il rifiuto dell’eutanasia avviene sulla base di un argomento di tipo differente, che si
radica nella storia e nella cultura di una specifica tradizione morale: l’idea secondo cui la libertà
cristiana non va pensata come assoluta autodeterminazione, ma come libertà finita, che si realizza
come responsabilità di fronte a Dio e al dono della vita ricevuta. In questo senso, la scelta di porre
fine attivamente alla propria vita non può mai essere una scelta etica responsabile, ma equivale in
sostanza a un atto intrinsecamente immorale, se non peccaminoso, frutto dell’arbitrio di un soggetto
che si autocomprende come padrone assoluto della propria esistenza. Tale argomento va tuttavia
incontro a due serie obiezioni. La prima riguarda il carattere particolaristico delle tesi qui proposte e
la loro incompatibilità con un principio fondamentale di laicità: non si capisce per quale motivo
l’eutanasia andrebbe proibita anche per i non credenti e quali siano le ragioni che ne vietano la
legalizzazione in una società pluralista.

La seconda obiezione riguarda invece la coerenza interna
della tesi: non si capisce per quale motivo sia sempre lecito sospendere o non intraprendere un
trattamento atto a prolungare la vita, anche nel caso degli stati vegetativi, mentre sia sempre illecita
l’eutanasia. La dimostrazione sembra affetta da una lacuna: l’inadeguata, perché non
sufficientemente approfondita, trattazione della (supposta) differenza etica tra uccidere e lasciar
morire. Tale distinzione, che molta parte dell’etica secolare rifiuterebbe, è molto problematica, ma è
cruciale in una prospettiva protestante, in cui la questione essenziale non è, come nell’etica
cattolico-romana, chi agisce (Dio, attraverso la natura, o l’uomo attraverso un atto di arbitrio
soggettivo), quanto, piuttosto, come si agisce. Qualora la differenza tra azione e omissione non
venga dimostrata convincentemente, ci si contraddice: non è chiaro per quale motivo un’azione
omissiva sia moralmente differente da un atto umano, responsabilmente scelto, che procura la morte
di un paziente che desidera, altrettanto responsabilmente, di morire. Non esistono forse anche atti
omissivi che, in determinati casi, possono essere equiparati a omicidio?

Veniamo ora alla seconda questione. A differenza delle Chiese, la tradizione teologica e bioetica
protestante non è storicamente così univoca nella condanna, se non dell’eutanasia, quantomeno del
suicidio. Basti ricordare, a questo proposito, le riflessioni di Karl Barth (Dogmatica III/4, Cap. 12) e
di Dietrich Bonhoeffer (Etica), i quali, pur partendo da presupposti diversi, sembrano concordare
sul fatto che il suicidio non è un peccato contro la morale, ma semmai un atto di mancanza di fede.
In secondo luogo, entrambi ammettono la possibilità di un caso-limite, vale a dire la possibilità che
non ogni uccisione di sé sia un suicidio, ovvero un atto di disubbidienza al comandamento divino,
ma possa rispondere, in determinate circostanze, a un’obbedienza superiore. Ambedue, infine,
sottolineano che, dal punto di vista umano, è impossibile appurare quando, in una specifica
situazione, la scelta di morire sia riprovevole o eticamente accettabile. Queste posizioni sfumate e
per nulla intransigenti si sono tradotte, nelle riflessioni dei due più importanti teologi protestanti del
dibattito bioetico delle origini, l’episcopaliano Joseph Fletcher (Morals and Medicine, 1954) e il
metodista Paul Ramsey (The Patient as Person, 1970), in una strenua difesa della liceità
dell’eutanasia e del suicidio assistito, nel primo caso, e nell’idea dell’ammissibilità di tale pratica in
determinate circostanze, nel secondo.

E giungiamo in tal modo alla terza questione. Che cosa distingue l’etica protestante dall’etica
secolare? Il modo in cui vengono pensati il fondamento etico e quello giuridico della liceità
dell’eutanasia. Se il rifiuto dei principi assoluti e l’attenzione al contesto rappresentano due
significative differenze dell’etica protestante rispetto a quella cattolico-romana, va chiaramente
detto che il fondamento della liceità della scelta eutanasica non può, in ottica cristiana, essere
rintracciato esclusivamente nel principio assoluto dell’autonomia individuale, comunque essa venga
intesa. L’intento fondamentale delle Chiese cristiane deve rimanere quello di offrire sostegno e
accompagnamento ai morenti e di battersi per un uso adeguato e moderno delle cure palliative.
Questo non vale in assoluto per l’etica secolare che, quantomeno nelle sue espressioni più radicali,
pensa la scelta eutanasica come suprema affermazione della soggettività individuale. La tesi
secondo cui è necessario ridurre al minimo la domanda di eutanasia non è universalmente
condivisa, dal momento che esistono coloro che auspicano, e riterrebbero desiderabile, vivere in una
società in cui ciascuno sceglie il modo e il momento della propria morte. Da un punto di vista
cristiano, al contrario, alla rivendicazione del legittimo, ma non assoluto, principio di
autodeterminazione, occorre affiancare l’idea della riduzione della sofferenza. Di qui un principio di
prudenza che, in nome del rispetto della dignità della vita umana individuale, richieda di stabilire
criteri medici che limitino l’accesso ai programmi di eutanasia e suicidio assistito ai casi in cui la
sofferenza non è più alleviabile con i mezzi a disposizione della scienza, in cui il processo del
morire è ormai irreversibile e il momento del decesso imminente.

Conformemente alla migliore tradizione del protestantesimo storico, insomma, occorre sfuggire alla
tentazione di trovare un principio ultimo, da cui ogni cosa discende, e cercare di attuare un
bilanciamento tra principi diversi. L’eutanasia e il suicidio assistito non sono lo sterco del diavolo,
né un modo per vincere la morte, ma un tentativo, fragile e problematico, di ridurre, in presenza di
situazioni clinicamente definite e nel rispetto della coscienza individuale, la sofferenza di molte
persone, siano esse credenti o non credenti.

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