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Il papa e il bagaglio della teologia della liberazione

Massimo Faggioli
Europa, 25 luglio 2013

Da qualche tempo la teologia della liberazione vive una seconda vita, e non solo grazie all’elezione
a sorpresa di un papa latinoamericano come Jorge Mario Bergoglio. Già con la nomina da parte di
Benedetto XVI di monsignor Gerhard Müller a prefetto della Congregazione per la dottrina della
fede (era il luglio 2012) si era parlato, a causa delle frequentazioni latinoamericane del teologo
tedesco, di una reviviscenza di quella stagione teologica.

Di questa reviviscenza può stupirsi chi ha visto nella teologia della liberazione soltanto
un’ideologia, e non una delle esperienze più importanti di recezione del concilio Vaticano II. Molto
è cambiato da quello scenario culturale e politico, ma è difficile negare che la teologia della
liberazione abbia fecondato la Chiesa in molte direzioni (geografiche e intellettuali) più di molta
teologia liberal-individualista o radical-progressista.

A partire dagli anni Ottanta la teologia della liberazione aveva subìto le censure di Roma, da parte
di Giovanni Paolo II per mano del cardinale Ratzinger prima, e sotto Benedetto XVI poi.
Ma certe intuizioni sopravvivono alle censure, e tornano sotto inattese spoglie. Papa Francesco non
è mai stato un teologo della liberazione in senso tecnico, ma questo poco significa. Anche al
momento dell’elezione al pontificato, nel 1958, il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli non aveva a
curriculum la partecipazione ai circoli del movimento liturgico e del mondo ecumenico: ma poi al
concilio Vaticano II si videro i risultati di quel rinnovamento teologico.

La decisione di Giovanni XXIII di convocare il concilio e le sue nomine strategiche in vista del Vaticano II testimoniano della forza e della resistenza nella Chiesa delle idee teologiche, ben più determinanti di politiche dottrinali inquinate da un malinteso senso dell’obbedienza, quando non dal carrierismo.

Papa Francesco sa di aver inaugurato un cambiamento di rotta. Non a caso ieri monsignor Chaput,
uno degli arcivescovi più importanti degli Stati Uniti (nominato a Philadelphia da Benedetto XVI),
che si trova in Brasile in pellegrinaggio col papa, ha “avvertito” papa Bergoglio sullo scontento che
circola tra i cattolici conservatori americani tramite un’intervista al National Catholic Reporter.
Ragione dello scontento di questi “cattolici contro-culturali” è il relativo silenzio del papa sui temi
della morale sessuale e della difesa della vita. Ma anche la teologia sociale di Francesco è causa di
inquietudini, in certi ambienti: il cattolicesimo sociale di papa Francesco ha dato ai cattolici neoconservatori del mondo occidentale sensazioni non molto differenti da quelle sofferte dagli
apparatchik comunisti in Europa orientale al momento dell’elezione di Giovanni Paolo II. Si tratta
di un capovolgimento geopolitico e culturale a cui sta andando incontro il cattolicesimo del primo
papa che viene dalle Americhe.

Il linguaggio di papa Francesco deriva da una teologia spirituale profonda, ma anche da un clima
teologico e culturale in cui “teologia della liberazione” significava molte cose – proprio come
significava molte cose dirsi comunisti negli anni Trenta: liberazione sociale, eguaglianza e dignità
dei lavoratori, indipendenza nazionale, rigetto del classismo e del razzismo, ansia di modernità. La
teologia della liberazione non tornerà sulla scena com’era, ma quelle questioni sono ancora parte
del vissuto del popolo cristiano di oggi. Sarebbe ingenuo attendersi risposte che prescindano da un
capitolo fondamentale della storia della teologia cattolica contemporanea come quello della teologia
della liberazione.

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