Home Chiese e Religioni Perché la teologia non può essere una scienza di A.Esposito

Perché la teologia non può essere una scienza di A.Esposito

Alessandro Esposito – pastore valdese
www.micromega.net

«Allora Giobbe rispose a Dio e disse: […] «Ascoltami ed io parlerò; ti rivolgerò delle domande e tu insegnami» (Giobbe 42:3-4)

Giobbe: testo potente, meraviglioso; libro vertiginoso della disputa dell’essere umano con Dio, delle rivendicazioni espresse dal giusto sofferente, della protesta che non si cela dietro il velo dell’ipocrisia ma si volge sincera, ai limiti dell’irriverenza, al presunto creatore di quella vita che, non di rado, appare inaccettabile all’innocente che patisce. Giobbe, che non tollera una ragione ossequiosa e ritiene legittima ogni domanda di fede, conosce però l’umiltà e, di fronte a un Dio che finalmente dialoga con lui e gli risponde, evita che l’interrogazione onesta e radicale diventi arroganza, presunzione, protervia. Fa un passo indietro, Giobbe: non lascia che l’orgoglio prevalga sulla comprensività e, dopo aver a lungo esposto la sua causa con ardore e convinzione, tace per far spazio a quanto Dio ha da dirgli. In tal modo Giobbe fa due volte teologia, nel senso più autentico: una prima volta parlando con Dio, anziché di lui; una seconda volta, lasciando che sia Dio a prendere la parola e ad istruirlo. Entrambe queste modalità, nobili, di fare teologia, sono da tempo, se non da sempre, in disuso: assai più sovente noi – spesso soltanto sedicenti – teologi amiamo scattare delle «istantanee» di Dio, che ne determinano e ne imprigionano un’immagine che contrabbandiamo poi, indebitamente, come l’unica in grado di restituire il suo volto. Di qui le violente aggressioni verbali ai danni di chi, del tutto legittimamente, da questa immagine dissente.

Tali atteggiamenti derivano, con ogni probabilità, da un fraintendimento originario relativo a che cosa sia la teologia: non pochi «teologi di professione», difatti, continuano a sostenere – ma meglio sarebbe dire ad illudersi – che la teologia sia una scienza, parola che deriva dal verbo latino scio e che rimanda al sapere, inteso però, nel nostro caso specifico, come possesso o, comunque, come «consolidamento» di convincimenti acquisiti e radicati, assai più che come ricerca. Si è così sviluppata una complessa, benché in verità del tutto approssimativa, «scienza di Dio», che ci viene generosamente elargita da solerti «addetti ai lavori», i quali, a donne e uomini comuni, concedono appena lo spazio di una tacita e possibilmente obbediente ammirazione, giacché la teologia, quella seria, s’intende, è opera dell’elaborazione scientifica di professionisti.

Ora, che teologi non ci si improvvisi è senz’altro vero e, senza dubbio, opportuno: i rischi legati all’estemporaneità esistono anche in quest’ambito ed il proliferare dei fondamentalismi sta lì a ricordarcelo. La superficialità rimane sempre e comunque la migliore alleata di una logica del dominio che ha tutto l’interesse a mantenere nell’ignoranza la gente comune, poiché chi ignora non si sente in diritto di esprimersi ed è dunque più facile da manipolare.

Diverse sono le realtà ecclesiastiche che, ancora oggi, prediligono questa strada, preferendo fedeli succubi a credenti adulti, meno gestibili ma senz’altro più fecondi. La proposta di una teologia come scienza rigorosa, però, rappresenta una via altrettanto rischiosa, non soltanto per l’inverificabilità del suo oggetto, ma, prima ancora, perché genera anch’essa meccanismi di esclusione e, soprattutto, perché snatura il cuore stesso del messaggio biblico, che non è in alcun modo messaggio accademico. Il limite fondamentale di questa prospettiva, assai diffusa nei luoghi in cui noi teologi generalmente veniamo formati, lo illustra assai bene il filosofo e psichiatra Karl Jaspers che, in una pagina assai illuminante, ammonisce:

«Per giungere ad una autentica comprensione, è necessario oltrepassare la scissione di soggetto e oggetto in cui le scienze costantemente si trattengono e che altro non è se non il risultato dell’adozione di un metodo impropriamente assunto come unico (…) Circoscritta nel suo metodo, la scienza si illude che il volto della realtà sia quello da lei percepito»[1].

Questo è ciò che accade anche alla teologia quando la si voglia concepire alla stregua di una scienza: essa finisce per fare di Dio un oggetto che, come tale, risulta circoscrivibile, individuabile, definibile. Ma Dio, secondo il variopinto e creativo pensiero biblico, non è mai oggetto del nostro conoscere, ma soggetto che, come tale, chiama alla relazione: ed è la relazione, con la sua unicità e personalità, l’unico luogo in cui Dio, consegnandovisi ma non esaurendovisi, si dà a conoscere. La relazione, infatti, salvaguarda l’ulteriorità di Dio, la molteplicità dei suoi volti, l’inesauribilità delle sue rivelazioni; e, al contempo, attribuisce a noi donne e a noi uomini un ruolo insostituibile.

La teologia, in questo modo, è chiamata a diventare luogo dell’approfondimento delle molteplici ed irripetibili relazioni che ciascuna e ciascuno intrattiene (o, per l’esattezza, è convinto di intrattenere) con Dio: a questo scopo, un linguaggio narrativo, che non a caso è quello predominante nei testi biblici, si rivela assai più adatto rispetto ad un approccio di tipo scientifico, che definisce ma non soddisfa, esplicita ma non rende ragione di quel mistero che resiste ad ogni – velleitario – tentativo di risoluzione definitiva. Con estremo acume, Karl Jaspers prosegue nella sua riflessione, osservando: «È possibile, difatti, spiegare qualcosa senza comprenderlo»[2].

Dio, come soggetto (ipotetico, va da sé), si può soltanto incontrare e conoscere, ma non spiegare: al contrario, ogni tentativo che tenda a volerlo esplicitare, in maniera tale da risultare pienamente trasparente al nostro sguardo, è destinato a fallire miseramente. L’incontro rende la conoscenza mobile, intimamente legata all’esperienza e, per ciò stesso, concreta ed umile: Dio posso conoscerlo soltanto nella misura in cui mi dichiaro disponibile ad incontrarlo di nuovo.

Come tutto ciò che appartiene alla nostra umanità, anche la conoscenza che possiamo avere di Dio è necessariamente e fortunatamente provvisoria, oltre che ipotetica, aperta al cambiamento e alla maturazione. Di fronte a Dio, proprio come dinanzi all’altra donna e all’altro uomo, siamo chiamati a ricorrere alla nostra capacità di lasciarci sorprendere, evitando di sbarrare gli orizzonti che ogni relazione, al contrario, consente di dischiudere ed ampliare. Di Dio restiamo in attesa, perché un volto nuovo, sino a prima sconosciuto di lui, di lei, venga ad infrangere gli schemi sempre troppo angusti delle nostre convinzioni, che spesso hanno la pretesa di spiegare senza, però, comprendere.

Alla comprensione, autentica perché umile, ci sprona invece Giobbe attraverso quell’atteggiamento al quale egli dimostra di non rinunciare sino alla fine e che ripropone imperterrito a quel Dio che, finalmente, si mostra disponibile al dialogo: l’interrogazione. Giobbe sa che nel domandare sincero non si cela mai il rischio della presunzione: chi rivolge un interrogativo lo fa perché resta in attesa di una risposta che, per quanto chiara e diretta, non può né deve essere conclusiva. Giobbe pone domande perché Dio possa istruirlo: la relazione con Dio, difatti, non può in alcun modo essere passiva, arrendevole, inerte. L’attesa di noi donne e noi uomini, al contrario, è attiva, persino provocatoria.

Giobbe sollecita letteralmente Dio al dialogo: gli promette che lo ascolterà ma, al contempo, gli ricorda che non gli risparmierà le domande. Ammette il proprio limite Giobbe, riconosce la propria umanità e lo scacco a cui ogni nostra conoscenza è inevitabilmente esposta: ma questa condizione non lo spinge alla rinuncia, all’abdicazione, spesso identificate – ma in realtà confuse – con l’umiltà. Giobbe continua a domandare, ritiene realmente umile e radicalmente onesta soltanto questa espressione di insoddisfazione, di insaziabilità: vuole abitare la domanda, Giobbe, e non accetta né da noi, né da Dio, che la eludiamo accontentandoci di quelle risposte che hanno la pretesa di spiegare senza che, in realtà, ci aiutino a comprendere.

Perché comprendere, in verità, significa continuare a domandare: chi domanda, infatti, resta disponibile a conoscere, mantiene aperti gli spazi dell’interiorità senza saturarli ma dando, piuttosto, ascolto a quell’inquietudine che ci abita e ci determina. In tal modo possiamo apprendere a riconoscere e rispettare la nostra natura più profonda, che è quella del viandante, in cui, come ci ricorda il filosofo e psicologo Umberto Galimberti, «si succedono le esperienze del mondo, che sfuggono ad ogni tentativo che cerchi di fissarle [in maniera definitiva]; perché il viandante sa che la totalità e sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sempre il reale e che ogni progetto che cerca la comprensione come abbraccio totale è pura follia»[3].

[1] Karl Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, Astrolabio, Roma, 1950, pagg. 33-34-
[2] Karl Jaspers, Psicopatologia generale, Il Pensiero Scientifico, Roma, 2000, pag. 30.
[3] Tratto da: Umberto Galimberti, La casa di psiche, Feltrinelli, Milano, 2005, cit. pag. 431.

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