Home Chiese e Religioni Don Bizzotto: «smetto di mangiare per difendere una regione divorata da cemento e interessi privati»

Don Bizzotto: «smetto di mangiare per difendere una regione divorata da cemento e interessi privati»

Valerio Gigante
Adista n. 29/2013

Un digiuno a sola acqua, a tempo indeterminato, per l’emergenza ambiente. Ha scelto questa forma di lotta estrema don Albino Bizzotto, prete di Vicenza, fondatore di “Beati i costruttori di pace” e direttore dell’emittente radiofonica Radio cooperativa, da anni impegnato sui temi della solidarietà, della giustizia sociale, della difesa dell’ambiente, per protestare contro la «situazione disastrata» del suo Veneto. In particolare, la protesta del prete vicentino è rivolta contro le grandi opere varate negli ultimi anni dalla sua regione con il sistema del project financing, ossia il finanziamento totale o parziale di un’opera pubblica con capitali privati, che vengono rimborsati o attraverso lo sfruttamento dell’opera realizzata, ad esempio il pedaggio di un’autostrada, o tramite la concessione a privati, per un certo numero di anni, dei servizi a pagamento previsti dal progetto.

Don Albino, 74 anni, viene giornalmente monitorato da un medico e continua a svolgere le consuete attività presso la sede dell’Associazione Beati i Costruttori di Pace, ma vive e dorme in un camper parcheggiato nel cortile dell’Associazione (via A. da Tempo n. 2, a Padova), anche per permettere a tutti di incontrarlo e verificare la serietà dell’impegno preso.«Molti – scrive Bizzotto in uno dei comunicati emessi dopo l’inizio dello sciopero – hanno accolto il motivo e lo spirito dell’iniziativa, dandone notizia, ma soprattutto desiderando trovare modalità di collegamento tra comitati. C’è un desiderio diffuso di fermare questo sistema delle grandi opere di asfalto e cemento e della finanza di progetto, che indebiteranno per molti anni anche le future generazioni e che sono viziati da una diffusa corruzione; così come i mega-impianti che guardano alla speculazione ma non alla salute e agli interessi delle comunità».

«La situazione è fuori controllo», denuncia don Albino al Corriere Veneto (16/8). «Solo in Veneto dal 1990 al 2000 la superficie agricola è diminuita di 279.830 ettari, cioè del 21,5%; mentre il consumo del suolo per urbanizzazione e infrastrutture varie è di 1.382 ettari l’anno, pari cioè a 3,8 ettari al giorno. Siamo sopra a un vulcano». Soprattutto, aggiunge, a livello regionale «c’è una programmazione politica che ha accettato i grandi investimenti privati come prioritari, senza considerare minimamente la partecipazione dei cittadini. In particolare, mi riferisco al piano regionale che riguarda le autostrade e le altre mega opere, che avranno un impatto devastante sul territorio. Tutte realizzate in project financing». Autostrade e altre mega strutture che avranno un impatto devastante sul territorio. Opere che si pretendono “pubbliche”, ma realizzate con capitali privati al solo scopo di generare profitti, senza nemmeno che i cittadini possano esercitare un reale controllo su ciò che avviene all’interno del loro territorio. Inoltre, «I grandi progetti e il tipo di finanziamento che viene proposto imporrà per 30-40 anni ai nostri figli un debito che non serve a nessuno, se non a permettere di fare profitto ai soliti pochi noti», ha detto Bizzotto parlando il 16 agosto scorso alla radio di cui è presidente.

Ai microfoni dell’emittente Bizzotto sciorina un’impressionante lista di progetti: «L’ospedale all’angelo di Mestre; il centro protonico di Mestre, il Nuovo Ospedale Santorso nell’Alto vicentino; quello di Treviso, l’ospedale che si realizzerà ex novo a Padova; quello finanziato nella bassa padovana, l’Ospedale della Mamma e del Bambino nel quartiere veronese di Borgo Roma. E poi l’autostrada Pedemontana Veneta; la Nuova Valsugana; la Nogara-Mare; il prolungamento dell’A27 da Longarone-Pian di Vedoia fino a Perarolo di Cadore, nel Bellunese; l’Autostrada del Mare Meolo-Jesolo; il prolungamento della A31 (la “Valdastico”) sia verso Nord per Trento che verso Sud per Rovigo; la tangenziale Verona-Peschiera; la tangenziale Padova-Vigonza e Gradi-Padova, il nuovo raccordo di Padova; la Orte Mestre, un progetto di 400 chilometri di ponti, gallerie, viadotti, la tangenziale delle Torricelle…

E poi ci sono altre opere, come il rigassificatore di Porto Tolle, i lavori di potenziamento dell’impianto di ricondizionamento di rifiuti speciali, anche pericolosi, a Porto Marghera; la metropolitana Sublagunare Venezia-Peschiera, il Sistema Integrato Fusina Ambiente per il trattamento di tutti gli scarichi civili e le acque di pioggia di Mestre, Marghera e del bacino del Mirese; il nuovo porto offshore fuori dalla laguna di Venezia…». Insomma, è l’amara conclusione di don Albino, «se continuiamo a pensare alla Terra da una parte solo come una grande miniera da sfruttare e dall’altra solo come una discarica dove buttare tutto ciò che consumiamo senza alcuna responsabilità non ne verremo mai fuori».

Non è la prima volta che don Albino sceglie la forma estrema dello sciopero della fame per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su gravi e urgenti questioni legate ai temi ambientali, della pace e della salvaguardia del territorio. Ad agosto 2009 il prete vicentino, accampato in una roulotte davanti ad uno degli ingressi del Dal Molin, aveva intrapreso la medesima iniziativa contro la costruzione della base militare. La sua azione nonviolenta era stata poi proseguita da altri, che avevano iniziato a digiunare a staffetta, prima nei pressi della stessa roulotte di don Albino; successivamente in un camper che ha fatto tappa in diverse parrocchie della città. In prima fila infatti, a fianco di don Albino c’erano anche diversi preti vicentini. Sul senso di questa sua nuova iniziativa Adista gli ha rivolto alcune domande.

Dal 16 agosto sei in sciopero della fame per denunciare l’uso e l’abuso del territorio veneto, la sua svendita agli interessi speculativi privati, soprattuto per quanto riguarda il piano regionale su autostrade e altre mega opere, che – denunci – avranno un impatto devastante sul territorio. Quali sono i progetti che ti preoccupano maggiormente?

I comitati sul territorio veneto, ma penso un po’ ovunque, nascono come funghi, tante sono le opere che vengono progettate e realizzate senza alcuna possibilità di partecipazione dei cittadini e certamente non per il bene delle comunità. Quelle più importanti sono le cosiddette grandi opere che vengono realizzate in project financing. Generalmente vengono sottratte alla responsabilità degli Enti locali con la legge obiettivo e in più affidate a un commissario. Non esiste trasparenza e legalità; non è nemmeno possibile accedere agli atti dei progetti, pur trattandosi di opere pubbliche. Il project financing nella pratica è l’imbroglio più colossale, perché indebita in vario modo tutta la popolazione per 30-40 anni. È di fatto un meccanismo ruba-futuro alle prossime generazioni. La quantità di soldi impegnati complessivamente è di molti miliardi di euro. Si tratta di 15 grandi opere stradali e autostradali, 8 ospedaliere e 5 marittime, senza contare il Mose, la madre di tutti gli sprechi e di tutte le corruzioni. Se continuerà così, a dettare il palinsesto e il calendario della politica della Regione saranno le inchieste della Guardia di Finanza e le sentenze dei Tribunali.

Che tipo di risonanza (e sostegno) ha avuto il tuo gesto da parte del tuo vescovo e degli altri preti diocesani?

Generalmente il mio vescovo non interferisce, né approvando né disapprovando, sulla mia attività. Credo che mi stimi, ma lo deduco da segni indiretti. Per me è più che sufficiente, perché posso scegliere in libertà di impegnarmi per quello che ritengo più importante e più giusto. Con gli altri preti i rapporti sono sereni, anche gioiosi. Ho avuto in questi giorni solidarietà e incoraggiamenti. Ritengo che la difficoltà non sia di tipo personale, quanto culturale. L’ecologia, la tutela e la cura del territorio non fanno ancora parte dei contenuti della pastorale diocesana. La gravità e l’urgenza di intervenire sulle scelte strutturali che stanno devastando il territorio non sono sentite come priorità ecclesiali.

Lo sciopero della fame è un gesto estremo. Potrebbe essere accusato di soggettivismo, di essere solo la denuncia radicale di un singolo, se non viene sostenuta ed alimentata da un più vasto movimento. Quale riscontro hai avuto da parte della comunità cristiana e degli uomini e donne “di buona volontà” con i quali da anni lavori e ti confronti?

Certo la decisione dello sciopero della fame non può essere che soggettiva; parte da una situazione vissuta come gravissima e insostenibile. È una scelta di grande fiducia negli altri. Prima di tutto chi digiuna fa cadere il peso e le conseguenze della scelta solo su se stesso e non sugli altri. Poi il digiuno stretto comporta una grande debolezza fisica. Per questo ci si rivolge agli altri non per imporsi, ma per essere accolti e aiutati. Ho sperimentato in questi giorni una solidarietà con provenienze le più varie. A parte una affettuosa preoccupazione per la mia persona, quasi tutti hanno trovato nel gesto una possibilità di liberare lo stesso disagio e sofferenza di fronte alla devastazione ambientale e al desiderio di operare concretamente per il cambiamento. Tanto che è nata la volontà di continuare a staffetta lo sciopero della fame prolungato. Comincerà la sindaca di Marano Vicentino, Piera Moro, con tutta la Giunta comunale, per opporsi a una discarica dannosissima sul suo territorio. Appena il medico mi dirà di smettere, partirà lei con i suoi assessori per altri dieci giorni. Poi, con ogni probabilità, il testimone passerà altrove. Il problema ambientale è vissuto con molta preoccupazione da molte persone, senza distinzione di credo.

Nel 2009 hai fatto un gesto simile, per denunciare quanto stava avvenendo con la base Usa al Dal Molin, ottenendo in quella occasione un vasto seguito tra la popolazione. Quella battaglia è definitivamente persa o c’è ancora qualche margine di intervento sulla militarizzazione del territorio vicentino?

Nel 2009 il mio digiuno è stato un contributo per ridare fiducia a molte persone in un momento critico delle vicende dei comitati: dobbiamo fare le scelte che riteniamo giuste, anche se sappiamo che per stretta logica siamo perdenti. A Vicenza si continua con vivacità e con una partecipazione a più voci, che continua a stimolare dibattito, proposte e attività. All’interno di questo clima è nata la decisione del vescovo Pizziol di non partecipare all’inaugurazione ufficiale della Base statunitense al Dal Molin e la sua stupenda lettera di spiegazione della scelta. Per quanto riguarda la militarizzazione di Vicenza temo che, come in Val di Susa, l’ottusità e la sordità politica continuino, come da tempo siamo abituati, a non tenere in conto né di legalità, né di democrazia.Ci sono ancora manifestazioni di resistenza, ma i risultati sono proprio avari.

Impegnandoti, come fai da molti anni, su temi “eticamente sensibili” (anche se la gerarchia ecclesiastica spesso non li ritiene tali) come la pace, il disarmo, lo scempio del territorio, i diritti dei migranti, non hai notato una “latitanza” dell’associazionismo cattolico tradizionale su tali questioni? Non tanto nella denuncia in sé del problema, nei suoi aspetti più generali (e generici) quanto poi nell’incapacità, o mancanza di volontà, di mobilitarsi attivamente e capillarmente contro alcuni specifici interessi o fenomeni di corruzione e malaffare che calpestano in determinati luoghi e momenti la dignità delle persone, i diritti, la salvaguardia del Creato. O, almeno, di fare nomi e cognomi…

È vero, c’è sempre stata la tendenza nella Chiesa a ripararsi nel religioso e nelle affermazioni di principio per evitare di affrontare concretamente i conflitti, sia al suo interno che all’esterno. C’è sempre stata anche l’abitudine all’autosufficienza organizzativa e valoriale, per cui difficilmente i cattolici, come Chiesa, si contaminano con gli altri. Vedo però segnali molto positivi, perché i preti contano sempre meno sul piano delle scelte sia politiche che sociali; sta allargandosi la coscienza che lo Spirito è dato a tutti e lo si vede. Direi inoltre che per le scelte sociali alcuni settori della Chiesa risultano credibili, vedi Caritas con immigrati; per le altre scelte politiche, di pace e di tutela dell’ambiente c’è tanto cammino da fare

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