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Il miracolo discreto di Carlo Maria Martini

Armando Torno
Corriere della Sera, 29 agosto 2013

Il 31 agosto dello scorso anno il cardinale Carlo Maria Martini moriva. La notizia non giunse
all’improvviso. Nei giorni precedenti le voci si erano rincorse e il porporato aveva avuto modo di
accorgersi. Anzi, confidò qualcosa alle persone a lui più vicine sul grande passo, su quell’andare
oltre il muro d’ombra che circonda ogni vita. Il Parkinson non gli dava tregua da anni e si era
accanito negli ultimi tempi. Mese dopo mese sua eminenza — lo chiameremo in tal modo, anche se
lui preferiva semplicemente l’appellativo di padre — rinunciava a qualcosa. Toccò anche alla voce.
Comunicava con il mondo grazie a don Damiano Modena, che lo assisteva giorno e notte dal
settembre del 2009; era lui, insomma, che sapeva «tradurre» quello che il cardinale riusciva ad
esprimere con molto sforzo. Con soffi, bisbigli, sovente rantoli.

Eppure chi si recava in visita da Carlo Maria Martini, ormai stabilitosi in due piccole stanze
dell’Aloisianum di Gallarate, riceveva sempre un dono. A volte era un insegnamento di esegesi
biblica, altre volte giudizi sulle cose del mondo che egli riusciva a cogliere con prospettiva
privilegiata (indimenticabili quelli sulla musica di Mozart o sulla vita della Chiesa), altre ancora era
un libro. Uno dei tanti che ancora curava o che raccoglievano suoi scritti. L’ultimo era consacrato
alle preghiere e la dedica a penna che ad esso poneva era un ulteriore invito: «Pregate!». Un
imperativo che compendiava la sua vita di gesuita, la missione a cui si dedicò, i forti esercizi di
Sant’Ignazio, il dialogo che aveva aperto con le altre religioni, gli intensi studi sui testi papiracei del
Nuovo Testamento, il confronto serrato con i non credenti ai quali chiese con umiltà di spiegargli le
ragioni del loro distacco da Dio.

A un anno di distanza dalla sua scomparsa ci si rende conto che Martini continua a testimoniare, a
suggerire, ad essere un riferimento. Nel Duomo di Milano la sua tomba ha, dal giorno dei funerali,
sempre candele accese e non mancano in nessuna ora del giorno persone che sostano in
raccoglimento. L’arciprete della cattedrale, Gianantonio Borgonovo, ha parlato di un miracolo
discreto, incessante, che tocca coloro che per mille ragioni diverse si recano in visita; un miracolo
che non urla ma si avverte. Certo, Martini resta indimenticabile per quei pochi che hanno assistito
alle sue lezioni in Gregoriana (le ultime tenute in latino) o per chi ebbe l’opportunità di vederlo una
sera la settimana allorché faceva visita ai carcerati di San Vittore, dove parlò anche con esponenti
delle Brigate Rosse (si arresero a lui, portando un arsenale in Arcivescovado); impossibile scordare
l’uomo su una carrozzella quando, ormai deposta la porpora, ebbe due incontri con Benedetto XVI,
a Roma e a Milano.

Ma sono soltanto cenni. Il cardinale resta uno dei rari uomini che ebbero una fede profonda nella
Parola, nel Dio che si rivela, e che insegnò come pochi altri a leggerla, a viverla, a coglierla nel
silenzio o tra le grida del mondo. Quando gli si sottoponeva un quesito biblico, offriva sempre una
risposta sorprendente; a volte ricordava come quel passo si dovesse leggere dopo taluni testi
apocrifi, altre volte levava le ridondanze interpretative, altre ancora suggeriva una parola ebraica o
greca per venirne a capo. Certo, citava anche con disinvoltura il copto, ma lo faceva con grande
attenzione verso l’interlocutore: sapeva scegliere sempre la via per farsi capire e, a differenza dei
professori specializzati e di taluni pennivendoli, aveva rinunciato a stupire. Amava sorridere.
Sempre. E anche negli ultimi giorni era rimasto quello che fu in ogni momento dell’esistenza: un
timido con un coraggio da leone e una forza spirituale che comunicava all’interlocutore la presenza
di una vera autorità. Alcuni filosofi sostengono che si nasce così, forse il cardinale lo diventò.
Con il percorso duro e unico della formazione gesuitica.

Il libro che ora esce, Carlo Maria Martini. Il silenzio della parola, reca la firma di Damiano
Modena e gli interventi di Ferruccio de Bortoli e Antonio Sciortino. È la sintesi commovente di un
testimone che ha vissuto ininterrottamente tre anni con sua eminenza. Infinite le suggestioni. Come
quando in un giorno d’inverno i due stavano camminando nell’ombra di un bosco pianeggiante e il
crepitare delle foglie secche sotto le loro scarpe si rifletteva tra le fronde degli alberi. Martini
confidò a don Damiano: «Questo rumore una volta mi ha salvato la vita». Il sacerdote chiese di più
al porporato. E allora «padre Carlo Maria» raccontò: «Ero un giovane gesuita in formazione. Mi
sentivo solo, depresso, un po’ in crisi. Mi domandavo che senso avesse la vita, per che cosa valesse
la pena vivere. Restai in ascolto e mi resi conto che l’unica compagnia era il rumore delle foglie
sotto le scarpe. La compagnia di quel rumore mi diede la forza per non scoraggiarmi, valeva la pena
vivere». Parole che rispondono indirettamente a coloro che cercano prove dell’esistenza di Dio, anzi
— sottolinea Damiano — «si fidano solo se Dio parla loro ed è per questo che non sentono la sua
voce».

Quelle foglie recano un messaggio infinito, il medesimo che si ritrova nel libro allorché Damiano
ricorda la voce svanita del cardinale: «Lui parla a Dio. Parla e vorrebbe parlare di più, parlare meglio,
ma la malattia lo spossa. Si vedono piccoli movimenti delle labbra… Lui canta, e nel
suo canto la voce si frantuma, diventa luminosa, come i cocci di un cristallo al sole. Sa di avere una
voce disarmonica, ma non se ne preoccupa». Aggiunge Damiano: «Cosa accada tra lui e Dio in certi
momenti non si sa».

La testimonianza di Ferruccio de Bortoli rivela un segreto: la piccola icona accanto a cui pregava il
cardinale è stata donata a lui, direttore del Corriere; anzi è nella sua stanza di via Solferino. Gliela
portò lo stesso Damiano, esaudendo una volontà. In quel gesto c’erano anche gli ultimi tre anni della
vita del cardinale, durante i quali aveva tenuto una pagina di dialogo mensile con i lettori. Paolo
Baldini e chi scrive ebbero l’incarico (e il privilegio) di realizzarla, portando le lettere, dialogando
con «il padre» (e don Damiano), mostrandogli la bozza. A capo di un giornale sarebbe stato
esigentissimo. Ritrovò una sua passione giovanile e, grazie ad essa, continuò quel dialogo con fedeli
e non credenti che aveva cadenzato la sua vita. Rispose anche a molti lettori privatamente, alcuni li
ricevette. Ma lo fece in silenzio, senza far conoscere nomi o ragioni. A tutti raccomandò:
«Pregate!».

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Tettamanzi: “Card. Martini è stato un grande alimento per il cammino della Chiesa”

Domenico Agasso Jr.
http://vaticaninsider.lastampa.it/ 26 agosto 2013

“Davvero la Chiesa è come un fiume che scorre nel deserto del mondo e nel giardino della fede alimentandosi dei torrenti che vi affluiscono: sì, il ‘torrente Martini’ è stato un grande alimento per il cammino della Chiesa, la nostra in particolare”.

L’ha scritto su Famiglia Cristiana il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo emerito di Milano, in un articolo pubblicato in occasione dell’imminente primo anniversario della morte del cardinale Carlo Maria Martini, venuto a mancare – 85enne – il 31 agosto 2012 a Gallarate. Martini è stato arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1983, e dopo di lui a guidare la diocesi è stato nominato proprio card. Tettamanzi, che racconta: “Appena venuto a conoscenza del suo ingresso nella Vita eterna ho sentito il cuore riempirsi di tanti ricordi e sentimenti che ora vorrei presentare, in tutta semplicità, in particolare a quanti riservano per il Cardinale ammirazione, stima, affetto, preghiera per i doni che il Signore gli ha dato e per il servizio che ha reso in modo coraggioso a una Chiesa da lui intensamente amata”.

A card. Tettamanzi sembra di “rivederlo, il carissimo cardinal Martini, come fosse ora, il nostro ultimo incontro. Era il 22 agosto dello scorso anno nella Casa dei Gesuiti a Gallarate”. Anche in quell’occasione “mi colpiva la sua indomita volontà di lottare per la vita, sino in fondo, e insieme il suo pieno affidamento alla volontà del Signore nel segno di una straordinaria serenità. Come un ‘patriarca’!”.

E il Presule non può dimenticare ”la benedizione che lui ha voluto ricevere da me, lui che mi ha consacrato vescovo e che è stato mio predecessore sulla cattedra di Ambrogio”.
Card. Martini, gesuita, biblista, è stato “l’uomo della Parola: desiderata, studiata, insegnata, donata come luce per il cammino pastorale e la vita spirituale dei singoli e della comunità”. E la “Parola” l’ha “offerta ai fedeli e a tutti gli altri: nel dialogo coi nostri fratelli maggiori, con i fratelli separati, con le diverse religioni, con i non credenti. Una Parola di vita eterna, assolutamente necessaria – proprio perché proveniente dall’Alto – per sciogliere tutti i problemi e i drammi del cuore umano e dell’intera società”.

Ed ecco poi un ricordo particolarmente caro al sussessore di card. Martini: “Quel ‘pastorale’ da lui messo nelle mie mani all’ingresso in Milano nel settembre 2002 con le parole ‘vedrai com’è pesante!’. Si, quel pastorale mi pareva fosse il coronamento del cardinal Martini nel suo periodo di malattia e sofferenza”. Ma “un peso che ora è diventato una forza di intercessione che dal Cielo il Cardinale dona a tutti noi, uomini e donne bisognosi di credere in Cristo e di trovare in Lui speranza, coraggio, fraternità, pace e gioia vera”.
E a proposito di questo primo anno passato senza card. Martini, card. Tettamanzi dice di pensare alla “salma in Duomo, meta ininterrotta di preghiere”.

In occasione dell’anniversario della morte esce in libreria “Carlo Maria Martini. Il silenzio della parola”, volume di don Damiano Modena, segretario personale del Cardinale (edito da San Paolo e Corriere della Sera, in uscita anche su Famiglia Cristiana, Credere e Corriere della Sera). In questo volume don Modena racconta e testimonia la lotta di card. Martini contro la malattia, e gli ultimi incontri della sua vita, compresi quelli con Benedetto XVI, papa a cui il porporato ha consegnato un documento sui mali della Chiesa, documento mai visto prima e presente in esclusiva nel libro.

Un altro segretario di card. Martini, don Gregorio Valerio, che ha assistito il Cardinale nei suoi ultimi anni da arcivescovo di Milano, è il protagonista di un altro libro delle edizioni San Paolo, “Il bosco e il mendicante. Vita del cardinal Martini”, di Enrico Impalà. L’autore ricostruisce il percorso della vita di card. Martini attraverso testimoni diretti, dalla sorella ai segretari, dai protagonisti della storia dell’ultimo secolo alle persone che lo hanno accompagnato negli ultimi giorni della malattia.

L’editrice Rosenberg e Sellier lancia invece un’opera dello stesso card. Martini: “Vita di Mosè”, con postfazione di Romano Penna, che scrive: «Dire che il volumetto di Carlo Maria Martini è delizioso è dire poco. Esso è tutto da gustare, sia per la saporosa conoscenza e analisi del testo biblico, sia per il gradevole stile espositivo, sia anche per l’interessante sfondo culturale giudaico e patristico, per non dire della viva sensibilità per le concrete esperienze quotidiane. Sicché l’Autore si dimostra nello stesso tempo uomo di scienza e uomo di spirito”. L’editrice Mondadori invece punta su “Il profeta. Vita di Carlo Maria Martini” di Marco Garzonio.

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