La profezia del silenzio

Enzo Bianchi
Avvenire, 29 agosto 2013

Se nella nostra società «l’uomo è diventato un’appendice del rumore» (Max Picard), si fa sempre
più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e
l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”. Impresa certo non semplice, se già
Eraclito definiva i propri simili come «incapaci di ascoltare e di parlare»: da allora forse abbiamo
l’impressione di aver compiuto passi in avanti nella capacità di parlare, ma certo quanto ad ascolto
sembriamo tornati indietro di secoli. Abbiamo bisogno di una pedagogia dell’ascolto che può
prendere le mosse solo dal silenzio. Sì, “ascoltare il silenzio” può sembrare un ossimoro, invece è la
chiave che apre il mondo dell’ascolto autentico e della comprensione di ciò che si sente.

La tradizione spirituale non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una
vita interiore autentica. «La preghiera – ha detto il Savonarola, che pur di discorsi appassionati ben
si intendeva – ha per padre il silenzio e per madre la solitudine». Solo il silenzio, infatti, rende
possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non soltanto della parola pronunciata, ma anche della
presenza di colui che parla. Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità, di presenza all’altro.
Del resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e
comunicativo delle parole.

Purtroppo oggi il silenzio è raro, è forse la realtà maggiormente assente nelle nostre giornate: siamo
bombardati da messaggi sonori e visivi, i rumori ci derubano della nostra interiorità e le parole
stesse vengono immiserite dal loro essere urlate, ridotte a slogan o invettive. Ora, «quando
diminuisce il prestigio del linguaggio aumenta quello del silenzio» (Susan Sontag). Dobbiamo
confessarlo: abbiamo bisogno del silenzio! Ci è necessario da un punto di vista prettamente
antropologico, perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e
significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e silenzio.

Ma abbiamo bisogno del silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana il
silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza
di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò «la voce di un silenzio
sottile» (1Re 19,12). Ignazio di Antiochia dirà che Cristo è «la Parola che procede dal silenzio».
Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o dell’assenza di rumori, ma del silenzio
interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte
all’essenziale. «Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di
concentrazione sulle cose essenziali» (Dietrich Bonhoeffer).

Il silenzio è custode dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa”
di sobrietà, disciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a un livello più profondo, di
intensa vita spirituale: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le
mormorazioni che nascono nel cuore. È il difficile silenzio interiore, quello che trova il proprio
ambito vitale nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo silenzio profondo genera
l’attenzione, l’accoglienza, l’empatia nei confronti dell’altro.

Il silenzio scava nel nostro profondo uno spazio per farvi abitare l’alterità, per farne risuonare la
parola e, al tempo stesso, ci dispone all’ascolto intelligente, al parlare misurato, al discernimento di
ciò che brucia nel cuore dell’altro e che è celato nel silenzio da cui nascono le sue parole. Il
silenzio, allora, quel silenzio, suscita in noi la carità, l’amore del fratello. «Il silenzioso diventa
fonte di grazia per chi ascolta», aveva affermato san Basilio. Per il cristiano, il rimando all’ascolto
obbediente della Parola di Dio, all’accoglienza del Verbo fatto carne è evidente ed estremamente
eloquente.

Non a caso è questo il silenzio che proviene a noi da una lunga storia spirituale: è il silenzio cercato
e praticato dagli esicasti per ottenere l’unificazione del cuore, il silenzio della tradizione monastica
finalizzato all’accoglienza in sé della parola di Dio, il silenzio della preghiera di adorazione della
presenza di Dio. Ma è anche il silenzio caro ai mistici di ogni tradizione religiosa e, ancor prima, è
il silenzio di cui è intriso il linguaggio poetico, il silenzio che costituisce la materia stessa della
musica, il silenzio essenziale a ogni atto comunicativo. Il silenzio, evento di profondità e di
unificazione, rende il corpo eloquente conducendoci ad abitare il nostro corpo, a nutrire la nostra
vita interiore, guidandoci a quell’habitare secum così prezioso per la tradizione monastica come per
quella filosofica. Il corpo abitato dal silenzio diviene rivelazione della persona intera.

Proviamo allora a ricavare nel ritmo del nostro vivere un tempo per ascoltare il silenzio: riusciremo
a cogliere gli sforzi compiuti per crearlo e custodirlo, a discernere i suoni impercettibili della
presenza di altre creature accanto a noi, a comprendere il non-detto che abita la gran quantità di
parole, ad avere intelligenza di quanto accade – cioè, letteralmente, a “leggere dentro” gli eventi – e,
finalmente, anche ad ascoltare meglio noi stessi e gli altri quando parlano al nostro cuore e alla
nostra mente, e non solo ai nostri orecchi.