Home Chiese e Religioni Il papa modernista e il Gesù che amava defilarsi di A.Esposito

Il papa modernista e il Gesù che amava defilarsi di A.Esposito

Alessandro Esposito – pastore valdese
www.micromega.net

Ho letto con estremo interesse la lettera indirizzata dal pontefice a Eugenio Scalfari, del quale Francesco non ha eluso le domande postegli in due editoriali comparsi sul quotidiano nel corso di questa estate. Commenti ben più dotti del mio hanno occupato, quest’oggi, le pagine dei principali quotidiani nazionali: motivo per cui vorrei limitarmi a rimarcare tre aspetti indubbiamente positivi contenuti in questa lettera ed evidenziare, nel contempo, quello che ritengo essere un nodo ancora da sciogliere. Parto, dunque, dalle note liete.

La prima è senz’altro rappresentata dalla dichiarazione del pontefice secondo cui della verità non si può in alcun modo parlare in termini assoluti, bensì soltanto relazionali: da un lato vengono così messi al bando gli integralismi che impediscono lo svolgimento di un confronto intellettuale serrato ed onesto; dall’altro si conferisce in tal modo l’opportuno rilievo a quel soggetto che rappresenta la vera e propria svolta fornita dalla prospettiva moderna al discorso sulla verità sin dalla critica kantiana. Il modo di guardare alla verità è necessariamente ermeneutico, ovverosia soggettivo, personale: tale riconoscimento implica, di per sé, il tramonto di ogni approccio assolutistico al contenuto veritativo di un pronunciamento o di un’esperienza, ivi inclusa quella di fede.

La seconda nota positiva è rappresentata dal richiamo alla coscienza, termine pressoché scognito al cattolicesimo ufficiale che, nei suoi documenti, non lo ha mai citato se non per metterne in luce la presunta pericolosità o la sospetta protervia. Francesco riabilita questa parola, consentendo in tal modo di rifarsi, quale ultima istanza in ambito di decisione morale, ad un tribunale in tutto e per tutto umano, finalmente affrancato da quell’eteronomia in cui, troppo a lungo, la religione lo ha confinato.

Infine, ho accolto con piacere il riferimento che il pontefice fa al Vaticano II: pur trattandosi di un evento che ha di recente compiuto cinquant’anni, difatti, i documenti a cui esso ha dato vita sono stati ignorati, quando non espressamente osteggiati nel corso dei due ultimi pontificati. Un papa che viene dall’America Latina, terra che del Vaticano II ha provato a concretare gli aspetti della collegialità e della rivendicazione dei diritti degli esclusi, non poteva che rimettere al centro il concilio tradito ed i suoi nodi nevralgici.

Gli aspetti menzionati rappresentano, senza alcun dubbio, l’inattesa svolta del cattolicesimo romano in direzione di quel modernismo che il Vaticano I aveva recisamente condannato e che Wojtyla e Ratzinger hanno continuato a temere e a combattere: di tale svolta, sia pur tardiva, non ci si può che rallegrare.

Come detto, però, c’è anche un aspetto della lettera di Francesco che, a mio giudizio, risente di un’impostazione classica e oggi ormai inadeguata del tema-cardine della fede e della riflessione cristiana: parlo, naturalmente, della figura di Gesù di Nazareth. Gli sviluppi ormai bicentenari della ricerca storica ed esegetica hanno posto l’accento sulla sua piena umanità, ovverosia su quell’aspetto che consente anche a chi non si professa credente secondo i canoni tradizionali di avvicinarsi alla predicazione del mastro galileo. E proprio qui sta, a mio avviso, il punto dirimente: tutto, difatti, dipende dal fatto che al centro di questa predicazione vi sia l’evangelo del regno o, piuttosto, come vuole la chiesa, la persona di Gesù.

Nella sua attività di profeta itinerante, il nazareno ha sempre posto in secondo piano la propria figura, per calcare l’accento sulla necessità di un rinnovamento e, non di rado, di una radicale rivoluzione nel modo di concepire e di vivere le relazioni interpersonali e socio-economiche. La collaborazione attiva alla costruzione di un mondo più equo perché più umano rappresenta il terreno comune sul quale credenti e non credenti sono chiamati a convivere e a lavorare. Su questo terreno soltanto, infatti, si misura l’umanità dell’uomo: e a tale proposito l’appartenenza o meno ad una fede, spesso codificata in dogmi e tradizioni che pretendono di definirne con precisione il contenuto e la stessa liceità, non può in alcun modo risultare dirimente.

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