Home Chiese e Religioni Pace fatta tra Müller e Gutiérrez. Ma Bergoglio non ci sta

Pace fatta tra Müller e Gutiérrez. Ma Bergoglio non ci sta

Sandro Magister
http://chiesa.espresso.repubblica.it/

Il prefetto della congregazione per la dottrina della fede e il fondatore della teologia della liberazione provano a chiudere vent’anni di polemiche. Ma uno dei critici più severi di questa corrente teologica è stato proprio l’attuale papa

Domenica prossima, nella basilica di Santa Barbara a Mantova, il prefetto della congregazione per la dottrina della fede Gerhard Ludwig Müller e il teologo peruviano Gustavo Gutiérrez presenteranno assieme l’edizione italiana di un loro libro a quattro mani dedicato alla teologia della liberazione, in vendita da lunedì 9 settembre in tutte le librerie: G. Gutiérrez, G.L. Müller, “Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della Chiesa”, Edizioni Messaggero-EMI, Padova, 2013, pp. 192, euro 15,00.

Il libro è uscito nel 2004 in Germania senza suscitare particolari emozioni, ma questa sua ristampa italiana è stata salutata da alcuni come una svolta storica: quasi fosse la firma di un trattato di pace tra la teologia della liberazione e il magistero della Chiesa. Gutiérrez è considerato uno dei padri della teologia della liberazione e Müller fu suo allievo e ammiratore. Tant’è vero che quando nel 2012 Benedetto XVI lo chiamò a presiedere la congregazione per la dottrina della fede, molti manifestarono sorpresa.

Si devono infatti proprio a Joseph Ratzinger, quando era lui il prefetto della congregazione, le due “istruzioni” concatenate del 1984 e del 1986 con cui la Chiesa di Giovanni Paolo II sottopose la teologia della liberazione a una critica molo severa, mossa “dalla certezza che le gravi deviazioni ideologiche denunciate finiscono ineluttabilmente per tradire la causa dei poveri”. Ma evidentemente Ratzinger riteneva accettabile la lettura che Müller dava delle posizioni di Gutiérrez, se non solo l’ha fatto prefetto della congregazione per la dottrina della fede, ma gli ha affidato anche la cura dell’edizione completa delle sue opere teologiche, in tedesco già arrivata quasi a metà dell’impresa.

Il giudizio positivo di Müller sulla teologia della liberazione – letta attraverso la lente di Gutiérrez – lo si coglie fin dalle prime righe della pagina del libro riprodotta più sotto: “Il movimento ecclesiale e teologico dell’America Latina, noto come teologia della liberazione e che dopo il Vaticano II ha trovato un’eco mondiale, è da annoverare, a mio giudizio, tra le correnti più significative della teologia cattolica del XX secolo”.

Più avanti egli sostiene: “Solo per mezzo della teologia della liberazione la teologia cattolica ha potuto emanciparsi dal dilemma dualistico di aldiquà e aldilà, di felicità terrena e salvezza ultraterrena”. L’espressione di papa Francesco: “Sogno una Chiesa povera e per i poveri” è stata sbrigativamente assunta da molti come il coronamento di questa assoluzione della teologia della liberazione. Ma sarebbe ingenuo considerare chiusa la controversia.

Lo stesso Jorge Mario Bergoglio non ha mai celato il suo disaccordo con aspetti essenziali di questa teologia. Suoi teologi di riferimento non sono mai stati Gutiérrez, né Leonardo Boff, né Jon Sobrino, ma l’argentino Juan Carlos Scannone, che aveva elaborato una teologia non della liberazione ma “del popolo”, centrata sulla cultura e la religiosità della gente comune, dei poveri in primo luogo, con la loro spiritualità tradizionale e la loro sensibilità per la giustizia.

Nel 2005 – dunque quando era già uscito in Germania il libro di Müller e Gutiérrez – l’allora arcivescovo di Buenos Aires scrisse: “Dopo il crollo dell’impero totalitario del ‘socialismo reale’ queste correnti di pensiero sono sprofondate nello sconcerto. Incapaci sia di una riformulazione radicale che di una nuova creatività, sono sopravvissute per inerzia, anche se non manca ancora oggi chi le voglia anacronisticamente riproporre”.

A giudizio del fratello di Leonardo Boff, Clodovis, l’evento che segnò l’addio della Chiesa cattolica latinoamericana a quel che restava della teologia della liberazione fu la conferenza continentale di Aparecida del 2007, inaugurata da Benedetto XVI in persona e con suo protagonista il cardinale Bergoglio. Clodovis Boff maturò proprio in quel periodo la sua “conversione”. Da esponente di punta della teologia della liberazione diventò uno dei suoi critici più taglienti. Nel 2008 fece scalpore la polemica tra i due fratelli. A giudizio di Clodovis, l’errore “fatale” in cui la teologia della liberazione cade è di collocare il povero come “primo principio operativo della teologia”, sostituendolo a Dio e a Gesù Cristo.

Con questa conseguenza: “La ‘pastorale della liberazione’ diventa un braccio fra tanti della lotta politica. La Chiesa si fa simile a una ONG e così si svuota anche fisicamente: perde operatori, militanti e fedeli. Quelli ‘di fuori’ provano scarsa attrazione per una ‘Chiesa della liberazione’, poiché, per la militanza, dispongono già delle ONG, mentre per l’esperienza religiosa hanno bisogno di molto più che una semplice liberazione sociale”. Il pericolo che la Chiesa si riduca a una ONG è un segnale d’allarme che papa Francesco lancia ripetutamente. Sarebbe ingannevole trascurarlo, nel rileggere oggi il libro di Müller e Gutiérrez.

Qui di seguito se ne anticipa una pagina, a firma del prefetto della congregazione per la dottrina della fede.

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“TRA LE CORRENTI PIÙ SIGNIFICATIVE DELLA TEOLOGIA CATTOLICA”

Gerhard Ludwig Müller

Il movimento ecclesiale e teologico dell’America Latina, noto come “teologia della liberazione” e che dopo il Vaticano II ha trovato un’eco mondiale, è da annoverare, a mio giudizio, tra le correnti più significative della teologia cattolica del XX secolo. Se è vero che il Concilio Vaticano II è stato l’avvenimento che più ha segnato la storia della Chiesa nel secolo scorso, allora è possibile suddividere la storia della teologia in due fasi: una fase preparatoria, che inizia all’incirca alla fine della prima guerra mondiale, e una fase di elaborazione e messa in pratica, che prende avvio all’indomani del Concilio, a partire dal 1965.

Per l’epoca che parte dal 1920 vanno menzionati tutti quei movimenti di rinnovamento – come, ad esempio, il movimento biblico-liturgico, i grandi richiami della dottrina sociale della Chiesa e una rinnovata comprensione di ciò che è Chiesa – che condussero al Concilio, dandogli l’impronta decisiva, e che poi, per mezzo dei documenti conciliari, furono integrati nella tradizione complessiva della chiesa. Successivamente vanno menzionati i diversi movimenti ispirati dal Concilio che, accogliendone gli impulsi e le indicazioni, intesero metterli in pratica rispetto alle grandi sfide del mondo moderno. In questo contesto, si arriva a dare la massima importanza alla teologia della liberazione nell’ambito delle due costituzioni conciliari “Lumen gentium” e “Gaudium et spes”.

Se vogliamo intendere quale cambiamento sia realmente avvenuto nel Concilio, dobbiamo prestare attenzione non solo ad alcune sue affermazioni, ma anche prendere in considerazione le nuove categorie addotte per esprimere l’origine e la missione della Chiesa nel mondo di oggi. Così, la divina rivelazione viene intesa non come informazione su realtà soprannaturali a cui prestare obbedienza dall’esterno sulla base dell’autorità di Dio, così da essere per questo premiati dopo la morte con la beatitudine ultraterrena. Rivelazione è piuttosto l’autocomunicazione del Dio trinitario nell’incarnazione del Figlio e nell’effusione definitiva dello Spirito Santo, affinché Dio stesso possa essere conosciuto e accolto come verità e vita di ogni uomo e come fine proprio della storia umana.

Per questo la Chiesa non è una di quelle comunità religiose che praticano più o meno fedelmente gli ideali dei loro fondatori e sono valutabili in base a quell’ethos di felicità dell’umanità di stampo illuminista che l’odierno paradigma del pluralismo religioso esalta come “soterioprassi”. La Chiesa è piuttosto, in Gesù Cristo, segno e strumento della volontà salvifica universale di Dio nei confronti di tutti gli uomini. La Chiesa, quale “communio” dei credenti, è a servizio dell’umanità con la parola di Dio, con l’offerta sacramentale della sua vivificante salvezza e con la dimostrazione dell’essere-per-gli-altri di Cristo nella diaconia per i poveri, per i diseredati e per coloro ai quali è negata dignità e giustizia.

Di importanza decisiva, nel Concilio, sono le categorie filosofico-antropologiche di persona, di dialogo e di comunicazione. Il significato e il peso dato a colui al quale Dio si comunica sta proprio nel suo essere persona e, più precisamente, nel suo essere persona inserita corporalmente-materialmente nello spazio della storia, della società e della cultura. Ora, senza che la Chiesa avanzi alcuna pretesa totalitaria sulla società – poiché essa acquisisce la sua identità per mezzo della fede in Cristo e si distingue chiaramente da altri orientamenti di fede e dalle altre religioni – ne deriva comunque che essa – e con essa ogni comunità ecclesiale e ogni singolo cristiano –, proprio a partire dalla fede, debba assumersi la propria responsabilità per la società umana nel suo complesso, impegnandosi negli ambiti del mondo del lavoro, dell’economia internazionale, della giustizia sociale e individuale, della pace nel mondo e così via.

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