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Per una santità quotidiana e comune

Franco Cardini
il manifesto, 21 settembre 2013

Nessuno ha notato come sia triste il fatto che, dopo quasi sette decenni di democrazia in un paese
libero, ci sia stato bisogno di una legge – che peraltro rischia di essere stoppata in Senato – per
affermare un principio che dovrebbe essere ovvio e spontaneo: il diritto di tutti alla libertà di
coscienza e il dovere di ciascuno di rispettare gli altri e, al tempo stesso, di restare fedele alla
propria visione del mondo. Senza ipocrisia, senza isterismi, con onestà e correttezza; senza bisogno
di sfiorare il rischio del reato d’opinione, rispetto al quale si è andati molto vicini (e non conviene a
nessuno, oltre a essere infame).

A fronte di quest’ambiguità che una volta di più ci viene dalla politica, ecco una voce di chiarezza e
di coraggio che – come accadde l’8 luglio scorso a Lampedusa – ci arriva dal papa e dalla limpida,
semplice, stupefacente intervista da lui rilasciata a Civiltà cattolica, la rivista storica della «sua»
Compagnia di Gesù.

Non c’è dubbio che questa intervista farà scandalo in alcuni ambienti cattolici sempre più
profondamente segnati dal pregiudizio, dall’arroganza e dalla chiusura mentale. Ma è un fatto che
essa letteralmente ribalta quella che, rispetto al Concilio Vaticano II, era la paura di Jacques
Maritain: che cioè la Chiesa «s’inginocchiasse al mondo». Al contrario, papa Francesco propone
una comunità dei fedeli di Cristo che sia «sale della terra», che si collochi all’avanguardia nelle
sfide al futuro; che indichi modelli, che proponga obiettivi. E ciò alla luce dei tre princìpi che
stanno alla base del cristianesimo, le tre «Virtù teologali »: Fede, Speranza, Carità.

Fede: che dev’essere vissuta intensamente e coerentemente da chi la possiede, senza la volontà
d’imporla a nessuno ma nella coscienza profonda di doverla rendere viva, attuale, concreta nella
vita di ogni giorno. «Io vedo la santità del popolo di Dio, la sua santità quotidiana: una donna che fa
crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che
hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano
tanto e che vivono in una comunità nascosta. Questa per me è la santità comune». Fede che per il
cristiano implica la fedeltà alla gerarchia, ma anche la consapevolezza che alla Fine dei Tempi
saremo giudicati per le nostre azioni al servizio del prossimo, non per la nostra religiosità formale o
per la severità con cui abbiamo guardato alle debolezze altrui.

Speranza: che risiede nella consapevolezza che Dio sta nella vita di ciascuno di noi, che non c’è
errore o peccato tanto grande da dover condannare alla disperazione. Qui il papa si pone dinanzi a
chi abbandona la fede e la Chiesa perché le sente troppo alte, o troppo dure, o troppo chiuse.
«Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure
di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi
non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni
che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio».

Papa Francesco ha dinanzi agli occhi, per diretta esperienza, lo spettacolo dell’apostasia dal cattolicesimo
d’intere folle, specie in Africa e in America latina: folle che magari si sono rivolte alle sètte protestanti.
E pensa ai cristiani che vivono sulla loro pelle situazioni complesse: ai divorziati, agli omosessuali,
alle tante donne e ragazze che avrebbero voluto un bambino ma che si sono trovate – magari sbagliando valutazione –
a «dover» abortire perché si sono sentite rifiutate e abbandonate. Il papa chiama queste persone «feriti sociali »:
e ripete, con Gesù e con Francesco d’Assisi, che non sono i sani, bensì gli ammalati ad aver bisogno del medico.

La Carità: cioè l’amore, la compassione come capacità di «sentire e soffrire con gli altri», la
misericordia. Questo papa ch’è stato cappellano militare e che appartiene a un sodalizio religioso
fondato da un guerriero non teme di ricorrere a immagini forti: «Io vedo la Chiesa come un
ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo o gli
zuccheri alti! Si debbono curare le sue ferite: poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite,
curare le ferite… Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio
omosessuale e uso dei metodi contraccettivi».

Un’impeccabile lezione di coraggio e di concretezza contro ogni ipocrisia, contro ogni falso e
malinteso rigorismo, contro tutti – parole sue – i «desideri di ordine inteso come pura
conservazione, difesa. No. Dio va incontrato nell’oggi ».

Da questa bella intervista nasce una visione della Chiesa al tempo stesso antichissima,
profondamente fedele a se stessa e al tempo stesso concretamente innovativa. Con i cristiani di altra
confessione, non preoccuparsi di egemonie o di consuetudini: ad esempio, senza rinunziare al
primato di Pietro, i cattolici hanno molto da imparare dagli ortodossi in termini di collegialità; e,
quanto alle prospettive di riunione delle Chiese, «dobbiamo camminare uniti nelle differenze». Ma
le vere sfide cui rispondere sono quelle di tutto il genere umano nel mondo di oggi.

Le sperequazioni profonde e diffuse, gli squilibri determinati dagli egoismi e dall’accumulo di potere
e di denaro nelle mani di pochi, la fame e le malattie che colpiscono milioni di persone e alle quali
si rimedierebbe con un po’ di giustizia sociale, i pericoli di guerre alla base delle quali stanno –
e lui lo aveva già denunziato con forza all’Angelus dell’8 settembre scorso – le esigenze da parte
di alcune potenze e di alcune lobbies di assicurarsi le vie di rifornimento energetico e d’incrementare
il traffico di armi. Ecco il fronte mondiale sul quale i cattolici debbono schierarsi oggi.

Ma non essi soltanto. Fede o non fede, questi sono i problemi di tutti noi.
L’anziano prete argentino lo ha capito perfettamente. E gli altri?

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Francesco, i miei dubbi e le mie certezze

Vittorio Messori
Corriere della Sera 21.9.2013

Credo che stia capitando a molti: la lettura della trentina di pagine della Civiltà Cattolica con l’intervista a Francesco sembra chiarire loro chi sia davvero e che intenda fare colui che ama definirsi «vescovo di Roma». Una Roma che pur confessa di non conoscere, al di là di alcune famose basiliche. Perché nasconderlo? Molti, nella Chiesa, erano perplessi per uno stile in cui sembrava di avvertire qualcosa di populista, da sudamericano che in gioventù non fu insensibile al carisma demagogico di Peròn.

Gli scarponi ortopedici neri; la croce solo argentata; l’abito papale e i paramenti liturgici talvolta trascurati; l’andare a piedi o in utilitaria, comunque sul sedile anteriore; il rifiuto dell’alloggio pontificio, della villa di Castel Gandolfo, della scorta; i bambini baciati in piazza; le telefonate fatte di persona qua e là; il parlare a braccio, a rischio di equivoci; l’esigere subito il tu dall’interlocutore; certe reazioni emotive, per foto e storie trovate sui giornali. Per quanto mi riguarda (e per quanto poco importi, ovviamente), tutto questo disturbava certo snobismo intellettuale da cui fui contagiato in quasi vent’anni di scuole torinesi, per giunta pre-sessantottarde.

Con questo stile «all’argentina», contrastava certa schizzinosa «retorica dell’antiretorica» appresa da quei miei maestri di austerità e di understatement subalpini. Ci sono stati mesi recenti in cui mi rallegravo per il buon momento di sobrietà, di rigore, di profili volutamente bassi: per Papa, un professore emerito bavarese, per presidente del Consiglio, un altro professore emerito della Bocconi, l’equivalente nostrano d’una delle Grandes Écoles parigine. Per completare la Triade, al Quirinale avrei sognato un Luigi Einaudi ma, in mancanza, m’accontentavo della serietà e della discrezione di Giorgio Napolitano, egli pure non sospetto di cedimenti a sentimentalismi e retoriche.

Insomma, io pure ero tra i perplessi. Sia comunque chiaro: come mi è capitato altre volte di ricordare, in una prospettiva cattolica ciò che conta è il Papato, è il ruolo — che gli è attribuito dal Cristo stesso — d’insegnamento e custodia della fede; mentre non ha rilievo teologico il carattere del Papa del momento, cui si chiede solo la salvaguardia dell’ortodossia e la guida della Chiesa tra i marosi della storia. Non vi sono, qui, indici di gradimento personale, il credente segue ed ama ogni pontefice, «simpatico» o meno che gli sia, in quanto successore di quel Pietro cui Gesù affidò la cura del Suo popolo.

Ma ecco ora l’intervista al più antico periodico non solo cattolico ma italiano, al quindicinale fondato ben 163 anni fa. Un gesuita, padre Antonio Spadaro, a colloquio — sul giornale dei gesuiti — col primo pontefice gesuita della storia. Un giocare totalmente in casa, dunque. E non a caso. In effetti, leggendo, si comprende come la strategia del Papa che ha voluto chiamarsi Francesco non sia affatto caratteriale ma sia in realtà nella tradizione migliore dei figli non del Poverello, bensì d’Ignazio. Il carisma dei discepoli del guerriero basco fu il comprendere che il mondo va salvato così com’è, ci piaccia o no; che l’utopia cristiana deve sempre confrontarsi con la realtà concreta; che non deve scandalizzare l’amara concretezza di Machiavelli, per il quale gli uomini sono quelli che sono, non quelli che vorremo che fossero. È a quest’uomo, non a uno ideale e inesistente, che va proposta la salvezza portata dal Cristo.

La fortuna dei gesuiti, il loro successo in remote missioni e al contempo alla corte di re e imperatori (un successo che li portò poi alla soppressione del 1773 per mano, guarda caso, di un Papa francescano), quella fortuna fu il frutto di un carisma che lo stesso Bergoglio indica nel «discernimento». Quello che i nemici della Compagnia chiamarono «ipocrisia», «opportunismo», «mimetismo» e i giansenisti «lassismo» e che invece, spiega lo stesso papa Francesco, «è la consapevolezza che i grandi princìpi cristiani vanno incarnati secondo le varie circostanze di luogo, di tempo, di persone». L’evangelizzazione sia flessibile e tenga conto della debolezza umana, «il confessionale non sia una camera di tortura», per usare le parole testuali di Bergoglio.
È proprio ciò che ispirò quella casistica che, per i rigorosi, tutto sembrò accettare e giustificare e contro la quale furono scagliate le Lettere provinciali di Blaise Pascal. Lettere che costituiscono un capolavoro letterario ma un infortunio teologico per quel genio, pur straordinario e, ammesso che importi, assai amato da chi qui scrive.

Malgrado le esagerazioni (condannate poi dalla stessa Compagnia, prima ancora che dalla Chiesa) avevano ragione i gesuiti: la misericordia, la comprensione, le raffinatezze se non le acrobazie dialettiche per non escludere nessuno dalla comunione ecclesiale, furono e sono mezzi di apostolato ben più efficaci che l’arcigna severità, il legalismo scritturale e canonico, il moralismo implacabile, l’ortodossia usata come un randello. I rigoristi sono ossessionati dall’aut aut — o questo o quello — mentre i gesuiti tentarono, sempre e dovunque, di praticare un et et — sia questo che quello — che permetta al maggior numero possibile di creature di Dio di raggiungere la salvezza eterna. Fu l’intransigenza di altri ordini che portò alla disastrosa rovina dell’inculturazione del Vangelo tentata dalla Compagnia in Asia, in America, in Africa e che solo il Vaticano II doveva riscoprire e valorizzare.

È da questo desiderio di convertire il mondo intero, usando il miele ben più che l’aceto, che deriva una delle prospettive più convincenti tra quelle confidate dal Papa al confratello: il ritrovare, cioè, la giusta gerarchia cristiana. I decenni postconciliari hanno visto, nella Chiesa, lo scontro sulle conseguenze da trarre dalla fede: politiche, sociali e, soprattutto, morali. Ma della fede stessa, della sua credibilità, del suo annuncio al mondo, ben pochi sembrano essersi preoccupati.

Ben venga, dunque, il richiamo del Vescovo di Roma: si ri-evangelizzi, annunciando la misericordia e la speranza del Vangelo. Il resto seguirà. Non vi è, nelle sue parole, alcun cedimento sui cosiddetti «princìpi non negoziabili» in materia etica. Ma vi è, giustamente, l’insistenza sulla doverosa successione: prima la fede e poi la morale. Prima convochiamo, accogliamo e curiamo i feriti dalla vita e poi, dopo che avranno conosciuto e sperimentato l’efficacia della misericordia del Cristo, diamo loro lezioni di teologia, d’esegesi, d’etica.
Una sfida, forse un rischio? Papa Francesco fa capire di esserne consapevole ma di essere soprattutto consapevole dell’aiuto, che non potrà mancare, di Chi lo ha scelto, pur lontano com’era dall’attenderlo e dal desiderarlo.

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La chiesa ospedale da campo

Massimo Faggioli
Europa 21 settembre 2013

L’intervista di papa Francesco a p. Antonio Spadaro direttore di Civiltà Cattolica, tradotta e
pubblicata simultaneamente per le riviste dei gesuiti in tutto il mondo, rivela molto, se non tutto, di
Jorge Mario Bergoglio e di papa Francesco. La traduzione di un testo (e di un testo così lungo, quasi
dodicimila parole in inglese) è sempre un atto di interpretazione, e come primo traduttore (dei
cinque che hanno curato la versione in inglese) non è facile per il sottoscritto parlare dell’intervista
del papa senza cadere nella tentazione di super-interpretare un testo che è molto trasparente e parla
a tutti con immagini molto chiare: la chiesa come un ospedale da campo, il ministero pastorale
come cura delle ferite, la fede cristiana come cammino.

L’eccezionalità del documento parla molto dell’eccezionalità del momento attuale nella storia della
chiesa contemporanea: un documento fuori dal comune per il genere letterario (ha il valore di
un’enciclica più che di un intervista), per il linguaggio adoperato (pastorale, ma fitto di riferimenti
alla tradizione biblica e teologica), per la franchezza nel parlare dei fallimenti personali del papa di
Roma (da giovanissimo e autoritario provinciale dei gesuiti, al papa che dice “non sono mai stato di
destra”).

Si sbagliava chi pensava (anche tra i cardinali che lo hanno eletto) di ridurre papa Francesco alla
figura transitoria e bonaria di uno sceriffo incaricato di far pulizia nella Curia romana. Bergoglio sta
facendo pulizia anche nel linguaggio e nello stile della chiesa, mettendo da parte le ideologizzazioni
tipiche di un cattolicesimo comunitarista ed escludente, e togliendo parecchi alibi: ai profeti del
connubio cattolicesimo-conservatorismo, agli avvocati di una modernizzazione tout court della
chiesa, e a quanti vedono nel cattolicesimo una tradizione spenta, ripiegata e rabbiosa nei loro
confronti e della complicata vita reale della persona umana nel mondo di oggi.

L’effetto spiazzamento è particolarmente visibile nel mondo degli orfani del ratzingerismo, che è
sempre stato assai meno raffinato di Ratzinger: Il Foglio e i para-lefebvriani qui in Italia come il
vaticanista de L’Espresso (sic!) Sandro Magister; i latinizzanti nel vasto universo cattolico; gli
apologeti dell’americanismo cattolico negli USA (il filosofo Robert George, i vescovi Tobin e
Chaput, ideologi come George Weigel). Dopo questa intervista è caduta ogni illusione di poter
dimidiare il fattore Bergoglio e di poterne fare un comodo strumento per battaglie di parte: contro la
Curia romana, contro Bertone, contro Ruini, e contro Benedetto XVI, se è per questo.

Moltissimi aspetti meriterebbero di essere ripresi e analizzati in questa autobiografia teologica del
primo papa globale, sotto forma di una intervista lunga dodicimila parole: dal punto di vista
teologico, il centro è l’idea di una chiesa che si sottomette al Vangelo (non alle ideologie) e di una
chiesa che si concepisce come un ospedale da campo che accetta tutti i feriti e non solo quelli che
vorrebbe avere, perché è essa stessa fatta di feriti.

Papa Francesco parla qui da ferito, da peccatore, prima che da medico e da papa.
Fa ritorno l’idea di papa Giovanni XXIII di una chiesa che deve usare “la medicina della misericordia”,
quella stessa misericordia che la chiesa e i cristiani hanno usato con il giovane Bergoglio,
specialmente nel periodo successivo al suo incarico di provinciale: un periodo di profondi ripensamenti,
si direbbe quasi una crisi esistenziale all’interno del suo percorso di cristiano, di prete e di gesuita.
I fallimenti personali di un papa, cristiano peccatore come gli altri, cessano di essere una figura retorica
e diventano con questa intervista un elemento biograficamente tangibile, umanamente raccontabile,
che non richiede procedure ermeneutiche particolari perché facile da ricondurre alla esperienza personale di ognuno.

Papa Francesco è stato eletto, sei mesi e una settimana fa, in uno dei momenti di debolezza più
gravi nella storia del cattolicesimo contemporaneo: lo storico direbbe che dopo una lunga serie di
20 settembre 1870, the day after l’intervista di papa Francesco era finalmente il 20 settembre 2013.
Il teologo direbbe, con san Paolo, “quando sono debole, è allora che sono forte

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