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Perché ritorna la teologia della liberazione

Aldo Maria Valli
“Europa” del 13 settembre 2013

Papa Francesco che riceve a Santa Marta Gustavo Gutiérrez, il padre della teologia della
liberazione, è una notizia. Una visita in qualche modo anticipata dall’Osservatore romano che
aveva parlato diffusamente del sacerdote peruviano.

È vero che il domenicano, a differenza di altri esponenti di quel filone teologico, non è mai stato
condannato da Roma, ed è altrettanto vero che l’attuale prefetto della Congregazione per la dottrina
della fede, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, è addirittura un allievo di Gutiérrez nonché
suo intimo amico. Ma lo spazio che il giornale della Santa Sede ha recentemente dedicato al libro
scritto da Gutierrez e Müller (Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della
Chiesa, Edizioni Messaggero – Emi) segna comunque una svolta ed è indice di un clima cambiato.
L’edizione italiana del libro scritto da Gutiérrez e Müller (uscito in Germania nel 2004) è stata
presentata nei giorni scorsi a Mantova alla presenza dei due autori e anche a questo incontro
l’Osservatore romano ha dato spazio grazie a una bella intervista di padre Ugo Sartorio al teologo
peruviano.

Nel libro il teologo Müller mette nero su bianco: «Il movimento ecclesiale e teologico dell’America
Latina, noto come teologia della liberazione e che dopo il Vaticano II ha trovato un’eco mondiale, è
da annoverare, a mio giudizio, tra le correnti più significative della teologia cattolica del XX
secolo». E ancora: «Solo per mezzo della teologia della liberazione la teologia cattolica ha potuto
emanciparsi dal dilemma dualistico di aldiquà e aldilà, di felicità terrena e salvezza ultraterrena».
Papa Francesco è su questa stessa linea. Il che non autorizza certamente a sostenere che il pontefice
argentino sia diventato un supporter della teologia della liberazione. Lui, semmai, è legato alla
cosiddetta teologia del pueblo, che ha in Lucio Gera (immigrato italiano arrivato in Argentina da
bambino) il fondatore e che recupera la religiosità popolare e accoglie l’opzione preferenziale per i
poveri rifiutando però la dottrina marxista della lotta di classe e il rischio di ridurre la Chiesa a una
sorta di agenzia sociale. Tuttavia è indubbio che in altri tempi il giornale della Santa Sede non
avrebbe dedicato tanta attenzione a Gutierrez.

Papa Francesco sa bene che il confronto con la cultura atea, terreno privilegiato da Joseph Ratzinger
e in generale dalla teologia europea, non può essere l’unico sul quale impegnarsi. Certo, resta un
terreno importante (come dimostra la lettera inviata dal papa a Eugenio Scalfari), ma accanto ad
esso occorre recuperare quell’altra grande sfida rappresentata dalle vecchie e nuove povertà. Una
sfida che la Chiesa può raccogliere in modo credibile e fruttuoso soltanto se a sua volta vive la
povertà.

In questo senso l’esperienza del teologo Müller è significativa. L’attuale prefetto dell’ex
Sant’Uffizio conobbe Gutierrez e la teologia della liberazione negli anni Ottanta, durante un
soggiorno in Perù. Vissero due settimane con i contadini delle Ande e con i poveri delle baraccopoli
e solo dopo tennero una settimana di riflessione e di studio. Fu così che Müller capì che la teologia
della liberazione non nasceva da una disputa teorica ma aveva concretamente a che fare con la vita
dura e con la sofferenza dei poveri e con le cause che provocano la povertà. Papa Bergoglio è
passato da un’esperienza analoga. Anche lui, in Argentina, ha toccato con mano la povertà ed è
andato dai poveri, e anche lui, come Müller, ritiene che se il marxismo è stato il grande problema
del XX secolo, il neoliberismo selvaggio è il grande scandalo del secolo XXI. Ecco perché
Francesco, pur condannando un certo “progressismo adolescenziale” che ancora fa breccia nei cuori
di alcuni cattolici, non esita a recuperare quanto, dal suo punto di vista, ci può essere di buono e di
valido nella teologia della liberazione.

Ed ecco perché, come spiega padre Sartorio sull’Osservatore, «con una papa latinoamericano, la
teologia della liberazione non poteva rimanere a lungo nel cono d’ombra nel quale è stata relegata
da alcuni anni, almeno in Europa».

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