Home Chiese e Religioni Se la Chiesa rischia di perdere le donne. Per una fede non sottomessa al modello patriarcale

Se la Chiesa rischia di perdere le donne. Per una fede non sottomessa al modello patriarcale

Claudia Fanti
Adista Documenti n. 33 del 28/09/2013

Ha raccontato una volta la teologa Joan Chittister di una bambina di cinque anni che, dopo aver interrogato i genitori a proposito dell’assenza di donne prete nella sua parrocchia, e avere così appreso che «non ci sono sacerdoti donne nella nostra Chiesa», è rimasta un minuto in silenzio e poi ha chiesto: «E allora perché ci andiamo?». Così, stanche di essere trattate come cittadine di seconda e insofferenti rispetto a qualunque riconoscimento che non sia di fatto accompagnato da cambiamenti strutturali, le donne alzano con sempre più forza la voce, senza paura neppure di muovere rilievi a papa Francesco e di andare in tal modo controcorrente rispetto al clima di entusiasmo che si respira attualmente nella Chiesa (v. Adista Notizie n. 29/13).

Critiche rispetto all’auspicio espresso dal papa, durante il suo viaggio di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù, di «una vera e profonda teologia delle donne nella Chiesa», al di là dunque anche della sua chiusura rispetto al sacerdozio femminile, vengono per esempio espresse dalla teologa statunitense Katie Grimes, la quale, in un articolo apparso sul sito Womenintheology.org (21/8), del quale è una delle animatrici, evidenzia come il problema non venga dalla mancanza di una “teologia delle donne”, ma, esattamente al contrario, dal «fatto che tanti rappresentanti della Chiesa la considerino necessaria». «Invece di chiedere una “vera e profonda teologia delle donne” – sostiene infatti la teologa -, avrei preferito che il papa invocasse una critica più incisiva del sessismo, della misoginia e dell’androcentrismo. Invece di una teologia più profonda delle donne, avrei voluto che riconoscesse la necessità di più teologia fatta dalle donne».

E se Katie Grimes contesta la dottrina della complementarità sessuale (sostenuta anche da papa Francesco), che fonda il sacerdozio esclusivamente maschile sulla differenza tra i sessi, sottolineando così «nelle donne l’iconica rappresentazione di Maria e negli uomini la rappresentazione di Gesù», una critica puntuale all’immagine di Maria viene da un’altra teologa statunitense, la notissima religiosa benedettina suor Joan Chittister, la quale, in un articolo pubblicato sul numero del 30/8 del National Catholic Reporter, rivendica la figura di Maria come donna non condizionata da risposte maschili, dotata di «un senso elevato di responsabilità personale» e «assolutamente priva di dubbi riguardo al suo posto nella gerarchia della Chiesa».

Convinto che le religioni siano profondamente in debito nei confronti delle donne, «eterne dimenticate e grandi sconfitte», è anche il teologo spagnolo Juan José Tamayo, che, invitato lo scorso giugno dall’Associazione cattolica per il Diritto a decidere di El Salvador a tenere una conferenza in occasione dell’inaugurazione della Scuola di Teologia Femminista, ha evidenziato, da un lato, il peso enorme della violenza – fisica, psicologica, religiosa e simbolica – di cui le donne sono state e sono ancora oggi vittime e, dall’altro, il sorgere negli ultimi decenni di «un’autentica ribellione delle donne in campo religioso, tanto a livello personale che collettivo, tanto all’interno delle religioni che nella società».

E ha concluso lanciando un allarme: se «nel XIX secolo le religioni hanno perso la operaia perché hanno scelto di stare dalla parte dei padroni sfruttatori» e se «nel XX secolo hanno perso i giovani e gli intellettuali a causa delle loro posizioni filosofiche e culturali integraliste», nel XXI secolo, andando avanti per questa strada, rischiano di perdere le donne, «che sono state finora le migliori e più fedeli seguaci». E, allora, «senza la lavoratrice, i giovani, gli intellettuali e le donne, le religioni arriveranno al capolinea. E non potranno dare la colpa del loro fallimento a nessuno, avendo loro stesse compiuto il loro harakiri».

Di seguito, l’articolo di Joan Chittister e ampi stralci degli interventi di Grimes e di Tamayo (Adital, 1/7).

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La Maria della gerarchia, così diversa dalla nostra

Joan Chittister

Una delle scoperte più importanti del XX secolo riguarda il ruolo svolto dalla comunicazione in situazioni di emergenza: l’idea che lo stile comunicativo di una persona possa mitigare o esacerbare un conflitto a seconda di come venga utilizzato; che la quantità di informazioni in sé, fornita in situazioni cruciali, abbia ripercussioni sul tono, sull’efficacia e sull’esito dei negoziati. In risposta a tale intuizione, intere aziende hanno modificato i loro processi decisionali e il modo di diffondere informazione. Tenendo conto di questo dato, la gente attendeva informazioni sulla visita vaticana all’Lcwr dall’assemblea di quest’anno, svoltasi a Orlando, in Florida. Poiché non ne arrivava nessuna, la gente ha tratto le proprie conclusioni.

Io, d’altra parte, sono andata in cerca dell’unico documento che l’assemblea è riuscita a produrre al riguardo, il testo dell’omelia che mons. Peter Sartain ha offerto ai partecipanti. Ed era un esempio molto chiaro di comunicazione.

In questa omelia, Maria è «quieta», «docile», pronta a sottomettersi, e non ha «desiderio o bisogno di immaginare cose… o di risolverle per propria soddisfazione personale». In lei, ci viene detto, non c’era “io” o “mio”. La Maria di quest’omelia è un ricettacolo passivo di ciò che si ritiene che sia la Parola di Dio. Beh, è possibile. Ma può essere utile riflettere su tutto questo alla luce delle altre cose che sappiamo su Maria.

Scopo di questo articolo non è analizzare cosa ha detto il vescovo su Maria alla Festa dell’Assunzione. Preferisco soffermarmi su ciò che non ha detto di lei, perché, a mio giudizio, ciò che ha lasciato fuori dall’omelia dice di più riguardo a ciò che ci si aspetta dalle donne nella Chiesa.

Per esempio, Maria risponde all’annuncio dell’angelo mettendolo in discussione. Un angelo! Un essere, si direbbe, superiore persino ai delegati apostolici. Solo dopo, risponde con un «avvenga di me quello che hai detto» ad una situazione alla quale, apparentemente, non si poteva rispondere con un “no”. Altrimenti perché importunarlo con un botta e risposta?

Elemento ancora più importante, forse, è che, nonostante la serietà – e persino il pericolo – della sua situazione, Maria non si sia rivolta ad alcun uomo – né ai sacerdoti del Tempio, né al rabbino locale, né a suo padre o a Giuseppe – per chiedere indicazioni su cosa fare. La saggezza di cui aveva bisogno l’ha cercata da un’altra donna e l’ha seguita. Qui, nessuna visita apostolica.

In un altro caso, alle nozze di Cana, Maria dà una serie di ordini apostolici personali niente di meno che a Gesù e ai servitori, come quando dice loro: «Andate e fate quello che vi dirà».

Maria, poi, mette in discussione l’opportunità di ciò che Gesù possa compiere nel Tempio con gli anziani e più avanti è presente nel gruppo di familiari e amici preoccupati del fatto che Gesù, come direbbero gli irlandesi, possa “essere andato fuori di testa”.

E infine, se si vuole comprendere che figura importante e influente fosse Maria per lo sviluppo della Chiesa delle origini, la stessa idea della sua partecipazione all’incontro degli apostoli a Pentecoste, quando ognuno di loro viene consacrato al discepolato dallo Spirito Santo, dovrebbe essere sufficiente a dissipare la convinzione di avere qui a che fare con una donna priva di un forte senso di sé.

No, la Maria di cui non si parla in questa omelia dell’Assunzione era una donna che non si è lasciata intimorire dall’Incarnazione, che non era vincolata a risposte maschili, che non era timida nel dare ordini su ciò che andava fatto, che non era priva di un senso elevato di responsabilità personale e che era assolutamente libera da dubbi riguardo al suo posto nella gerarchia della Chiesa.

Queste, penso, sono proprio le qualità che vediamo nelle donne del nostro tempo e che vanno nella direzione di ciò che alcuni settori della Chiesa chiamano ora “femminismo radicale”.

Dal mio punto di vista, si tratta di un triste caso di abuso di linguaggio e di un ancora più triste caso di cecità spirituale.

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Anche gli uomini recitano il rosario

Katie Grimes

Il mese scorso, di ritorno dal suo celebratissimo viaggio in Brasile, papa Francesco ha espresso alcuni commenti a braccio, producendo reazioni in tutta la blogosfera cattolica. Pur riaffermando il perenne divieto della Chiesa all’ordinazione delle donne, il papa ha fatto appello a ciò che ha definito «una vera e profonda teologia delle donne nella Chiesa».

In molti hanno accolto con favore le sue parole, interpretandole come prova del suo apprezzamento per il genere femminile. Ma io non sono così sicura che dovremmo leggere queste parole come “una buona notizia”. Il problema sembra esattamente l’opposto di ciò che papa Francesco ha sostenuto. Io non biasimo la mancanza di questa “teologia delle donne”, ma il fatto che tanti rappresentanti della Chiesa la considerino necessaria.

Prima di lui, Giovanni Paolo II aveva già tentato di delineare “una teologia delle donne” con la sua lettera apostolica del 1988 Mulieris dignitatem, individuando due dimensioni della vocazione delle donne: la maternità di stile mariano e la verginità. Tuttavia, piuttosto che criticare questa specifica teologia delle donne, voglio individuare i problemi legati ai presupposti di tale progetto.

La ricerca di una teologia delle donne, sostengo io, rende queste ulteriormente estranee, ponendole sotto la luce circoscritta dello sguardo maschile. Perché nessun papa ha mai scritto una lettera sul ruolo degli uomini nella Chiesa e nella società? O ha mai riflettuto su una “teologia dei maschi”?

La risposta è semplice: i papi non hanno mai messo in discussione il significato teologico del loro sesso, perché il potere ha trovato nella mascolinità la propria giustificazione. Esercitando il potere sociale ed ecclesiale, i maschi hanno voluto dare l’impressione di legiferare in quanto esseri umani. Gli autori del Magistero hanno anche utilizzato la parola “uomini” per indicare l’intera specie umana: le donne possono essere uomini, ma gli uomini non possono mai essere donne. Le donne non sono mai il metro di paragone, rappresentano l’eccezione.

Ciò vale per tutti i gruppi socialmente potenti. Ad esempio, negli Stati Uniti, i tradizionali opinionisti hanno sempre fatto riferimento alla costante supremazia bianca nel Paese non come al “problema bianco”, ma come al “problema nero”, o alla “questione razziale”. Allora come oggi, il fatto di essere bianco appare normativo, scontato e subliminale. Solo i neri devono spiegarsi.

Invece di chiedere una «vera e profonda teologia delle donne», avrei preferito che il papa invocasse una critica più incisiva del sessismo, della misoginia e dell’androcentrismo. Invece di una teologia più profonda delle donne, avrei voluto che riconoscesse la necessità di più teologia fatta dalle donne.

Un papa non ha mai scritto una lettera affermando la dignità della popolazione maschile, anche perché questa non è mai stata messa in dubbio. La Chiesa ha sempre onorato e rispettato la dignità della mascolinità. Noi di solito dobbiamo affermare esplicitamente la dignità solo di quei gruppi a cui essa viene negata nelle vicende concrete della vita quotidiana.

Analogamente, il posto degli uomini nella Chiesa è stato dato sempre per scontato: sembra così ovvio da non dover essere discusso. Ma se papa Francesco parla della mancanza di un’adeguata teologia delle donne, vuol dire che 2000 anni non sono stati sufficienti per capire ciò che Dio vuole per le donne. Come può essere? Cosa c’è di così difficile da capire delle donne?

Forse gli autori contemporanei del Magistero considerano le donne così fastidiosamente complesse perché mirano all’impossibile: la produzione di una teoria che le renda sostanzialmente e complessivamente diverse dagli uomini, ma fondamentalmente uguali a loro.

Le autorità cattoliche non hanno mai trovato questo problema così complicato. Tommaso d’Aquino ha dedicato una sola quaestio (ST 92 I.) in tutta la sua Summa alla discussione esplicita sulle donne. Ha parlato più spesso degli angeli che della “donna”.

Per gran parte della sua storia, la Chiesa non ha avuto bisogno di giustificare la sua fede nella supremazia maschile dinanzi a un coro di scettici. Le società in cui la Chiesa era inserita erano in genere d’accordo con loro. Gli autori cattolici hanno dunque investito la maggior parte delle risorse della retorica ecclesiale nella difesa della posizione della Chiesa su punti controversi.

Nel XX secolo, però, qualcosa ha iniziato a cambiare. La fede della Chiesa nella superiorità degli uomini rispetto alle donne non è sembrata più così ovvia. Nel tentativo di difendere la Chiesa da un fiorente movimento per i diritti delle donne, Pio XI ha scritto nel 1930 la Casti Connubii. Riaffermando la condizione dell’uomo come capo famiglia, ha insistito sull’importanza della sottomissione coniugale delle mogli, criticando aspramente tutti coloro che sostenevano «essere quella una indegna servitù di un coniuge all’altro» e che «i diritti tra i coniugi devono essere tutti uguali».

Quando Giovanni Paolo II è stato eletto, tali proclami erano caduti in disgrazia anche presso le donne cattoliche più conservatrici. I vecchi insegnamenti non erano più difendibili. Capovolgendo le posizioni, Giovanni Paolo II ha affermato l’incondizionata uguaglianza di donne e uomini per la prima volta nella storia della Chiesa.

Ma questo non ha risolto tutti i problemi. Non volendo in alcun modo aprire il sacerdozio a “uomini di genere femminile”, la Chiesa aveva bisogno di giustificare la sua intenzione di continuare a riservare l’ordinazione solo agli “uomini di genere maschile”. E dal momento che il divieto in relazione al sacerdozio femminile aveva sempre poggiato in maniera piuttosto decisa sull’evidente disuguaglianza delle donne rispetto agli uomini, la Chiesa si è trovata in un vicolo cieco. La complementarità sessuale, che fonda il sacerdozio esclusivamente maschile sulla differenza sessuale, piuttosto che sulla disuguaglianza sessuale, è diventata la soluzione a questo problema. Tale ideologia divide sempre più il discepolato in base a criteri sessuali, sottolineando nelle donne l’iconica rappresentazione di Maria e negli uomini la rappresentazione di Gesù. Solo gli uomini possono stare sull’altare in persona Christi, perché Gesù Cristo era un uomo. Una “teologia del corpo” che tenta di attribuire importanza teologica e ontologica agli organi riproduttivi. Cosicché il significato di “donna” e di “uomo” può essere colto nel funzionamento eterosessuale dei loro organi genitali.

Nel suo libro del 2010, In cielo e in terra, l’allora cardinal Bergoglio ha descritto perfettamente questa linea di pensiero: «La tradizione fondata teologicamente vuole che ciò che è sacerdotale passi per l’uomo. La donna ha un’altra funzione nel cristianesimo, riflessa nella figura di Marta. È colei che accoglie, colei che contiene, la madre della comunità. La donna ha il dono della maternità, della tenerezza: se tutte queste ricchezze non si integrano, una comunità religiosa si trasforma in una società non solo maschilista, ma anche austera, dura ed erroneamente sacralizzata. Il fatto che la donna non possa esercitare il sacerdozio non significa che valga meno dell’uomo. Nella nostra concezione, in realtà, la Vergine Maria è superiore agli apostoli. Secondo un monaco del II secolo, tra i cristiani esistono tre dimensioni femminili: Maria, come madre del Signore, la Chiesa e l’Anima. La presenza femminile nella Chiesa non è stata sottolineata molto perché la tentazione del maschilismo non ha permesso di dare visibilità al ruolo che spetta alle donne nella comunità».

Giovanni Paolo II presenta nella Mulieris dignitatem una descrizione più completa di Maria come icona della femminilità. Come «il nuovo principio» della dignità e della vocazione della donna, di tutte le donne e di ciascuna, vanificando la disobbedienza di Eva. Attraverso il suo “fiat” liberamente esercitato, Maria ha la funzione di «rappresentante e archetipo di tutto il genere umano». In questo, «rappresenta l’umanità che appartiene a tutti gli esseri umani, sia uomini che donne». Ma «d’altra parte, l’evento di Nazareth mette in rilievo una forma di unione col Dio vivo che può appartenere solo alla “donna”, Maria: l’unione tra madre e figlio». Allo stesso modo in cui Maria agisce come un modello per le donne più che per gli uomini, così Gesù serve da modello per gli uomini più che per le donne. «Proprio perché l’amore divino di Cristo è amore di Sposo», argomenta Giovanni Paolo II, «esso è il paradigma e l’esemplare di ogni amore umano, in particolare dell’amore degli uomini-maschi».

I papi identificano giustamente la gravidanza come una capacità unica delle donne, ma interpretandola in modo teologicamente discutibile. Stando a loro, ci troviamo nella strana posizione di sostenere che il semplice possesso di un utero fornisce alle donne una più intensa esperienza di unione corporale con Dio rispetto a quanto possa fare un uomo. Tuttavia, se Maria ha effettivamente raggiunto l’unione con Dio portando il Figlio di Dio nel suo corpo, e se unicamente le donne possono rimanere incinte, nessuna donna prima o dopo Maria ha mai dato vita a Dio. La gravidanza di Maria si pone come un evento storico unico e irripetibile. (…).

Contrariamente a quanto sostenuto dal papa, con la sua gravidanza Maria rivela la sua differenza da tutte le altre donne almeno tanto quanto la sua somiglianza come loro rappresentante. Nessuna donna, tranne Maria, è giunta all’unione del corpo con Dio attraverso la gravidanza. Esattamente come gli uomini cattolici, le donne cattoliche vivono l’unione corporale con Dio durante l’Eucaristia.

Dobbiamo affrontare un altro problema. Giovanni Paolo II crede che Maria e Gesù rappresentino un modello di genere per una seconda ragione. La femminilità, sostiene Giovanni Paolo II, esprime una passività essenziale, mentre la mascolinità incarna l’attività. «Lo Sposo è colui che ama. La Sposa viene amata: è colei che riceve l’amore, per amare a sua volta».

Ma il “sì” di Maria alla gravidanza è davvero così diverso dal “sì” offerto da Gesù nel giardino del Getsemani? Entrambi i “fiat” sono stati una risposta di sottomissione alla volontà di Dio. Proprio come Maria ha accolto la gravidanza, così Gesù ha accettato la crocifissione. (…). Sia Maria che Gesù rispondono all’amore offerto da Dio e dicono di sì con i loro corpi. Come spose, accettano il dono del loro amante e lo restituiscono con i loro corpi. Seguendo lo schema di Giovanni Paolo II, Dio Padre ha amato sia Maria che Gesù in modo maschile e sia Maria che Gesù lo hanno riamato in modo femminile. (…).

Le donne non rappresentano né un problema da risolvere né un mistero da spiegare. Contro la volontà di papa Francesco di attribuire alle donne una categoria teologica a se stante, affermiamo l’esistenza di un solo discepolato e di una sola salvezza.

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La ribellione delle eterne dimenticate

Juan José Tamayo

Vorrei esprimere il mio ringraziamento nei confronti dell’Associazione cattolica per il Diritto a decidere di El Salvador per avermi invitato a pronunciare questo intervento in occasione dell’inaugurazione della Scuola di Teologia femminista, il cui programma si svolgerà da luglio a dicembre del 2013 intorno a tre nuclei fondamentali: Storia della Teologia femminista; Diritti umani delle donne: un impegno etico e teologico; Sessualità e corporalità. (…)

1. LE DONNE: ETERNE DIMENTICATE E GRANDI SCONFITTE

a) Nelle religioni le donne non sono riconosciute come soggetti morali: le si considera bisognose di guide spirituali maschili che le conducano per il sentiero della moralità, dicendo loro ciò che è bene e ciò che è male, ciò che possono e ciò che non possono fare, soprattutto in materia di sessualità, di relazioni di coppia e di educazione dei figli. Le norme morali che le donne devono soddisfare (…) vengono dettate dagli uomini, che le impongono come obbligo.Nell’immaginario patriarcale religioso, influenzato da preti, imam, rabbini, lama buddisti, guru, pastori e maestri spirituali, le donne sono considerate tentatrici, amorali, leggere. Un’immagine elaborata a partire dai testi di alcuni libri sacri scritti in un linguaggio patriarcale, ritenuti validi in ogni tempo e in ogni luogo e letti con occhi fondamentalisti e mentalità misogina.

b) Le donne non sono quasi mai riconosciute come soggetti religiosi. In non poche religioni, la divinità è maschile e tende ad essere rappresentata solo da uomini. Ha ragione Mary Daly a dire che, «se Dio è uomo, allora l’uomo è Dio». Di conseguenza, gli uomini si sentono legittimati divinamente a imporre la loro onnicomprensiva volontà alle donne: il patriarcato religioso – Dio, in definitiva – legittima il patriarcato nella società. Proprio perché solo gli uomini possono rappresentare Dio, solo gli uomini possono accedere all’ambito del sacro, entrare nel sancta sanctorum, salire sull’altare, offrire il sacrificio, guidare la preghiera comunitaria nella moschea, presiedere al servizio religioso nelle sinagoghe (con alcune eccezioni). (…).Nella Chiesa cattolica l’ordinazione sacerdotale femminile è considerata un grave delitto, alla stregua della pedofilia, dell’eresia, dell’apostasia, ed è punita in maniera più severa della pedofilia: con la scomunica. (…). Nelle moschee è solitamente riservato alle donne uno spazio separato dagli uomini – per non contaminare? –, in una zona rialzata dietro una grata, e a volte debbono persino entrare da una porta diversa da quella degli uomini.

c) Difficilmente le donne sono riconosciute come soggetti teologici. Le istituzioni religiose pongono solitamente ogni tipo di ostacolo alle donne nello studio e nella docenza della teologia, nell’interpretazione dei testi sacri, nella riflessione sulla fede, ecc. E quando decidono o osano pensare la fede e fare teologia a partire dalle proprie esperienze di sofferenza e di lotta, e interpretare i testi delle rispettive religioni a partire dalla propria soggettività, dalle proprie esperienze di vita, vengono di solito accusate di entrare in un terreno che non le riguarda e di cadere nel soggettivismo. Come se non valesse lo stesso per le letture e le interpretazioni degli uomini! Nella maggior parte delle religioni la teologia è scritta con caratteri maschili.

d) L’organizzazione delle religioni si configura, la maggior parte delle volte, in modo patriarcale: tutti i sacerdoti cattolici e tutti gli imam sono uomini, il Dalai Lama è un uomo, la maggior parte dei rabbini e dei lama buddisti è costituita da uomini. Per questo, le religioni possono essere a ragion veduta definite come perfetti patriarcati. Ci sono, comunque, significative eccezioni nelle Chiese di tradizione protestante, che ordinano pastore, sacerdotesse e vescove. Una pratica che dovrebbe estendersi, ponendo fine alla discriminazione di genere nell’accesso ai ministeri ordinati.

e) Le donne accedono con difficoltà a posti di responsabilità nelle comunità religiose. Il potere è solitamente esercitato dagli uomini. Alle donne spetta l’obbedienza agli ordini. Un fatto che si tende a giustificare facendo appello alla volontà divina (…): è Dio che affida il potere e l’autorità agli uomini. Nel caso del cristianesimo, ci si richiama a Gesù per ostacolare l’ordinazione sacerdotale delle donne. È quanto ha affermato Benedetto XVI nel libro intervista scritto con il giornalista Peter Seewald: non è che non vogliamo ordinare le donne, è che non possiamo, perché così ha stabilito Cristo, che ha dato alla Chiesa una struttura basata sui Dodici e, poi, in successione con loro, sui vescovi e sui presbiteri. In altre parole: ha ordinato solo uomini. (…).Mi chiedo: le Chiese cristiane che in numero sempre maggiore ordinano le donne e riconoscono loro funzioni sacerdotali ed episcopali stanno trasgredendo il mandato di Cristo o stanno applicando nelle loro comunità il principio evangelico e democratico dell’uguaglianza tra uomini e donne?Bibbia cristiana alla mano, e partendo da un’ermeneutica di genere, ciò che va riconosciuto è che Gesù non diede vita a una Chiesa gerarchico-patriarcale, ma a un movimento egualitario di donne e uomini, e che non ordinò sacerdoti né le une né gli altri. Al contrario, escluse direttamente ed espressamente dalla nuova religione il sacerdozio ed eliminò il tempio come luogo di culto proponendo come alternativa l’adorazione “in spirito e verità”. (…).Facendo riferimento alla storia della Chiesa e agli studi archeologici, si può affermare che, nei secoli, le donne hanno esercitato funzioni sacerdotali ed episcopali. Per la Chiesa, la storia non è “maestra di vita”?

f) Le religioni legittimano sotto molteplici forme l’esclusione delle donne dalla sfera pubblica, dalla vita politica, dall’attività intellettuale, dal campo scientifico, e limitano le loro funzioni all’ambito domestico, alla sfera privata, all’educazione dei figli e delle figlie, alla cura del marito, dei malati ecc. (…). Al massimo, si sostiene che le donne possono trovare la propria realizzazione a casa e nel lavoro, cosa che non vale per gli uomini. h) La maggior parte delle religioni nega alle donne il riconoscimento e l’esercizio dei diritti riproduttivi e sessuali (…).

2. LE RELIGIONI ESERCITANO OGNI TIPO DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE: FISICA, RELIGIOSA E SIMBOLICA

I testi sacri ne sono la riprova, giustificando le percosse contro le donne, la lapidazione, la loro offerta in sacrificio per compiere una promessa e placare l’ira degli dei, la loro reclusione in casa fino alla morte, l’imposizione del silenzio, il disconoscimento della loro autorità, la mancata considerazione della loro testimonianza al pari di quella degli uomini, ecc. (…).

Alcuni Padri della Chiesa le consideravano “la porta di Satana” e la “causa di tutti i mali”. Un teologo tanto influente nel cristianesimo come Agostino d’Ippona arriva ad affermare che l’inferiorità della donna appartiene all’ordine naturale. Un altro teologo di importanza decisiva come Tommaso d’Aquino definisce la donna come “uomo imperfetto”. Lutero parla delle donne come esseri inferiori di mente e di corpo perché cadute in tentazione e afferma che le donne sono state create senza altro proposito che quello di servire gli uomini ed essere loro aiutanti.

La violenza degli uomini di Chiesa contro le donne è descritta con crudezza e realismo in una scena del romanzo di Jostein Gaarder, Vita brevis, in cui l’autore immagina una lettera indirizzata a Sant’Agostino dalla concubina con cui egli aveva vissuto dodici anni, cui dà il nome di Floria Emilia: «Una sera, quando avevamo condiviso nuovamente i doni di Venere, improvvisamente ti arrabbiasti con me e mi colpisti. Te lo ricordi? Tu, proprio tu che una volta eri un rispettabile docente di Retorica, mi colpisti brutalmente perché ti eri lasciato tentare dalla mia tenerezza! Su di me ricadde la colpa del tuo desiderio… Vescovo, mi picchiasti e gridasti perché mi ero trasformata di nuovo in una minaccia per la salvezza della tua anima. Prendesti un bastone e mi colpisti di nuovo. Pensavo che volessi uccidermi perché questo sarebbe stato lo stesso che castrarti. Ma non temevo per la mia vita: ero solo così devastata, delusa e piena di vergogna per te che ricordo chiaramente che desiderai la morte».Dopo il racconto dell’aggressione, Floria commenta che Agostino non aveva colpito lei ma Eva, la donna, e gli ricorda, citando Publio Sirio, che chi si comporta ingiustamente con una persona minaccia molte persone. Alla fine della lettera, Floria confessa al vescovo di Ippona con comprensibile drammaticità: «Mi vengono i brividi, perché temo che arriverà un tempo in cui le donne saranno uccise dagli uomini della Chiesa di Roma». E continua ponendo una domanda agghiacciante: «Però, perché, onorevole vescovo, si dovrebbe togliere loro la vita? Perché vi ricordano che avete rinnegato la vostra anima e le vostre qualità, pensate. In favore di chi? Di un Dio, dite: in favore di Colui che ha creato il firmamento sopra di voi e la terra sulla quale vivono le donne che vi danno alla luce».

La compagna di Agostino dice agli uomini di Chiesa che, se Dio esiste, li giudicherà per i piaceri cui hanno voltato le spalle e per aver negato l’amore tra uomo e donna. E termina la lettera comunicando al vescovo che, se era stato lui a preoccuparsi di farle arrivare le sue Confessioni affinché si battezzasse, non gli avrebbe dato questa soddisfazione.

3. CIONONOSTANTE, LE DONNE SONO QUELLE CHE SEGUONO PIÙ FEDELMENTE I PRECETTI RELIGIOSI

C’è chi dice che (…) le donne siano per natura più credule e, per questo, più assidue nelle attività religiose. (…). Chi lo pensa dimentica che, tradizionalmente, è nelle donne che è stato maggiormente inculcato il sentimento religioso. Si tratta, quindi, di un processo indotto, che risponde a una determinata educazione e a un determinato apprendistato. Le donne sono coloro che meglio trasmettono gli insegnamenti religiosi ai figli e in generale ai bambini e alle bambine negli spazi religiosi. Le donne sono anche le più praticanti e quelle che maggiormente riproducono l’organizzazione patriarcale e l’ideologia androcentrica.

4. RIBELLIONE DELLE DONNE

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un’autentica ribellione delle donne, tanto a livello personale che collettivo, tanto all’interno delle religioni che nella società.

a) A livello personale, trasgredendo coscientemente le norme e gli orientamenti in materia di sessualità, di relazioni di coppia, di pianificazione familiare, di scelte politiche, ecc.

b) All’interno delle religioni, creando movimenti e associazioni di donne in piena autonomia rispetto agli uomini e anche in opposizione alle autorità religiose.

c) Nella società, partecipando attivamente ai movimenti femministi e alle organizzazione sociali (…).

d) La ribellione delle donne all’interno delle religioni costituisce uno dei fatti più importanti e più significativi della storia del fenomeno religioso, comportando un avanzamento nella lotta per l’emancipazione delle donne e per la liberazione degli emarginati e degli esclusi. (…).

5. TEOLOGIA FEMMINISTA

Frutto di questa ribellione è un nuovo modo di vivere e di pensare la fede a partire dalla soggettività delle donne nelle differenti religioni: la teologia femminista, che parte dall’esperienza della sofferenza, della lotta e della resistenza delle donne contro il patriarcato e le sue differenti trasformazioni (…).

La teologia femminista non è una teologia particolare che si occupa di questioni relative alle donne, o che interessa solo le donne o che è elaborata da donne. Si tratta: a) di una teologia fondamentale, che cerca di dare ragione di una fede in Dio non sottomessa al modello divino patriarcale, ma vissuta nella sequela di Gesù e del suo movimento egualitario di uomini e donne; b) di una Teologia della Liberazione, che vuole contribuire alla salvezza di tutti gli oppressi e alla trasformazione delle strutture religiose del dominio maschile; c) di una teologia critica, che ricorre al metodo storico-critico e alla teoria femminista, utilizzando un’ermeneutica del sospetto per leggere i testi fondanti delle religioni in una prospettiva di genere (…); d) di una teologia che riconosce le donne come soggetti religiosi, morali e teologici, come interlocutrici dirette di Dio senza la mediazione degli uomini e come portatrici di grazia e salvezza. (…).

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