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I progressisti tra Benedetto e Francesco di D.Bilotti

Domenico Bilotti
(testo ricevuto tramite e-mail)

È in corso un vasto dibattito sui tre pontefici che abbiamo visto all’opera negli ultimi tre decenni. In sostanza, le risultanze e le immagini di questo dibattito, ancora estemporaneo, possono così riassumersi: Giovanni Paolo II è stato un papa itinerante, ruvidissimo nelle espressioni dottrinali e nelle decisioni e nei provvedimenti adottati, quanto assistito da una capacità comunicativa tale da farne il primo pontefice del tempo della globalizzazione; Benedetto XVI, conseguentemente, ha espresso l’opposto modello del teologo concentrato, del pensatore schivo, di un’austerità solennizzata nelle ascendenze culturali più che nelle aspettative riformistiche interne alla Chiesa; Francesco rappresenta il volto solare, immediato, non rifinito, di questa austerità che diviene semplicità, parlar chiaro, parola di conforto agli umili.

Queste categorie paiono davvero poco entusiasmanti e, se possibile, ancor meno precise. Quanto a Giovanni Paolo II, è, ad esempio, da doversi intendere se nella materialità della vita civile ed ecclesiale sia prevalso l’aspetto carismatico (qui, usato in senso “mondano”) o quello dialogico, dove le prospettive non sono state, eufemisticamente, troppo larghe.

Il Magistero di Benedetto XVI ha incarnato una certa idea di integrità dottrinale: una certa idea che, però, ha fondato la propria presunta ortodossia su un modello di intransigenza rispetto ad un’elaborazione dichiaratamente di parte. Semmai, degli elementi di interesse, che verranno certamente recuperati all’approfondimento di chi ha buona volontà, possono essere giunti dalla presa d’atto, insita nella rinuncia, e in passaggi documentali dell’ultima parte del Pontificato: nelle prime critiche, nelle encicliche, al modello economico neoliberista, nei provvedimenti adottati su quei temi di attualità -anche giudiziaria, anche canonica- che più turbavano la Cristianità nel suo insieme.

Di Francesco, nonostante il grandissimo rilievo che accompagna sin dalla prima ora le sue mosse, si può ancora dire molto poco, se non che, nel gioco degli schematismi a cui ci abitua troppa brutta dottrina, dopo il papa globale e il teologo da campo, sarebbe stato il turno di una maggiore semplicità discorsiva e di inviti, un po’ più pacati, alla riconsiderazione dei grandi diritti violati. Questi sono bei, bellissimi, segnali. Non v’è, però, malizia, a sostenere che essi sono dovuti essere dei segnali obbligati: perché una Chiesa che non parla alla sofferenza, alla marginalità, alla quotidianità, e si diffonde sul dogmatismo procreativo, sull’indisponibilità dell’interpretare la vita nella propria visione, è una Chiesa debole, a metà, sradicata. Perde, diremmo, la pietra su cui s’era fondata.

È interessante vedere se avrà nuovi sviluppi la parte della discussione che riguarda il rapporto e il confronto con l’ateismo e con l’umanesimo. Dopo le crociate contro il relativismo, non è da poco. È certo pure che bisogna capire che significhi relativismo: se è banalizzazione e brutalizzazione del corpo, se è mercificazione delle azioni civili, distruzione della solidarietà e consumismo contro la libertà, la cultura del cattolicesimo sociale e di base ha sempre fatto pratica del tutto alternativa al relativismo così inteso. E anche non pochi atei e agnostici…
I tempi sono densi di incognite. Alcune non banali.

Si conviene, in campo ecclesiastico, sulle necessità di riforma della Chiesa, ma non ci sono i semi di un grande dibattito, di una grande partecipazione. Non si cerca ancora un coinvolgimento partecipativo, anche perché non sembrano del tutto esposti gli ambiti su cui possa e debba intervenire una riforma. Siamo contro la casta e se la curia è una casta va cambiata, direbbe il luogo comune. Ma è diritto e dovere dei cattolici intervenire su come limitare la casta, esattamente come sarebbe dovuto essere diritto e dovere dei cittadini intervenire su come ridimensionare le burocrazie, le segreterie, le malversazioni travestite da istituzionalismo.

Fuori dal perimetro del nostro ambito ecclesiastico, cambia tutto: nella focalizzazione italiana e nel mondo. In una società che accusa il colpo di una forte crisi economica, si può ancora rappresentare un’istanza realmente e genuinamente progressista? Cercare vie altre, nuove, benefiche, non è falso ottimismo: significa, innanzitutto, prendere atto di una distorsione semipermanente degli equilibri sociali, che ha scacciato verso il basso (quasi un dipinto del Michelangelo) quanti prima boccheggiavano e che porta al boccheggiare chi aveva imparato a nuotare. Non solo di schemi teorici e nuovi modelli di sviluppo si riesce a vivere. Bisogna maturare una visione articolata e affermativa di come rispondere ai temi del disagio e dell’alienazione: non basta tifare per il lavoro. Si può agire per il lavoro. Ancor meglio, se prima si agisce per chi non ne ha uno.

Cambiare la natura vessatoria di una politica oligopolistica si può soltanto dismettendo il nostro improvvisato e, ormai, improvvido unilateralismo. Il digiuno di Francesco per la pace in Siria è stato coinvolgente. Un’emozione convissuta da milioni di cattolici, atei e musulmani (e quanti altri dimentichiamo: milioni di persone) nel mondo. La pace può prendere possesso del mondo a vantaggio dei fanciulli e di chi ancora non è, soltanto ove si pretenda davvero di denunciare gli interessi che guidano le armi e, magari Francesco riuscisse a dircelo, di scoprire che sono gli stessi interessi che tolgono il cibo, il fiato, il lavoro… la dignità universale pure dalle nostre parti.

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